Il vincolo esterno e la gabbia che ci siamo costruiti


17 Lug , 2020|
|Visioni

Il vincolo esterno − espressione probabilmente coniata da Guido Carli, uno dei firmatari per l’Italia del trattato di Maastricht − definisce la logica per la quale il nostro Stato nazionale è così inetto e inefficace nel gestire le sue politiche interne da doversi quasi abbandonare ad una gestione superiore, più sapiente perché esterna e disinteressata, cioè quella degli stati esteri, o stati sovranazionali, espressione all’udir della quale qualsiasi dei grandi filosofi del passato rabbrividirebbe.

Non siamo qui a tediarvi tessendo le lodi del nostro paese, ma seppure fossimo l’ultimo tra i novelli paesi del terzo mondo, continueremmo a trovare ben poca giustificazione nell’ideologia dell’inettitudine autoreferenziale.

A chiunque dotato di intelletto e di senso di dignità apparirebbe assurdo il solo pensiero che un intero popolo, un’intera categoria politica, abbia potuto cedere al fascino dell’altrui benevolenza, considerando se stessa così incapace da non potersi autodeterminare.

E su questo slancio autodegenerativo si cedette la cosiddetta sovranità, si decise di sottostare a delle regole incontrovertibili (regole a cui potremmo porre obiezioni pesanti come macigni) decise da organismi esterni, lasciando, con la pantomima della coralità di fatto, qualsiasi imperio al nemico.

Dovremmo metterci di grande impegno a tentar di ricordare quale sia stato un precedente simile nella storia delle nazioni − o finanche delle poleis, andando a ritroso − ma lo faremmo senza successo.

La memoria risulta manchevole, in quanto nessuna civiltà ha mai scelto liberamente di essere posta sotto il giogo di un conquistatore; piuttosto ci torna in mente l’antica e secolare diatriba del mondo ellenico nel quale Sparta, nonostante la sua inferiorità demografica, la sua chiusura intellettuale e il suo lento progredire nel campo delle arti e delle scienze, mai si piegò al volere di Atene, preferendo perfino un lento e dimenticato declino, pur di rivendicare la propria assoluta indipendenza.

Ci chiediamo perché lungo la nostra storia millenaria di esseri umani e di popolazioni, un evento simile di autoprivazione dell’imperio non sia mai avvenuto e forse riusciamo a darci un’unica risposta plausibile: chiunque lasci decidere qualcun altro in sua vece, sa bene che egli deciderà in primo luogo in funzione del suo stesso interesse, per il semplice fatto che l’uomo nasce egoista, pensa prima a sé, alla sua condizione di benessere sia che essa converga verso l’interesse dell’altro sia che ne diverga e vada a suo discapito.

E così, in modo semplice e animalesco, è facile comprendere come ognuno di noi nel suo intimo sia spinto verso la volontà del dominio dell’altro, della competizione prima che della collaborazione e se finanche esso andasse verso la collaborazione sarebbe pur sempre in virtù della primazia dell’interesse personale,  ma è proprio in quell’istante che l’uomo prende coscienza che solo attraverso la collaborazione con l’altro può raggiungere risultati egoisticamente superiori.

Allora se lo stesso fenomeno avviene nel commercio dove pesce grande mangia pesce piccolo, per quale ragione non dovrebbe avvenire tra le nazioni, in un sistema bloccato come quello europeo, in cui il principio di collaborazione è sottostante a quello di competizione?

“L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico.”

Art. 3 comma 2 – Trattato di Lisbona

Da un’analisi interpretativa prettamente personale riteniamo dunque che essendo uno dei principi fondanti di quella che si tentò di appellare come “Costituzione europea” − rifiutata dai popoli francesi e olandesi nei due referendum tra il maggio e il giugno 2005 e poi propinata successivamente sotto il nome di “Trattato di Lisbona” − che l’interesse delle singole nazioni non venga in alcun modo scalfito dall’interesse comunitario, esso inteso come interesse generale della comunità del tutt’uno europeo − e mettendo da parte, per non annoiare il lettore, gli studi scientifico-economici che sono valsi il premio Nobel, come ad esempio il modello di Mundell (1961), che dimostrano come sia difficilmente auspicabile un principio di convergenza tra gli stati nazionali −, è mia chiara e libera interpretazione affermare che ognuno di quegli Stati nazionali abbia un istinto predatorio nei confronti degli altri. “Homo homini lupus” disse Plauto e poi Hobbes.

Secondo quale principio allora ci si dovrebbe attendere, sperare, auspicare che i governanti di paesi stranieri possano prendere decisioni che siano nel nostro interesse?

Possiamo analizzare i percorsi storici degli ultimi trant’anni in materia economica, sociale, istituzionale, senza trovarne uno solo in cui il nostro paese abbia giovato del sistema.

Sul piano economico abbiamo assistito a privatizzazioni, decrescita, delocalizzazioni, austerità, diminuzione dei salari reali, allungamenti dell’età pensionabile, tagli verticali della spesa pubblica, moltiplicazione del debito pubblico, sovratassazione e progressive evoluzioni oligopolistiche dei mercati.

Sul piano sociale: in primo luogo disoccupazione dilagante, invecchiamento della popolazione, immigrazione incontrollata, abbassamento del livello culturale e istruttivo della popolazione, abbassamento dei diritti della classe lavoratrice, perdita dell’identità culturale e linguistica.

Dati alla mano, come può ancora attendersi un cambiamento positivo della situazione?

A nostro avviso abbiamo intrapreso un percorso verso il fallimento, costruendo con le nostre mani una gabbia in cui ci siamo rinchiusi e dato ad altri la chiave; abbiamo scelto di svolgere il ruolo del servo verso un padrone indefinito.

Ci risulta impensabile perciò che si possa ridefinire la forma della gabbia dal di dentro, che si possa sperare di uscirne senza la distruzione della stessa, in un sistema in cui l’altro si avvantaggia della nostra sconfitta.

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