Il grande bluff della scuola italiana


27 Lug , 2020|
|Sassi nello stagno

Qualcuno si sarà sorpreso che il ministro Azzolina si sia recentemente vantata che lei, e la sua “squadra”, stiano facendo «cose meravigliose per la scuola italiana». L’impressione è, però, che, anche in questo (fondamentale) settore, la comunicazione governativa voglia infondere fiducia con annunci ad effetto e, invece, taccia o neghi la verità di fatto: mutuando il paradigma harendtiano di  Verità e politica, potremmo insinuare che discorsi del genere siano menzogneri. Si prenda il caso della didattica on line di cui si continua a parlare, anche a vanvera: si narra che questi (pochi) mesi di didattica on line abbiano determinato un gravissimo, e irrecuperabile, impoverimento culturale dei nostri giovani, ivi compresi gli universitari. Sarà proprio così? O il fine criptato è quello della rimozione della realtà? E non è detto che dietro vi sia sempre una volontà manipolatoria: ideologismo o, semplicemente, scarsa consapevolezza potrebbero alimentare questa “narrazione”. Vale per l’economia come per la scuola: l’analisi obiettiva può costringere ad essere o apparire impietosi e questo aliena simpatia e consenso piuttosto che attirarli. Poi si tende a mettere in campo una complessità maggiore di quella che è, spesso per creare confusione o, peggio, eludere, cioè ingannare. Proviamo qui a non aver timore, a costo di risultare cinici semplificatori. Tralascio volutamente di dire delle scuole private e di come esse conducano i propri studenti alle promozioni: il Paese ci fa comunque una pessima figura.

 Forse non è politicamente corretto prendere le mosse dalla propria esperienza; però è un dato di realtà che mi è difficile non considerare e per questo preferisco dichiararlo. La mia attività di esaminatore a Giurisprudenza è iniziata nel lontano ottobre del 1982: esamino le matricole, cioè coloro che hanno da poco conseguito la maturità. Posso dire che, facessi oggi quelle domande usuali negli anni ottanta, pochi sarebbero in grado di rispondere? D’altra parte, dai vertici accademici si invita ad adattarsi ai nuovi tempi perché l’istituzione universitaria, si argomenta, non può perdere studenti per l’eccessivo rigore dei docenti. Ma così si affaccia – senza rendersene tanto conto – una questione capitale: qual è lo scopo istituzionale dell’università e, in genere, della scuola in una repubblica? Perché il massimo giurista dell’età moderna, Friedrich Karl von Savigny, ci ha spiegato che qualunque istituto o istituzione giuridica ha una sua radice che egli chiama «idea», una linea da cui non è consentito deflettere nella costruzione del regime normativo come nell’azione concreta: diversamente vi è il rischio che l’istituzione devii e, in certo senso, si corrompa in quanto il suo scopo non è perseguito o, peggio, è falsamente o surrettiziamente perseguito. Questo scopo della scuola pubblica italiana è creare socialità e reti sociali tra i ragazzi? O, prima, introdurli al sapere fornendo loro alcune coordinate fondamentali di orientamento spazio-temporale?  E, particolarmente all’università, introdurli al sapere specialistico creando così le competenze? Ma sapere, coordinate di orientamento, competenze si acquisiscono semplicemente frequentando e pagando le tasse alle scadenze? Ovviamente no: tutto ciò non è scienza infusa, ma frutto di un tirocinio rigoroso dentro il quale  la verifica effettiva del grado di apprendimento è elemento essenziale. Se ciò è connaturato alla scuola come fatto istituzionale, è anche conforme alla nostra Costituzione: certamente la scuola pubblica deve offrire a tutti un’opportunità, ma i criteri della (valutazione della) capacità e del merito sono imposti dall’art. 34 ai fini dell’avanzamento nel percorso di studio; e l’art. 97 lo ribadisce imponendo l’obbligo del concorso per l’accesso a tutti gli uffici pubblici.  

 Se, però, diamo una scorsa ai report annuali delle nostre università leggiamo abbastanza spesso espressioni preoccupanti: tipo, cito da uno di questi report, «l’inadeguata preparazione culturale e l’assenza di diffusa metodica di studio degli studenti come formati dalle attuali scuole superiori». Una conferma si ricava da risultati della ricerca Pisa sui quindicenni, pubblicati alla fine del 2019: in lettura e in scienze i nostri ragazzi raggiungono un livello inferiore alla media Ocse e notevole è il divario tra Nord e Sud. Non mi sembra che il ministro Azzolina, e i suoi predecessori, si siano mai interrogati in proposito. Non sentiamo mai che dicano dell’adeguatezza o meno dei programmi scolastici, degli accertamenti di profitto, del corpo docente: la retorica istituzionale (e il calcolo elettorale) esige che si affermi comunque che le scuole (e le università italiane) sono all’altezza, anzi che non poche siano “eccellenti”. Ma è naturale domandarsi se il ministro conosca questi dati oppure se preferisca ignorarli. Certo è che la preoccupazione ufficiale, Covid-19 a parte, è costantemente rivolta all’assunzione di personale docente, precario o meno, ora anche senza concorso e, addirittura, non laureato: tutta gente che vota e rumoreggia magari giustamente, ma i cui interessi particolari, se non sbaglio, vengono dopo quelli degli studenti presso i quali si annida l’interesse comune, cioè della Repubblica. All’università il focus non è poi tanto diverso: troppi professori si affannano nella sistemazione dei loro allievi, meritevoli o meno che siano; e a tale scopo si introducono corsi inutili. Scarse garanzie offrono i concorsi, strutturati e gestiti, per favorire accordi di scambio. Ma c’è forse qualche ministro o qualche forza parlamentare che si siano davvero attivati per creare procedure concorsuali più funzionali all’interesse pubblico? D’altra parte, come soddisfarlo se scuole e università sembrano aver progressivamente abdicato a selezionare seriamente studenti e docenti sulla base del criterio costituzionale di meritevolezza? Da anni la percentuale dei promossi alla maturità sfiora il 100%; e all’università i corsi di laurea si valutano positivamente in relazione al numero dei laureati in corso, cioè degli studenti promossi. Vale poco o niente, in queste condizioni, sostenere che abbiamo bisogno di più diplomati e laureati se poi si prescinda dal grado di preparazione. Tutto ciò è gravido di conseguenze ai vari livelli; e se ci troviamo a rimpiangere i dirigenti politici della cosiddetta prima repubblica, è anche, o soprattutto, perché erano corredati – dalla scuola – di cultura, anche istituzionale, di cui gli attuali sono totalmente sprovveduti. Sono convinto che le cose stiano così come le ho descritte: in questo contesto pensare che qualche mese di didattica a distanza abbia cagionato quell’impoverimento culturale che si vorrebbe è semplicemente ridicolo.   

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