Palestina, un secolo di battaglie e speranze


13 Lug , 2020|
| Visioni

Ripercorrendo la storia recente della Palestina e dei palestinesi, fra le sofferenze e le speranze, vediamo un popolo martoriato da un secolo di negazione dei suoi fondamentali diritti: dalla fine dell’impero Ottomano, durante il mandato coloniale britannico, complice del movimento sionista mondiale e, infine, con la creazione dello stato israeliano sulla terra di Palestina.

Il sionismo nasce nei circoli intellettuali dell’Europa, con l’obiettivo di risolvere la questione dell’antisemitismo in occidente. Dopo la Rivoluzione francese, gli ebrei europei cominciavano la strada dell’assimilazione. Questa tendenza fu interrotta da alcune circostanze, in particolare dalla cosiddetta scienza delle razze, che tendeva a classificare i popoli per creare la giustificazione al predominio dei bianchi e al colonialismo. Il termine antisemitismo viene coniato nel 1873. La fine del secolo vede un ritorno del nazionalismo in Europa, e l’ostilità verso lo straniero. L’antisemitismo si riallaccia al tradizionale antigiudaismo cristiano, e contemporaneamente si intensificano i pogrom nella Russia zarista a partire dal 1881. In quel periodo cominciano anche a circolare “i protocolli degli avi di Sion”, completamente inventati, che descrivono gli ebrei come potenza oscura che vuole dominare il mondo. Seguiranno una serie di leggi antiebraiche in Russia, che riguarderanno restrizioni di libertà di circolazione ed espulsione degli ebrei da Mosca.

Theodor Herzl, ebreo ungherese, giornalista, dopo il caso Dreyfus esploso in Francia nel 1890, scrive “Lo Stato degli ebrei” in cui sostiene che gli ebrei, essendo un popolo, hanno bisogno di uno Stato. È convinto che la questione dell’antisemitismo si risolverà solo quando gli ebrei avranno uno Stato. Nel 1897 ci fu il primo congresso del movimento sionista, tenutosi a Basilea. In quella sede, i sionisti decisero di creare lo Stato, ove possibile, in Palestina! Questo Stato avrebbe dovuto accogliere gli ebrei che avessero voluto trasferirsi o non avessero potuto vivere serenamente nei paesi di origine. L’idea centrale del sionismo è quella dello Stato–Nazione, la sua filosofia è simile a quella colonialista del periodo storico. Una filosofia che non tiene conto delle popolazioni indigene, e da qui il primo slogan-menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. È una delle più grandi menzogne della storia, perché la Palestina era terra abitata dal popolo arabo palestinese. Mentre il popolo senza terra aveva tante terre dove si è diffusa la religione ebraica. Prima ancora della fine della Prima guerra mondiale, la complicità della Gran Bretagna con il sionismo si esprime con La dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917. È il documento ufficiale del governo britannico in merito alla spartizione dell’Impero Ottomano all’indomani della Prima guerra mondiale. Si tratta di una lettera scritta dall’allora ministro degli esteri e delle colonie inglese, Arthur Balfour, a lord Rothschild, (famiglia della grande finanza, oggi come allora) come principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista. In tale lettera il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di una “home lande per il popolo ebraico” in Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, “nel rispetto dei diritti civili e religiosi delle altre minoranze religiose residenti”. Il numero di ebrei in Palestina nel 1800 era di circa cinquemila persone, nel 1876 non erano più di 14 mila e nel 1918 il loro numero non superò i 55 mila, circa l’8% della popolazione. Con il sostegno dell’occupazione e dell’oppressione britannica, gli ebrei furono in grado di aumentare il loro numero a 650 mila nel 1948, ovvero circa il 31,7% della popolazione totale. La dichiarazione Balfour ignora la realtà e chiama i palestinesi minoranze residenti, non native. Le proteste palestinesi contro l’occupazione britannica furono immediate, già con le rivolte degli anni 1920/21, fino alla grande rivolta del 1936 con uno sciopero generale di sei mesi, che ha costretto il governo di sua maestà a bloccare la strisciante immigrazione e colonizzazione ebraica in Palestina. Il governo coloniale britannico, dopo la fine dello sciopero, ha ripreso la sua repressione armata contro i palestinesi. Non solo, ma ha dato mano libera alle bande terroriste sioniste nelle loro azioni contro i palestinesi. E, come se non bastasse, due formazioni paramilitari terroristiche sioniste, Irgun e Stern, preparano un attentato dinamitardo al King David Hotel, che era il Quartier Generale amministrativo dell’autorità mandataria britannica in Palestina, provocando 91 morti, (22 luglio 1946). La situazione di instabilità in Palestina diventa una questione internazionale che la Gran Bretagna porta davanti alle Nazioni Unite, poco più di un anno prima della fine del mandato.

Il 29/11/1947, con il sostegno degli Stati Uniti d’America, fu emessa la Risoluzione internazionale n. 181, che stabilisce la divisione della Palestina in due Stati; il primo, ebreo, basato sul 54,7% dei territori palestinesi e 498 mila coloni ebrei e 497 mila arabi palestinesi, e il secondo, arabo, con circa il 44,8% della terra abitata da 725 mila palestinesi e 10 mila coloni ebrei. I paesi arabi, allora di recente “indipendenza” hanno rifiutato la spartizione, e con la fine del mandato britannico, 15 maggio 1948, entrano in Guerra. Perdono e Israele occupa il 78% della Palestina mandataria, più di quanto sancito dalla risoluzione 181. Ne nasce lo Stato israeliano, con la complicità britannica e mondiale, e inizia la Nakba, la tragedia palestinese.

La grande catastrofe palestinese, “Mother of Disasters”, è la catastrofe del 1948, con l’istituzione dello Stato di Israele, sul 78% della terra di Palestina, e la rottura dell’unità e della coesione del popolo palestinese. Metà di esso, quindi si trasforma in rifugiato in ciò che rimane della terra di Palestina al di fuori delle linee di armistizio del 1948 tra Israele e Paesi limitrofi, Egitto, Giordania, Siria, Libano e nei paesi arabi vicini e nella diaspora.  L’altra metà del popolo palestinese è stata divisa tra tre entità politiche: Israele, Giordania (che annetteva la Cisgiordania); ed Egitto (che ha posto la Striscia di Gaza, i suoi abitanti e rifugiati, sotto l’amministrazione egiziana).

L’essenza della politica sionista, come movimento e organizzazione coloniale, di insediamenti espansionistici (che diventa l’essenza della politica israeliana in seguito) è l’adozione del principio graduale di fase: una fase di immigrazione ebraica in Palestina, con relativo insediamento lì; un’altra fase di sfollamento dei palestinesi dalla loro terra di Palestina e della loro dispersione; poi, la negazione della loro esistenza come popolo; quindi, la fase di espansione al di fuori dei confini/linee di armistizio; la fase di costruzione e creazione di colonie/insediamenti su ciò che era occupato in quella guerra/battaglia, della terra di Palestina, il Golan (Siria) e la penisola del Sinai (Egitto), fino all’attuale fase, durante la quale cerca e lavora per annettere parti della terra dello Stato della Palestina. L’unica costante in tutte queste fasi è l’insistenza del movimento sionista e di Israele nel continuare a trattenersi dal rivelare pubblicamente i confini finali che cerca di stabilire prima di fermarsi.

Questa voluta mancanza di chiarezza è confermata da due fatti: in primo luogo, l’insistenza del primo ministro israeliano, David Ben-Gurion, in due sessioni ufficiali del suo governo nel 1949, nel non voler stabilire confini per Israele, come Stato e di ripetere (nei verbale ufficiali registrati) che “i confini dello Stato di Israele sono all’ultimo punto raggiunto dalle tracce dei carri armati dell’esercito israeliano, e l’ultimo indica l’estensione del colpo di fucile israeliano”, come dimostrato dallo storico israeliano Tom Segev, nel suo libro di riferimento “1949 – I primi israeliani”, in cui Segev (a pagina 21), citando dall’intervento di Ben Gurion dice: “Abbiamo completato la fase della difesa in modo difensivo e ora stiamo combattendo per scopi di occupazione e non per difesa. Per quanto riguarda i confini, questa questione non ha fine: nella Torah ci sono molte definizioni dei confini dello Stato, e anche nella nostra storia, la verità è che non c’è fine. Non ci sono confini assoluti: se il confine è il deserto, allora il confine può essere all’altro capo del deserto, e se il confine è il mare, allora può essere sull’altra riva del mare. È così che il mondo è passato dall’eternità e l’unica cosa che è cambiata sono solo concetti / espressioni. Se, in futuro, vengono scoperti modi per raggiungere altri pianeti, allora l’intero globo potrebbe non essere sufficiente”. Segev cita questo orribile testo del verbale di una sessione intitolata “Consultazioni politiche”, tenutasi il 12.4.1949, e conservato negli Archivi documenti di Stato, presso il Ministero degli Affari esteri, nel fascicolo n. 3/2447 (cit. Alquas alArabi 25 giu. 2020, autore Imad Shaqor). In secondo luogo, c’è il file di accettazione di Israele da parte delle Nazioni Unite come membro dell’Organizzazione stessa (Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 273 dell’11.5.1949). È un file unico nel suo genere: non include una mappa con confini ufficiali. Alla luce di tutto ciò, dopo questo passaggio di storia, obbligatorio per capire o cercare di comprendere con chi hanno a che fare i palestinesi, torno alla situazione attuale, del conflitto. Quali sono le prospettive di una soluzione giusta ed equilibrata per un conflitto centenario alla luce degli ultimi avvenimenti che sono il fallimento degli accordi di Oslo, per l’intransigenza dei governanti israeliani, e il cosiddetto piano Trump? Piano per la pace e la prosperità economica, lo chiamano i suoi redattori (Jared Kouchner, genero di Trump, David Friedman ambasciatore americano/israeliano in Israele, che è uno dei più estremisti tra i coloni, Netanyahu primo ministro israeliano). Un piano preceduto dal riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, violando le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e le risoluzioni dell’Onu, la chiusura degli uffici di rappresentanza dell’Olp a Washington, il taglio dei fondi dell’agenzia Onu che specificamente si occupa dei rifugiati palestinesi (The United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East UNRWA) con l’obbiettivo di cancellare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Il piano Trump cancella gli stessi accordi di Oslo. Rifiutato dalla leadership e dal popolo palestinese, e dalla maggioranza della comunità internazionale. L’atteso piano del secolo del presidente americano Trump, proclamato a gennaio di quest’anno, ha deluso perfino chi ancora pensava di trovarci qualche spunto interessante per risolvere il centenario conflitto palestinese- israeliano. Un piano, detto del secolo, fatto per liquidare la questione palestinese, e assegnare la vittoria al movimento sionista mondiale, ignorando volontariamente la determinazione del popolo palestinese a proseguire la lotta per la liberazione nazionale. Un piano che palesemente costituisce una grave e pericolosa violazione del diritto e della legalità internazionale.

Da sottolineare la presa di distanza dei paesi membri del Consiglio di Sicurezza, Russia, Cina e Francia, che considerano che il “piano del secolo” sia in contrasto con la legalità internazionale.

Il primo ministro israeliano, riconfermato malgrado le accuse di corruzione, per l’incarico di 18 mesi, non ha smesso di promettere ai suoi alleati elettori, dell’estrema destra religiosa, di voler procedere ad annettere allo stato occupante anche parte dei territori occupati della Cisgiordania, come previsto dal piano Trump. Una annessione che, come già l’occupazione illegale, viola il diritto internazionale e le convenzioni di Ginevra, oltre a stracciare gli stessi accordi di Oslo, già sepolti dai governi di Netanyahu. Il governo israeliano è diviso tra i suoi componenti: Gantz (ministro della difesa, e dovrebbe succedere a Netanyahu a metà legislatura) è titubante, e Netanyahu ha fretta, ma data la complessità della posizione americana, è pronto ad avanzare anche parzialmente e in più fasi.

A tanti, sembra che Netanyahu abbia dato ascoltato ai consigli dei leader strategici e militari e degli americani di adottare un piano diverso da quello che ha annunciato mesi fa per iniziare ad attuare l’annessione di una parte dei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Annessione che avrebbe dovuto essere diretta e pubblica, attuata dal primo luglio, anche senza avere il via libera dall’amministrazione americana.

Tuttavia, molti rapporti riferiscono diversamente e forniscono indicazioni dal territorio che confermano che Netanyahu aveva dato ordini già molto tempo fa di procedere con l’annessione in silenzio, con calma, gradualmente e senza clamore sui media israeliani, impedendo così a qualsiasi membro del governo o degli apparati di sicurezza e militari di parlare di questo problema o di dichiarare che l’annessione era già in corso. 

Invece, ciò che viene ora presentato alla comunità internazionale e riportato dai media israeliani ai palestinesi, è che l’annessione è stata congelata fino all’approvazione dell’amministrazione americana. Penso che siamo di fronte a un nuovo inganno orchestrato da Netanyahu e dal team statunitense dell’Accordo del secolo.

È un nuovo piano sulla questione dell’annessione, che suggerisce a tutti, e persino ai circoli decisionali, che l’annessione è stata ora rinviata o congelata fino a quando non verrà concordata tra le due parti della coalizione di governo in Israele.Ma la verità non è questa. L’annessione sta avvenendo in silenzio, gradualmente, con calma, e con un grave blackout mediatico, imposto dal governo israeliano.

Il che fa pensare che in pochi mesi, l’occupante israeliano avrà completato più della metà del piano, e, in particolare, tutti i lavori infrastrutturali per le principali grandi colonie (Har Homa, Gush Etzion, Ma’aleh Adumim, Ariel e Alit in the Alesh e Alit in the Alesh e Alit in the Center Il Nord) in Cisgiordania. La zona è già dotata di una moderna rete stradale, e quindi l’annuncio dell’attuazione dell’annessione diventa solo una questione di tempo: è solo un protocollo mediatico che necessita di una conferenza stampa di Netanyahu. E tutto dovrà avvenire prima delle elezioni presidenziali americane.

Una tattica israeliana intenzionale e deliberata per fare passare l’annessione, in silenzio e senza reazioni internazionali. Diversamente sarebbe costata allo stato occupante un prezzo molto alto a tutti i livelli: politico, di sicurezza ed economico, nonché di relazioni con il resto del mondo.

Tutti comprendono che qualsiasi processo di annessione parziale o totale del territorio palestinese è una vera violazione di tutte le disposizioni del diritto internazionale, una chiara dichiarazione di morte della prospettiva di una soluzione basata su due stati e della speranza di pace e sicurezza regionale.

L’annessione comprende anche le terre che circondano le colonie, ed è prevista la costruzione di una nuova barriera di sicurezza estremamente complessa, (per garantire la comunicazione stradale tra le colonie) che trasformerebbe tutte le aree palestinesi popolate in prigioni a cielo aperto.

La libertà di movimento dei palestinesi da una città verso una altra sarà ancora più limitata dell’attuale, perché si dovrà chiedere anche l’autorizzazione dell’esercito israeliano. Forse questa mappa non riflette abbastanza la paura degli israeliani di cadere in un pantano determinato da ulteriori necessità di sicurezza. Molto probabile che sia questa la vera preoccupazione dell’esercito di occupazione, se l’annessione avrà luogo.

Indipendentemente dal fatto che la mappa di annessione possa essere modificata o meno, ciò che aspetta gli israeliani è il fatto di essere soffocati dalle soluzioni/sabbie mobili che loro stessi dovranno trovare e centuplicare per garantirsi la sicurezza. E non ne usciranno, a meno che i coloni non lascino la Cisgiordania.

Tali piani costeranno ingenti somme perché i confini si triplicheranno e la capacità dell’esercito di proteggere tutte queste distanze a cavallo tra i confini delle colonie e le aree palestinesi dovrà essere moltiplicata esponenzialmente.

Sbaglia chi crede, che lo stato sionista abbia ritirato il piano di annessione a causa del diffuso ripudio internazionale, e sbagliano coloro che credono che Israele abbia congelato l’annessione fino a quando “Netanyahu” e “Benny Gantz” si metteranno d’accordo su quante aree annettere e quando farlo. Perché l’accordo del secolo ha aumentato dal 30 al 35% le aree della Cisgiordania da annettere, comprese le terre situate tra il lago di Tiberiade in Galilea e il Mar Morto, così come le terre fiancheggiate dal fiume Giordano, cioè tutte le terre che garantiscono un collegamento geografico con lo stato palestinese e la Giordania ad est.

Ecco perché, i palestinesi debbono illustrare al mondo il pericolo di questo astuto piano israeliano e seguire costantemente i movimenti dell’esercito e dei coloni sul campo e ogni passo del dispiegamento che l’esercito fa, anche se lo mistifica con l’argomentazione di necessità militari. Siano essi esercizi o manovre, in realtà vanno tutti verso l’interesse del piano di annessione.

Una saggia politica palestinese dovrebbe adottare la politica delle fasi. Il popolo palestinese sta combattendo battaglie che vengono imposte con grande e profonda consapevolezza, che sono piccole e parziali battaglie in una lunga e continua guerra, il cui obiettivo, per noi palestinesi, che dobbiamo conoscere e annunciare, e dal quale non dobbiamo mai deviare, è il pieno diritto del nostro popolo all’autodeterminazione su tutta la Palestina storica, senza rinunciare a nulla.

Questo è ciò che costituisce una delle regole più solide per ricostituire l’unità palestinese e araba, poiché i legittimi diritti nazionali palestinesi sono stati saccheggiati e applauditi fase dopo fase, durante tutto un secolo, e il loro recupero è soggetto anche all’adozione della politica delle fasi. Attualmente ci sono sette milioni di palestinesi sulla terra palestinese e sette milioni di ebrei. Tutte le battaglie in questa lunga guerra imposta dal colonialismo occidentale, per più di un secolo, finora non sono riuscite a sradicare il popolo palestinese dalla sua terra natale. In questo contesto, è giusto sapere e riconoscere che tutte le battaglie militari e politiche consumate durante questa guerra di cento anni, ad oggi hanno portato alla presenza di quattordici milioni di arabi ed ebrei israeliani su questa terra. Sette milioni di palestinesi non evaporeranno e non scompariranno, come sette milioni di ebrei non evaporeranno e non scompariranno. Deve essere trovata una soluzione logica e giusta.

Vale la pena che gli israeliani sappiano che l’accettazione degli accordi di Oslo da parte del movimento nazionale palestinese è stata l’accettazione del fatto che “Gaza e Gerico” sono un primo passo di una fase della lotta del popolo palestinese per ripristinare i suoi pieni diritti alla vita, alla sovranità e all’autodeterminazione, con piena consapevolezza che sulla terra di Palestina, oltre agli indigeni della Palestina ci sono sette milioni di ebrei, che sono emigrati ed emigrati verso di loro, principalmente a causa delle condizioni di sofferenza delle minoranze ebraiche in Occidente, come conseguenza delle ambizioni coloniali e dell’amore degli occidentali per le cospirazioni (anche se molti di loro detengono le nazionalità dei paesi occidentali), e hanno il diritto di vivere in sicurezza e stabilità, in uno stato democratico moderno senza alcuna discriminazione. Forse, i palestinesi potrebbero essere interessati a convertire la frustrazione e i passi che Netanyahu e il suo governo razzista stanno compiendo in questi giorni, in un’occasione per riaprire l’intera questione palestinese in tutte le sue profonde dimensioni.

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