Taglio dei parlamentari: le bugie della propaganda pro e contro


13 Ago , 2020|
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A settembre si vota. Suppletive, consigli comunali e regionali da rinnovare, governatori e, tra le altre cose, un referendum costituzionale. Non proprio un dettaglio, tutto sommato, visto che si tratta di confermare o respingere il taglio di oltre un terzo dei parlamentari. Eppure nel dibattito, più ideologico che politico, cui si sta assistendo per una simile riforma traspare una certa superficialità. Forse voluta, forse inconsapevole. Ma il fatto è che le campagne dei favorevoli e dei contrari trasudano imprecisioni, quando non vere e proprie bugie.

In Italia attualmente sono eletti 945 parlamentari. 630 Deputati e 315 Senatori. A essi si aggiungono poi i Senatori a vita (5 quelli attualmente in carica), che comunque non vengono toccati da questa revisione costituzionale. Il totale complessivo è di 950. Se il referendum avesse esito positivo si scenderebbe a 600 rappresentanti. 400 alla Camera, 200 al Senato.

E su questo sostanziale ridimensionamento si contrappongono le diverse visioni. Per alcuni è un pericoloso attacco alla democrazia parlamentare. Per altri è un efficientamento del sistema.

In entrambi i casi si tratta di inesattezze concettuali.

Chi pensa che riducendo il numero degli eletti si ridurrà il numero dei propri rappresentanti al parlamento o ignora o fa finta di non sapere che in Italia non esiste il vincolo di mandato. Per tanto chiunque venga eletto in un singolo collegio non rappresenta solo le persone che lo hanno votato o solo gli elettori di quel territorio. Egli è, come scritto nell’articolo 67 della Costituzione, rappresentante di tutta la nazione. Il fatto che diminuiscano le poltrone influenza solo il numero di voti necessari per ottenere il seggio.

Per questo sarà sicuramente necessaria una revisione dei collegi elettorali, ma in nessun modo verrà meno la rappresentanza popolare. Così come non ci sarà alcuna certezza di avere un’istituzione più efficiente. Come infatti si apprende sin dai capitoli iniziali di tutti i manuali di politica e di diritto, l’efficienza di un sistema parlamentare non si valuta dal numero degli eletti, ma dal comportamento delle diverse forze politiche. E la responsabilità di scegliere quale delle tante in competizione premiare è e resta solo ed esclusivamente degli elettori.

Non c’è nessun attentato alla democrazia, dunque. Nulla garantisce o impedisce a i partiti di ottenere almeno uno scranno nell’assemblea. Perché come il numero di voti ottenuti si tramuti in seggi dipende dal metodo di calcolo stabilito nella legge elettorale. Che, tuttavia, non è oggetto del referendum in questione.

Il che spiega come possano altri grandi paesi, anche più popolosi, avere una democrazia ottimamente funzionante pur eleggendo meno parlamentari degli italiani. Questa infatti è un’altra delle falsità che vengono raccontate dalla propaganda. Cioè che con questa riforma si vedrebbe stravolta la proporzione tra elettori ed eletti.

Per avere qualche riferimento, in Italia siamo 60.238.522. In Spagna circa 47 milioni. Solo che lì il parlamento, bicamerale e con entrambe le camere elettive, come il nostro, conta complessivamente 615 rappresentanti.

Oltralpe, 68 milioni di francesi eleggono 577 deputati all’Assemblea Nazionale, mentre i 348 senatori non sono scelti con suffragio diretto. Cioè non li vota il popolo. In Francia però c’è un sistema presidenziale, con funzionamento significativamente diverso dal nostro.

Più consono è il paragone con la Germania. Il sistema tedesco è parlamentare come in Italia. E ci sono due camere, una delle quali (il Bundesrat) anche in questo caso non elettiva. Gli oltre 82 milioni di abitanti sono quindi rappresentati al Bundestag da 709 membri. Discorso simile per il Regno Unito, che ha una popolazione quasi pari a quella francese (67 milioni e mezzo circa) e il Palazzo di Westminster diviso tra Camera dei Comuni e Camera dei Lord. Il totale per le due camere sarebbe di 1423 membri, ma i 773 lords non vengono scelti dai cittadini. Alcuni sono addirittura ereditari. Per tanto i veri rappresentanti del popolo sono 630.

Ancora più eloquente è poi il confronto con l’intera Unione Europea. I 27 paesi membri contano, secondo l’Eurostat, 447 milioni di abitanti. Al Parlamento Europeo siedono 705 rappresentanti.

Numeri che evidenziano come in Italia una riduzione a 600 parlamentari non disallineerebbe affatto il sistema dalla media degli altri paesi. Al più si possono ritenere questi ultimi più bravi di noi, ma questa non è una notizia, nel contenere gli sprechi della politica. Tesi tutta da dimostrare all’atto pratico, ma sufficiente di per sé a far sbandierare un’altra sciocchezza, questa volta da parte di chi è favorevole alla riforma. Cioè il taglio dei costi dei politici.

Da più parti si possono leggere dimostrazioni che il risparmio pro capite annuo per gli italiani sarebbe minimo. E sono tutte veritiere. “Meno di un caffè al giorno” è il mantra ripetuto. Virgola più, virgola meno, l’equivalenza e giusta. Meno stipendi, diarie e rimborsi vari fanno velocemente presa nell’immaginario collettivo. Anche grazie alla pessima nomea dei politici. Ma di certo tagliare i parlamentari non risanerà le casse dello stato.

La domanda ora però sorge spontanea: questa riforma allora a cosa serve?

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