La maglia sotto la pelle durante il luglio calcistico


21 Lug , 2020|
|Sport

Se la matematica non garantisce ancora alla Juventus il nono scudetto consecutivo e al Lecce la retrocessione, che invece la SPAL ha centrato e il Brescia quasi, la storia invece può darci qualche spunto interessante per raccontare, squadra per squadra, quali sono i giocatori con più presenze e inserirli nel contesto odierno: vediamo che succede.

L’allievo (Juric) e il maestro (Gasperini) si affrontano e, in fondo, un po’ si annullano interrompendo la serie di vittorie dell’Atalanta e confermando invece che l’Hellas Verona è una delle squadre più difficili da affrontare: sempre concentrata, sempre aggressiva, sempre organizzata. Del carro armato Zapata e di Pessina i goal che certificano l’1 a 1 finale.

Il recordman di presenze in maglia gialloblu è il terzino Luigi Berardi, veronese che ha giocato per 12 anni tra la fine degli anni venti e gli anni trenta; di lui si sa pochissimo, ma, alla luce delle ricerche fatte, l’amore per questo giocatore nasce dal solo fatto che giocava con una fascia bianca in testa per non rompersela causa palloni del tempo ed aveva una dentatura stile gobbo di Nôtre-Dame. Il mito Gianpaolo Bellini, quarantenne vice allenatore della primavera bergamasca, ha chiuso con gol su rigore e con delle memorabili lacrime sotto la curva la sua carriera, tutta con la maglia nerazzurra collezionando 435 presenze e correndo sulle fasce destra e sinistra con la serietà di un uomo che la fascia, lui, l’ha tenuta sempre al braccio come capitano.

Pareggio è stato anche tra Cagliari e Sassuolo, in una gara non memorabile ma con i 2 goleador delle squadre entrambi a segno: Caputo porta in vantaggio i neroverdi; Joao Pedro torna al gol con un piattone che mette controtempo Pegolo. Le due squadre ormai inserite in una zona di classifica serena possono pensare a mercato e futuro.

Cinque anni fa Daniele Conti, figlio di Bruno, nato anche lui a Nettuno ma sardo d’adozione, smetteva di giocare dopo la bellezza di 434 presenze in rossoblu fatte in 16 stagioni. Mito assoluto della tifoseria, centrocampista centrale di buone qualità e dal gran tiro, Conti jr. lo guardi e vedi il padre, poi chiudi gli occhi e torni sulla terra con la consapevolezza che, comunque, la fedeltà alla maglia era di famiglia. Arriverà a 500 presenze invece il quasi trentaseienne Francesco Magnanelli, da quindici anni regista e poi capitano del Sassuolo? Per ora la quota 496 è raggiunta, in una stagione in cui sta giocando meno per le scelta di De Zerbi, ma la mano carismatica del barbuto numero 4 umbro si sente anche da fuori. Impegnato nel sociale, educatissimo nelle interviste; scommettiamo su un’ottima carriera da allenatore per lui.

Continua con marcia spedita la corsa finale del Milan che ne fa 5 ad un Bologna davvero troppo distratto dietro nelle ultime partite; i rossoneri giocano una partita a ritmi impensabili e costruiscono occasioni da gol a raffica: di Saelemaekers (in crescita costante), Calhanoglu, Bennacer, Rebic e Calabria i gol, mentre il primo del nipponico Tomyasu è quello del momentaneo 2 a 1 rossoblù.

Grandi squadre, grandi recordman! Paolo Maldini, figlio di Cesare (molto imperiale come inizio…), il più forte difensore della storia del calcio per chi vi scrive ha giocato 902 volte in 25 stagioni con il diavolo milanese. Scrivere qualcosa di originale su di lui è impossibile, però voglio precisare questa escalation: destro di piede, è stato il più grande terzino sinistro per anni; poi gioca centrale di sinistra nella difesa a 3 (ed è stato perfetto), quindi centrale a 4 (perfettamente). Per scrivere quello che ha vinto Maldini serve una pagina intera, ma l’elegante Paolo rappresenta un ideale di etica, classe, unicità e correttezza sportiva, di quelli da studiare.

Sono invece 486 le presenze di un uomo che per noi bambini negli anni ‘80 è stata anche una voce, quella dei commenti delle partite della nazionale; ovvviamente se il Bologna ha una curva che si chiama Giacomo Bulgarelli, il motivo è l’importanza che questo grandissimo calciatore ha avuto nelle sue 16 stagioni in rossoblu: campione d’Italia nel 1964 e campione d’Europa nel 1968 con la nazionale, il mediano bolognese ha rappresentato con la sua classe e il suo accento la città alla perfezione.

Applausi sperticati per la scarsa banda di Ranieri che rimonta a Parma da 0 a 2 e vince 3 a 2 con i gol del gigante Chabod, un gioiello di mister Quagliarella ed ancora Bonazzoli (lo aspettiamo per una conferma nella prossima stagione). L’ottimo primo tempo parmense con i gol di Gervinho (bellissimo) ed un autogol sono serviti a poco; D’Aversa sembra aver perso un po’ di certezze dopo la salvezza raggiunta da tempo.

Il rosso stopper Gigi Apolloni da Frascati è il recordman di presenze biancoscudato, uno dei tanti protagonisti di quel Parma di Nevio Scala che illuminò le scene con il suo 5-3-2 (e senza vergogna… oggi se scrivi così passi da difensivista) componendo insieme a Minotti e Grun un terzetto di centrali di qualità. La maglia blucerchiata (votata diverse volte come la più bella del mondo) è associata ad un giocatore, senza pensarci troppo: da Jesi, 56 anni compiuti, allenatore della nazionale italiana, uno dei più grandi talenti mai esistiti in Italia, Roberto Mancini ha giocato 566 volte con la squadra di Genova, protagonista dell’unico, mitico scudetto e di tante altre maglie sudate col numero 10 sulle spalle ad incantare la gradinata sud.

La SPAL torna in B dopo un bruttissimo campionato e perde anche la partita della disperazione contro il Brescia: gioca forse meglio la squadra di Di Biagio, ma il gol di Dabo e la doppietta di un buon Zmrhal danno al Brescia la soddisfazione di tenere un lumino acceso nel buio della sua classifica.

Un totale di 17 stagione e 420 presenze per una rondinella bresciana che ha marcato Platini e tanti altri fantasisti di tutti gli anni ‘80 e per metà degli anni ‘90: Stefano Bonometti ha giocato con il Brescia in A, in B  e in C1, sempre correndo per i compagni con generosità. Oggi allena le ragazze del 3team Brescia e riceve ancora l’amore della sua curva nord ogni volta che torna al Rigamonti.

Undici anni di SPAL tra gli anni 60 e 70 per il meno noto stopper Luigi Boldrini; con le sue 278 presenze sembrerebbe rimanere ben saldo in testa a questa classifica. Il suo soprannome “Boldrinbauer” è stato scandito tante volte allo stadio e tante volte sui giornali, con la grinta e la fedeltà di un giocatore vecchia maniera in maglia a strisce bianco e celesti.

Fiorentina e Torino sono due squadre così importanti che parlare dell’oggi e della vittoria dei viola per due a zero contro un Torino ancora più anonimo sembra quasi un’offesa a queste maglie storiche; quindi passo diretto a parlare di Giancarlo Antognoni, perché è molto meglio. Il numero 10 per eccellenza, l’eleganza nella conduzione della palla, la capacità di costruire, rifinire e realizzare sempre con la stessa maglia e per ben 429 volte in 15 anni: questo è Antognoni. Campione del Mondo nel 1982, tutti noi speriamo che quel record non lo batta mai nessuno, perché il fantasista con la fossetta sul mondo è classe e romanticismo e ci piace così.

Il Toro ne ha avuti di miti, ma le 566 presenze di Giorgio Ferrini, LA DIGA, sono ancora la medaglia d’oro delle presenze granata. Storia strappalacrime, il tornante nato a Trieste dopo le 16 stagioni a correre sulla fascia diviene il vice di Radice l’anno dell’ultimo scudetto del Torino e, proprio durante quella stagione, muore tragicamente a soli 37 anni per un’emorragia celebrale.

E veniamo a Genoa – Lecce: lo spareggio salvezza condanna i salentini a -4 dai genoani vincitori per 2 a 1 in una partita intensa con diverse palle goal, fotografata nella sfortunatissima autorete di Gabriel che si fa gol di schiena dopo il palo di Filip Jagiełło, carneade polacco. Il Genoa ha un piede e mezzo ancora in serie A; per capire invece quando riuscirà a non soffrire così ogni stagione, chiedere a una società sempre a rischio.

E se il numero 4 era il numero del mediano, 444 presenze per il mediano genoano per eccellenza sono un giusto compromesso: Gennaro Ruotolo da Caserta, una vita a lottare in mezzo al campo o sulla fascia per 15 anni di amore col grifone sul petto. Simbolo di un periodo rossoblu in cui persone come lui, come Vincenzo Torrente e come l’immenso Gianluca Signorini calcavano il Marassi portando il Genoa, la più vecchia società di calcio italiano, sulle vette d’Europa.

I 3 punti del Napoli stavolta non proprio meritatissimi vengono da una magia di Politano all’ultimo minuto: punti importantissimi vista la corsa del Milan e il buon periodo della Roma contro un’Udinese solidissima. Gotti conosce il suo lavoro e la sua faccia operaia è quasi imbarazzata davanti alle telecamere.

Marek “marechiaro” Hamsik è lo slovacco più partenopeo che esiste: 509 le presenze, più di 100 gol fatti da grandissimo centrocampista che ha lasciato un segno nei cuori degli appassionati tifosi del Ciuccio del Vesuvio. Strepitoso interprete dei nuovi ruoli del centrocampo moderno, Hamsik gioca in Cina in chiusura di carriera, ma quella cresta e quel volto allungato sono ancora scolpiti sul terreno del San Paolo e nei cuori della curva B. 

Ed un altro “giovane” rappresenta la storia della squadra friulana che ha avuto Zico come divinità ufficiale, ma Totò di Natale come suo profeta; 426 presenze in bianconero (e 226 gol…) per uno degli attaccanti più spettacolari che l’Italia ha avuto negli ultimi 25 anni: tecnico, rapido, micidiale da fuori e su punizione… ma d’altronde… non ditemi che il buon Artur Antunes Coimbra detto Zico un po’ di fluido non lo ha lasciato.

Il pareggio tra Roma e Inter, di base, non serve a nessuno: una partita giocata complessivamente meglio dalla Roma, con più idee e propositività, ma senza il colpo di grazia che avrebbe, dopo la rimonta, forse affossato la squadra di Conte, apparsa all’Olimpico un po’ involuta. De Vrij di testa prima della rimonta targata Spinazzola e  Mkhitaryan; poi, il disastro dello stesso Spinazzola regala un rigore ai nerazzuri segnato da Lukaku. Un punto, inutile, a testa.

Sulla Roma un solo nome: Francesco da Porta Metronia. 786 presenze, 308 gol. Un mito, un leader, una sorta di icona metafisica che nella capitale viene adorata e rimpianta. Totti come i grandi calciatori inglesi con le statue fuori dagli stadi, come i Maldini, gli Zoff, i Del Piero, ma con qualcosa in più, il ruolo. La longevità degli attaccanti è notoriamente diversa ed aver tenuto fino ai 41 anni rende l’attaccante giallorosso un’entità amata in tutta Italia, oltre che a Roma. E se Totti è un romano de Roma, Javier Zanetti è un argentino di Milano. Il numero 4 che ha giocato in tutti i ruoli possibili ha anche giocato 858 volte con la maglia dell’Inter con una costanza, una qualità, un’intensità ed un’umiltà che lo hanno portato nel pantheon dei grandissimi, pur essendo in fondo un terzino – mediano. Ma, per gli addetti ai lavori… quando gliela toglievi la palla a quel terzino – mediano?

Chiude la giornata 34 la partita che, di base, prepara la Juventus al nono scudetto consecutivo. Vince la squadra di Sarri (che per quello che si vede in campo ha Sarri come allenatore in panchina, ma ce lo ha molto poco nella testa), contro una Lazio che nelle ultime 2 giornate sembra aver ritrovato un po’ di brillantezza e che, con una formazione rimaneggiata ai massimi livelli, non sfigura contro la corazzata bianconera: Cr7 ne fa altri 2, Immobile torna al gol su rigore. Storie e numeri già sentiti.

Altro numero 10 iconografico è il padovano Alex Del Piero, 513 presenze in bianconero, record di presenze e di gol con la maglia della zebra torinese. Straordinario battitore di punizione, seconda punta di qualità e di grandi numeri in fase realizzativa, Del Piero rappresenta nel nostro immaginario collettivo anche il gol “alla lui”, quel tiro da sinistra sul secondo palo che ha fatto tanto male agli avversari e che tanti suoi colleghi hanno studiato e provato ad emulare. Infine, 401 “caps” per un “capitano silenzioso” come Giuseppe Favalli, terzino sinistro dal piede educatissimo come educatissimo era anche questo giocatore di nascita bresciana, classico carisma senza urla, che in 12 anni si è fatto apprezzare in campo e fuori per la serietà e l’amore per l’aquila biancoceleste, con la quale ha vinto uno scudetto e diversi trofei nell’epoca Cragnotti.

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