Di cosa ha bisogno la scuola italiana?


4 Ago , 2020|
|Visioni

All’indomani della pandemia di Covid-19, anche la scuola italiana è stata investita da una serie infinita di polemiche.

In particolar modo, a proposito delle misure più adatte per rispettare il “distanziamento sociale” anche all’interno delle istituzioni scolastiche, si è iniziato a parlare di una riduzione del numero di alunni per classe.

In realtà, il problema delle cosiddette “classi pollaio” è un problema annoso della scuola italiana e se oggi sembra diventare più urgente da un punto di vista sanitario, la verità è che questo problema è sempre stato tremendamente urgente da un punto di vista didattico.

Andando a consultare i numerosi documenti ministeriali, tra linee guida, raccomandazioni ecc., emergono costantemente concetti come la personalizzazione e l’individualizzazione degli apprendimenti.

Per personalizzazione s’intende una strategia didattica volta a valorizzare le predisposizioni dei singoli senza prevedere obiettivi da raggiungere: ciascuno raggiunge il proprio obiettivo personale, in base alle proprie potenzialità.

Compito del docente in questo caso è cercare quelle potenzialità ed organizzare attività personalizzate affinché ciascuno raggiunga il massimo obiettivo possibile in base alle proprie caratteristiche.

Per individualizzazione s’intende invece una strategia atta a garantire a tutti il diritto all’apprendimento e a raggiungere traguardi formativi comuni.

Il ruolo del docente, quindi, è di analizzare i bisogni degli alunni, valutare il livello raggiunto ed organizzare attività che consentano a tutti di ottenere lo stesso obiettivo.

Tutto ciò per non parlare dell’importanza, da un punto di vista psico-pedagogico, che si dà al concetto di intelligenze multiple, introdotto da Howard Gardner.

Cioè, sulla base dell’idea che ognuno di noi possieda un’intelligenza multiforme, con caratteristiche diverse rispetto alle intelligenze degli altri, si valorizza spesso l’idea di una didattica che non sia standardizzata, ma che tenga conto delle esigenze e delle qualità dei singoli studenti.

Insomma, pare proprio che al MIUR abbiano a cuore la piena realizzazione dell’individuo, ma provando a tradurre materialmente queste belle raccomandazioni emergono i primi ostacoli.

Com’è possibile curare e coltivare in questo modo bambini e ragazzi ammassati nelle oramai famigerate  “classi pollaio”?

Com’è possibile, cioè, per un docente dover aver a che fare con un numero di alunni che può arrivare anche fino a 30 per classe?

Di questo problema se n’era accorta, ad onor del vero, già Franca Falcucci, ministro della pubblica istruzione dal 1982 al 1987, a cavallo tra il quinto governo Fanfani, i due governi Craxi ed il sesto governo Fanfani.

Nel celebre documento che prendeva il nome dalla ministra, infatti, si prescriveva appunto un numero di alunni compreso tra i 15 e i 20.

Andiamo, dunque, a vedere come stanno le cose nella scuola italiana, a partire dai “dati della scuola” per l’anno scolastico 2019/2020 pubblicati direttamente dal MIUR[i].

Consultando il documento, leggiamo che la scuola italiana accoglie un numero di studenti che raggiunge i 7.599.259 di alunni; questi alunni, poi, vengono ospitati in un numero complessivo di

369.769 classi.

Nello specifico, la divisione di alunni e classi per ordini e gradi è la seguente:

Scuola dell’infanzia:

Alunni: 901.052

Sezioni: 42.258

Scuola primaria:

Alunni: 2.443.092

Classi: 128.143

Scuola secondaria di primo grado:

Alunni: 1.628.889

Classi: 77.976

Scuola secondaria di secondo grado:

Alunni: 2.626.226

Classi: 121.392

Calcoliamo rapidamente il numero medio di bambini e ragazzi per classe nei vari ordini e gradi:

la scuola dell’infanzia registra una media di alunni per sezione di 21,3; la scuola primaria di 19 alunni; la scuola secondaria di I grado di 20,8; la scuola secondaria di II grado di 21,6.

Naturalmente questi sono numeri medi, ma sappiamo bene che mentre in alcune istituzioni scolastiche alcune classi tollerano un numero accettabile di ragazzi, in altre istituzioni scolastiche abbiamo classi che arrivano fino a 30 ragazzi ed oltre.

Per provare a risolvere questa situazione la soluzione è banale: c’è bisogno di un maggior numero di classi e di docenti.

Per cercare di sbrogliare la matassa – e assumendoci l’onere di precedere un po’ a braccio nel calcolo -, si potrebbe pensare di ridurre il numero medio di alunni per classe a 15, per cercare di alleggerire la situazione per le istituzioni scolastiche sovraffollate.

Un numero medio di 15, di fatto, servirebbe ad ottimizzare la crescita e la formazione dei singoli studenti, anche in un’ottica inclusiva per gli alunni con disabilità, che su un totale di 7 milioni e mezzo risultano essere oltre 250 mila.

Questi sarebbero, all’incirca, i relativi aumenti di sezioni e classi necessari per ottenere una media di 15 alunni:

– 60.070 sezioni per la scuola dell’infanzia;

– 162.870 classi per la scuola primaria;

– 108.000 classi per la scuola secondaria di primo grado;

– 175.000 classi per la scuola secondaria di secondo grado.

L’aumento complessivo di sezioni e classi per le istituzioni scolastiche ammonterebbe, quindi, a più o meno 136.170 classi.

Ad un aumento simile del numero di classi, pertanto, quale numero di assunzioni dovrebbe corrispondere?

Consultando il documento del ministero, nella scuola italiana risultano esserci 684.880 posti comuni, più 150.609 posti di sostegno, per un totale di 835.489 posti, per l’anno scolastico 2019/2020.

Per quanto riguarda i posti di ruolo – cioè degli assunti a tempo indeterminato e non dei supplenti – del personale docente, invece, dobbiamo risalire al “Rapporto 2019 sul coordinamento della finanza pubblica” della Corte dei conti, relativo soltanto all’anno scolastico 2018/19, dove il personale di ruolo risulta essere di 722.430 docenti, sia su posto comune che su sostegno[ii].

Non abbiamo il dato relativo all’anno scolastico 2019/2020, ma a distanza di solo un anno possiamo ragionevolmente dedurre che, a fronte di 835.489 posti e di 722.430 docenti di ruolo, la scuola italiana continui a prevedere strutturalmente l’assunzione temporanea di oltre 100.000 insegnanti supplenti. 

Ritorniamo al numero di docenti necessario per un aumento delle classi.

Tralasciando a questo punto la distribuzione dei docenti per ordine e grado e anche la divisione in classi di concorso, ad un aumento di 136.170 classi dovrebbe corrispondere percentualmente un aumento dei posti comuni e di sostegno di 307.674 unità, di cui circa 252.000 su posto comune e circa 55.000 su sostegno.

Insomma, la scuola italiana che assume a tempo indeterminato pressappoco 700.000 docenti, potrebbe non solo assorbire integralmente il numero di supplenti che annualmente vengono assunti a termine, ma potrebbe tranquillamente assumerne almeno altri 300.000 di ruolo.

Questi calcoli, inoltre, non tengono minimamente conto dell’età media dei docenti nella scuola italiana.

Risulta  infatti che il 53% dei docenti italiani sia ultracinquantenne, di cui il 17% oltre i 60 anni[iii].

Se ipoteticamente si affiancasse una seria riforma pensionistica in grado di far godere ai docenti ultrasessantenni la meritata pensione, si potrebbero sbloccare oltre 100.000 ulteriori posti con un semplice ricambio generazionale.

Ma come mai tutto questo non avviene? Come mai nessun governo, da ormai decenni a questa parte, si preoccupa di una vera riforma della scuola? Come mai si potrebbe attuare un ricambio generazionale ed occupazionale sontuoso, ma nessun ministro si impegna nel farlo?

È evidente: assunzioni di questo tipo richiederebbero un’espansione significativa della spesa pubblica, che il paese a causa delle regole di bilancio europee non si può permettere.

Al contrario, un’Italia in grado di recuperare la sovranità monetaria e cioè le leve politico-economiche proprie di uno stato, potrebbe applicare un incremento della spesa pubblica che non sarebbe fine a se stesso, non servirebbe a regalare “mance e mancette”, come amano dire certi politici ed economisti, ma al contrario servirebbe a rendere la didattica molto più adeguata.

I ragazzi potrebbero essere seguiti con più attenzione e quindi riuscire non solo ad ottenere risultanti migliori negli studi, ma anche ad orientarsi meglio per trovare poi più semplicemente il proprio cammino futuro, universitario e lavorativo.

Allora di cosa ha bisogno veramente la scuola italiana? Non ha bisogno né dei banchi singoli con le rotelle, né di bonus di vario tipo, né di qualsiasi altra forma pseudo-assistenzialistica buona per poter simbolicamente dire di aver investito nel settore.

La scuola italiana ha bisogno di spesa corrente, di iniezioni di denaro vero, per soddisfare una volta per tutte l’enorme emorragia di personale che questo settore soffre come moli altri nel paese.


[i] https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Principali+dati+della+scuola+-+avvio+anno+scolastico+2019-2020.pdf/5c4e6cc5-5df1-7bb1-2131-884daf008088?version=1.0&t=1570015597058

[ii] https://www.corteconti.it/Download?id=8953477e-83b4-46f1-af74-49a18387441f

[iii] A. CARLINO, La Tecnica della Scuola, https://www.tecnicadellascuola.it/litalia-ha-il-primato-dei-docenti-piu-anziani-deuropa-tutti-i-numeri

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