La neolingua che nega la storia


3 Ago , 2020|
|Visioni

Il linguaggio politicamente corretto vuol essere soccorrevole verso gli oppressi, raddrizzatore di torti, riequilibratore della bilancia della giustizia. Ciò che è stato stigmatizzato va riabilitato attraverso una ridefinizione rispettosa. E ciò che ha prevalso va ridimensionato.

Quel linguaggio è un universale artificiale, una neolingua, un esperanto, costruito per permettere a ogni particolare di sussistere e di nominarsi, ed essere nominato, in libertà e con uguali diritti. Un linguaggio privo di passione e di violenza, capace di  sterilizzare ogni differenza nella universale indifferenza. Uno vale uno, insomma.

Ma questi fini e questi mezzi contengono una contraddizione: il linguaggio politicamente corretto è pacifico e al tempo stesso aggressivo, vendicativo, intollerante: l’uguaglianza amorfa a cui tende è carica di unilaterale violenza.

La sua logica normale è quella eccezionale del giudizio universale: nihil inultum remanebit. Tutti i torti vanno conosciuti, puniti e riparati. La colpa, l’accusa, è l’orizzonte entro il quale si colloca il politicamente corretto.

Che è politico: è un atto di decisione fondamentale che critica il passato e lo spazza via. È un universale immediato e quindi è un particolare ingigantito.

È l’espressione di una parte che si fa Tutto, che giudica ergendo se stessa a Legge.

È un dominio, un punto di vista elevato a potenza, che non ne ammette né legittima altri. Ma non sempre ne è consapevole.

Il contenuto politico del politicamente corretto è quasi sempre mascherato, e declinato attraverso la morale: l’obiettivo politico è giudicare con moralità assoluta, apodittica, sottratta al tempo e allo spazio.

La neolingua non conosce la storia, la nega e attraverso l’anacronismo tende all’acronia.

Si pagano colpe che non erano tali quando furono commesse; i discendenti rispondono oltre la settima generazione. La purga linguistico-politico-morale deve essere radicale.

Il politicamente corretto ha molti tratti in comune con il razionalismo individualistico moderno: condivide con Hobbes l’impulso antistorico, la tesi che “all’antichità nulla sia dovuto” e col giacobinismo il parossismo livellatore che per colpire i  sospetti si fa tagliatore di teste.

Condivide l’intreccio fra morale e ragione, fra neutralizzazione spoliticizzante e supremo spasmo politico della sovranità, che monopolizza la ragione per sé e nega ogni ragione a chi è fuori dal suo perimetro – e viene quindi privato di ogni valore, di ogni dignità, gettato fra i reprobi –.

E quindi non è antimoderno, come pure qualcuno ha detto: anzi, il Moderno vi esprime il proprio assolutismo, la propria efficace astrattezza.

Un Moderno, certo, ignaro della dialettica, della storia, inconsapevole del fatto che le individualità non nascono già fatte e finite ma sono l’esito di lotte e di contraddizioni, che le soggettività, le società, le istituzioni, i simboli, i linguaggi, recano in sé come propria viva  sostanza, come propria drammatica concretezza.

Perse o cancellate le quali l’umana convivenza è un algoritmo che combina monadi irrelate senza passato e senza futuro.

Nel politicamente corretto la severa ideologia liberal che ne fa la propria bandiera si mostra parente dell’euforica ideologia del neoliberismo, della sua visione della società come un giustapporsi di attori individuali, che abitano un eterno presente.

Ciò che si dice del politicamente corretto sotto il profilo linguistico in senso stretto – la polizia e la pulizia del linguaggio – vale anche per quei linguaggi materiali che sono i monumenti e le architetture, attraverso i quali lo spazio pubblico viene scritto e riscritto nei secoli.

La lotta per l’immagine e il simbolo, o contro di essi, è vecchia come l’umanità: non c’è da scandalizzarsi se avviene sotto il segno della politica, poiché ne fa parte.

Si tratta ogni volta di decidere chi è meritevole di rappresentazione e chi no, perché è troppo superiore o troppo inferiore.

È lecito, appunto, leggere quella lotta politicamente e  rifiutarle la patente morale che si autoassegna.

Così, se è comprensibile che non si erigano monumenti a Hitler, ma alle sue vittime, è assurdo che si sia pensato di  abbattere la statua di Churchill perché razzista; il suo spirito di dominio imperiale, venato di superiorità dell’uomo bianco, è stato vinto dai processi materiali della storia reale; mentre ciò che conta è che quell’istinto gli ha fatto capire che il nazismo era un nemico mortale, con cui non si poteva scendere  a patti.

E se nel Nord America si abbattono le statue di Colombo ciò significa che gli eredi dei colonizzatori anglosassoni delegittimano il dominio  ispanico (veramente distruttivo)? Oppure in quelle statue abbattute è da leggersi una confessione della colpa originaria di tutti gli europei per avere scoperto l’America, espropriando i nativi (al Nord, al Centro, al Sud)? E dopo l’autoflagellazione dell’uomo bianco quale riparazione è prevista? La restituzione agli abitanti originari del banale Monte Rushmore o della più impegnativa isola di Manhattan? Oppure l’abbattimento della statua salva la coscienza, lava la colpa e mentre afferma un dominio linguistico liberal mantiene immodificato il dominio economico liberista? E in quest’ultima ipotesi il politicamente corretto non corre forse il rischio di ridursi a un intimidatorio gioco di potere linguistico tra élites e di far perdere di vista questioni strutturali che la sua fiaccola illuministica lascia in un cono d’ombra?

È quindi giusto elogiare il dialogo, la divergenza d’opinioni, la tolleranza reciproca: è il minimo che si possa chiedere in una società che si dice liberale.

Ma  non con l’obiettivo di neutralizzare il politicamente corretto in una più generale  amorfa indifferenza; non si tratta di ri-legittimare ogni violenza e ogni discriminazione, né di utilizzare l’ingiustizia del passato per giustificare quelle del presente.

Si tratta anzi di decifrare queste nella loro radicalità e di impegnarsi – questo è il punto – a darne una lettura non moralistica ma storico-politica; di riconoscere la complessità della politica non per farne un alibi all’ignavia, ma per vedervi l’occasione di un agire emancipativo meno scontato del politicamente corretto e delle sue ritualità.

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