Cronaca di una vicenda italiana


10 Ago , 2020|
|Sassi nello stagno

 Il ponte di Genova: dal crollo del Morandi all’inaugurazione del San Giorgio, una vicenda che evidenzia una volta di più la problematicità della relazione tra condotte istituzionali e individuali, da una parte, e spirito pubblico, dall’altra. Vicenda, ovviamente, lunga e complessa: qui limitiamoci a porre in sequenza alcuni fatti, noti e meno noti, e anche alcune persone, appartenenti alle élite della politica, dell’imprenditoria, della cultura italiana.

 Cominciamo dalle persone: pur nella baraonda del sistema Italia, le persone fanno – o possono fare – la differenza, nel bene come nel male.

 Il (vecchio) ponte Morandi era consegnato, come sappiamo, alla responsabilità di Atlantia, governata dalla famiglia veneta Benetton. Il contratto di concessione, farraginoso e lunghissimo, era alquanto vantaggioso per i Benetton. Ma gli uomini di Atlantia – e, in primis, la famiglia – erano affidabili? I Benetton erano – e sono – ottimamente introdotti nei circuiti del potere. La ricchezza, da essi astutamente cercata e conquistata, è stata per tanto tempo come occultata dall’immagine multicolor abilmente costruita per il marchio ‘Benetton’ dagli scatti ‘politicamente corretti’ (e anche di più) di Oliviero Toscani: tanti bei messaggi lanciati al mondo dei consumatori, messaggi pacifisti, mondialisti, antirazzisti, immigrazionisti, e però funzionali nei fatti ad accrescere il fatturato lucidamente perseguito attraverso una politica aziendale altamente speculativa. Se si considera quanto appena osservato non ci si dovrà stupire se qualche mese fa i vertici delle ‘Sardine’ visitavano ufficialmente la fondazione Fabrica di Treviso dove si facevano fotografare sorridenti insieme a Luciano Benetton e a Toscani. Dall’altra parte del mondo, e ben prima del crollo del ponte, l’immagine della famiglia appariva alquanto diversa. Agli inizi degli anni Settanta i Benetton acquistavano la Compañía de Tierras Sud Argentino: quasi un milione di ettari abitati da sempre da famiglie appartenenti alla tribù Mapuche. Qui l’immagine multicolor spesa in Europa sbiadisce, anzi si oscura di colpo; e Luciano Benetton non aveva remore nell’attivarsi con decisione al fine di scacciare dalle terre dei loro antenati quegli indios in favore dei quali si prodigavano in tanti, anche il Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquival. Luciano replicava duramente: i Benetton erano divenuti legittimamente proprietari e aggiungeva che in ogni dove «la proprietà è necessaria». Ma in tutto ciò vi è coerenza? O, meglio, che dire di chi, in un Continente, si dichiara retoricamente liberal e inclusivo, in un altro si conduce secondo un approccio neo-colonialista?

 Ora, tornando a Genova, vi è che la famiglia Benetton, direttamente o a mezzo dei suoi amministratori, aveva la responsabilità della cura di un ponte ormai consunto e che da tempo avrebbe dovuto essere manutenuto. Responsabilità elusa totalmente con le conseguenze che conosciamo e, anche, con la connivenza dello Stato che avrebbe dovuto valutare e non l’ha fatto (o non l’hanno fatto gli uomini del potere, rappresentanti delle istituzioni). E qualcuno si ricorderà, certamente i parenti delle vittime, che, a distanza di ventiquattro ore dal crollo, la famiglia organizzava un party radical-chic a Cortina: cento invitati sul prato della villa cortinese di Giuliana Benetton. E i parenti delle vittime avranno certamente notato che, nonostante tutto, nell’orgoglioso Veneto di Luca Zaia, Alessandro Benetton è il potente presidente di Fondazione Cortina 2021, l’ente organizzatore dei prossimi campionati del mondo di sci alpino, con una gran parte anche nell’organizzazione delle Olimpiadi del 2026. I parenti delle vittime allora si saranno doluti che il (nuovo) ponte, il ponte San Giorgio, sia stato consegnato ancora alla gestione di Atlantia e, però, non si saranno stupiti più di tanto: una consegna giuridicamente ineccepibile, ma chi aveva perso, per l’incuria di Atlantia, un genitore, un coniuge, un figlio, un fratello, si sarebbe aspettato che i Benetton non solo fossero stati estromessi da tempo, ma anche tempestivamente processati e, accertate le (loro) colpe, condannati. Il minimo che si può dire è che, in questa vicenda, lo Stato ha fatto l’ennesima brutta figura.

 Il 19 agosto 2018 il ponte si spezza. Cinque giorni dopo si affaccia sulla stampa internazionale l’archistar e senatore a vita Renzo Piano: annuncia di voler offrire gratuitamente a Genova il suo progetto per un nuovo ponte. Nove giorni dopo, il 28 agosto, si presenta al Presidente Toti: ha con sé il progetto, anzi addirittura il plastico del ponte. Ribadisce che è un dono alla Città, per lui un dovere perché è un senatore della Repubblica. Con ciò può esser sembrato – o si desiderava che apparisse –  tutto sistemato: un’opera che avrebbe fatto dimenticare il Morandi, un grande genovese quale suo inventore, da realizzare a tempo da record, una rivoluzione burocratico-cantieristica, un modello per il futuro, il modello Genova. Ognuno potrà interpretare come crede: verità istituzionale o mera narrazione istituzionale? Certo è che lo zelo e la tempestività di Renzo Piano hanno evitato ogni discussione sul che fare; e ciò non deve essere dispiaciuto alla politica che si è sentita quasi protetta, assicurata dal prestigio del senatore-archistar avvertito quasi come un genio rinascimentale. Non si sono nemmeno prese in considerazione le pur possibili alternative. Per esempio, non molti sanno che veniva depositata in Procura una petizione sottoscritta da molti tecnici a sostegno della ricostruzione del vecchio ponte: il nuovo sarebbe costato tanto di più e non avrebbe offerto alcun concreto miglioramento in termini di sicurezza. Sarebbe poi stato così? Quel che si può dire è questo: l’abbattimento aveva in sé una valenza simbolica, quasi purificatrice; e avrebbe offerto un’occasione celebrativa che i dirigenti politici non avrebbero mancato di sfruttare al fine di catturare consenso. Così si è anche derogato senza eccessive remore alle disposizioni del DM Infrastrutture del 5 novembre 2011. La conseguenza è che oggi si può percorrere il ponte San Giorgio non più a 90, ma a 80 Km/h; e si è preferito, per far presto, di non migliorare il raccordo tra ponte e strada. Più di tutto, ha avuto pregio l’obiettivo di recuperare al più presto di fronte all’opinione pubblica e di dimostrare l’efficienza del Paese: della sua amministrazione, della sua capacità progettuale, delle sue imprese edili. Però, però il vecchio Morandi era rovinato cagionando la morte di quarantatré innocenti; e la struttura era in pericolo da molti anni, ma nessuno lo aveva veramente gridato, né Atlantia, né la P.A. statale e regionale, né il genovese Renzo Piano.    

 Il simbolismo si è sublimato davanti a tutta l’Italia (e, nelle intenzioni, anche al mondo) con l’inaugurazione del ponte San Giorgio: si sarebbe voluto far di più, trasformare l’evento in una festa, particolarmente dai dirigenti politici. Poi, all’ultimo, si è preferito contenersi un po’ per le forti critiche mosse alla manifestazione dal comitato dei parenti delle vittime. Il pomeriggio del 3 agosto sono, però, convenuti, dinanzi al nastro tricolore, tutti i vertici istituzionali: discorsi piuttosto d’occasione, qualcuno viziato da toni narcisistici, di autoelogio che non sono sfuggiti a più di qualche analista che ha parlato di spot elettorale o governativo. Molto soddisfatto Renzo Piano. C’è in tutti il ricordo delle vittime, ma qualcuno potrebbe aver avuto l’impressione che si sia trattato di un atto quasi dovuto. Solo Mattarella riteneva di ricordare che la tragedia aveva i suoi responsabili; ma glielo avevano chiesto, forse imposto, i parenti delle vittime. Le frecce tricolori chiudevano il pomeriggio disegnando in cielo la croce di San Giorgio. Forse qualcuno si sarà domandato perché mai Mattarella, Conte, Casellati non abbiano avvertito la necessità di farsi presenti in Lombardia durante i giorni tragici del Covid; sarebbe stato necessario, un atto istituzionale necessario, cioè un dovere da adempiere e, tuttavia, non adempiuto. Forse se lo saranno domandato, insieme a tanto d’altro, anche i parenti delle vittime che hanno deciso di disertare la cerimonia. La presidente del comitato, Egle Possetti, spiegava che si avvertivano un poco estranei: «questo ponte non ci appartiene». Ai parenti scrivevano una lettera di solidarietà settantacinque vigili del fuoco, quei pompieri che si erano prodigati, esponendosi a gravi rischi, per salvare vite e recuperare corpi, il 19 agosto 2018: «non c’è nulla da celebrare», questo l’incipit della lettera. Il nuovo ponte di Genova: una passarella in cui molti sono saliti? Così ancora Egle Possetti che se la prendeva, con queste parole, anche con Matteo Salvini che in giugno vi era salito sorridente e vestito da capo-cantiere. Se si crede alla statistica, vi è da dire che il 54% degli italiani avrebbe sentito «rabbia e tristezza» in occasione dell’inaugurazione. L’ultima notizia è questa: Atlantia avrebbe rotto le trattative con la Cassa depositi e prestiti: «Pronta a vendere tutta Aspi (cioè Autostrade per l’Italia s.pa.) al miglior offerente» (Sole-24 Ore). Fermiamoci qui, meglio.

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