Tre saggi e una crisi


9 Ago , 2020|
|Recensioni

“Homo Deus” di Yuval Noah Harari, “La Terra inabitabile” di David Wallace-Wells e “Spillover” di David Quamman sono tre saggi usciti in anni recenti, rispettivamente 2015, 2019 e 2012. In comune hanno il tentativo di rispondere, ciascuno a modo suo, alla domanda delle domande: dov’è l’umanità e dove sta andando (o dove sta rischiando di non andare). Li ho letti uno di seguito all’altro e ho pensato valesse la pena recensirli insieme, cercando di cogliere il filo rosso che, pur nelle differenze d’argomento, li unisce. 

Schiavi tecnologici

Harari guarda lontano e vede un futuro molto inquietante. Con la Rivoluzione Scientifica iniziata cinque secoli fa, spiega in “Homo Deus”, l’uomo si accorse che l’esistenza di Dio non aveva fondamento: era una storia inventata. Ci fu bisogno di una nuova religione: l’uomo stesso. Uscito trionfatore dal Novecento, l’umanesimo predica che maggiore è la libertà dell’individuo, migliore sarà il mondo. Ma le più recenti scoperte scientifiche hanno già mostrato che il presupposto dell’umanesimo è – anch’esso – una storia inventata: il libero arbitrio non esiste. Al suo posto ci sono solo processi celebrali elettrochimici determinati dal patrimonio genetico e dal caso. A provocare il collasso dell’umanesimo, prevede Harari, sarà il prodotto di queste nuove conoscenze scientifiche: l’intelligenza artificiale. Algoritmi sempre più potenti si riveleranno più capaci di svolgere la maggior parte delle attività umane e persino di conoscere ciascun individuo meglio dell’individuo stesso. Homo Sapiens diverrà irrilevante e dovrà cedere il testimone. A chi? Harari vede due scenari. Nel primo, a prendere il suo posto sarà Homo Deus: un’élite di ricchi in possesso delle conoscenze necessarie a controllare le nuove tecnologie e a trasformarsi con esse in superuomini che domineranno sulle masse di Sapiens rimasti “retrogradi”. Nel secondo scenario non sarà solo il vecchio Sapiens a perdere centralità, ma l’uomo in generale. La nuova religione adorerà… gli algoritmi, una rete di potentissime intelligenze artificiali installate dentro ogni cosa. Il nuovo comandamento sarà la libertà di circolazione dei dati e l’unica funzione dell’uomo sarà quella di favorirla. La rete di algoritmi sceglierà per noi, senza sbagliare mai. Ma per il bene di chi?

Collasso climatico

Anche Wallace-Wells guarda lontano, e vede un futuro, se possibile, ancora più inquietante, quello della Terra inabitabile che dà il titolo al suo saggio. Homo Sapiens non rischia più di diventare schiavo delle nuove tecnologie, come preconizzato da Harari, semplicemente perché non avrà tempo di arrivare a renderle sufficientemente potenti: il collasso climatico arriverà prima. Un aumento di temperatura di 2 gradi entro il 2050, allo stato attuale, è più che probabile, e la causa è Homo Sapiens medesimo. Si prevede che, nel 2050, la Terra sarà popolata da 10 miliardi di umani. In un mondo troppo caldo e troppo popolato come quello del 2050, verrà raggiunto il punto di non ritorno: le temperature continuerebbero ad aumentare anche azzerando di colpo le emissioni, portando la Terra al clima più caldo da quando Homo Sapiens ha mosso i suoi primi passi. A quel punto, non saranno più arrestabili processi dannosi come la fusione dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari, l’acidificazione degli oceani, l’inaridimento dei terreni. A quel punto, nel giro di poco tempo la Terra diventerà inabitabile. Da queste “semplici” constatazioni, suffragate nella prima parte del libro dalla rassegna di una quantità sterminata di dati e fatti inoppugnabili, Wallace-Wells prende avvio per condurre il lettore, nella seconda parte (ancora più interessante), a una fitta serie di riflessioni socio-politiche, e persino filosofico-esistenziali, legate al tema dell’imminente collasso. Perché è così difficile “narrare” il cambiamento climatico? Perché il capitalismo rischia di collassare insieme al clima? Perché non sarà la tecnologia a salvarci? Perché, sul piano politico, la scelta rischia di ridursi tra un Leviatano climatico e il caos? Come la crisi all’orizzonte sta portando alla diffusione di un pensiero scettico che ripudia la narrazione plurisecolare delle sorti umane magnifiche e progressive? Cos’è l’eco-nichilismo?

Il Next Big One

A guardare lontano, dal canto suo, è anche Quammen, se è vero che col suo “Spillover” ha predetto, di fatto, la pandemia di Covid-19. Argomento del ponderoso saggio sono le zoonosi, ovvero le malattie infettive generate dal salto di specie che un patogeno (virus, batteri e altri) compie da un animale all’uomo (spillover, appunto). Le zoonosi, riflette Quammen, esistono da sempre, perché da sempre uomini e animali condividono lo stesso pianeta. Solo che negli ultimi tempi si sono manifestate con frequenza sempre maggiore, e con effetti sempre più nefasti. Quammen ricostruisce, come un detective, le dinamiche delle principali zoonosi emerse negli ultimi decenni, alcune note, perché hanno fatto parecchi danni, e altre meno, perché il caso ha evitato che ne facessero: influenza aviaria, Hendra, Nipah, Ebola, SARS, AIDS. Come in un avvincente romanzo d’avventura, usando un linguaggio spesso più simile a quello narrativo che saggistico, Quammen trascina il lettore da un centro di ricerca all’altro, da un luogo del pianeta all’altro, facendogli fare la conoscenza dettagliata di “ospiti serbatoio” (gli animali dove il patogeno di turno si nasconde senza fare danni) e “ospiti di amplificazione” (dove il patogeno si moltiplica e si prepara ad assaltare l’uomo): ratti, zecche, zanzare, pipistrelli, cavalli, maiali, scimmie. Alla fine di questo vorticoso giro del mondo, la conclusione è che le zoonosi non sono un accidente, una calamità che ci capita tra capo e collo, ma precise conseguenze delle azioni umane: crescita demografica incontrollata, urbanizzazione, distruzione degli ecosistemi, allevamenti intensivi, globalizzazione. Leggendo Quammen viene da pensare che forse nemmeno il collasso climatico preconizzato da Wallace-Wells farà in tempo ad avverarsi, o meglio saremo noi che non faremo in tempo a vederlo, perché a ucciderci tutti come mosche, molto prima, sarà il Next Big One, la prossima malattia infettiva che si diffonderà su scala globale, rispetto alla quale quella scatenata dal nuovo coronavirus potrebbe apparire come una banale influenza: è sufficiente che il lancio di dadi rappresentato dalla selezione naturale – valida anche per virus e batteri – porti allo sviluppo di un patogeno la cui trasmissibilità e la cui mortalità si combinino nel giusto equilibrio, e la frittata sarà fatta. Pur non potendo prevedere con sicurezza né dove né quando avrà origine, quel che appare certo ai maggiori esperti, spiega Quammen, è che il Next Big One sarà una zoonosi.

Game over?

C’è una parola che meglio di altre sembra trasmettere l’essenza di tutti e tre saggi, ed è la parola crisi. Quella della specie cui apparteniamo. Mai, nel corso della sua storia (duecentomila anni), Homo Sapiens si è trovato a correre i rischi che corre oggi: da quello di diventare l’irrilevante schiavo delle tecnologie da lui stesso create, a quello di ritrovarsi a vivere su un pianeta reso inabitabile dalle sue stesse azioni distruttive, a quello di perire a causa di una terrificante pandemia provocata dalle medesime. Ed ecco che la parola crisi lascia il posto alla parola collasso, e la parola collasso alla parola estinzione. Finirà così? Game over? 

Con l’ottimismo della volontà, tutti e tre gli autori cercano, alla fine, di lasciare aperto uno spiraglio alla speranza. “Gli sforzi e le scelte ponderate dei singoli possono avere grande importanza al fine di scongiurare la catastrofe”, scrive Quammen. “Datemi pure del pazzo, o meglio ancora dell’ingenuo, ma io penso ancora che possiamo farcela”, scrive Wallace-Wells. “Qual è lo scopo di provare a immaginarsi il futuro se non deviarne la traiettoria almeno un po’?”, scrive Harari. 

L’eccezionalità di Homo Sapiens è data dalla capacità di usare un linguaggio verbale articolato, che ha permesso ai membri della specie di cooperare più di quanto qualunque altra, vissuta e vivente, abbia mai fatto. È questo che ci ha permesso di “conquistare il mondo”. Ci permetterà anche di salvarlo?

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