NO al referendum confermativo di settembre. Un voto politico: la Costituzione va attuata, non demolita pezzo dopo pezzo


26 Ago , 2020|
|Visioni

La vera posta in gioco di questa ennesima partita referendaria, l’obiettivo reale è l’impianto egalitario, solidaristico e genuinamente democratico della Costituzione repubblicana. L’attacco all’assetto istituzionale è solo il primo passo. Se si afferma definitivamente l’idea che la Carta — la Legge Fondamentale — è un problema da risolvere e non un progetto di società da realizzare, la strada per la definitiva cancellazione di ogni conquista sociale del movimento operaio sarà spianata e il ritorno al lavoro servile per quasi tutti è ciò che ci aspetta alla fine della corsa: lavoro scarso, precario, povero e senza nessuna prospettiva di concreto miglioramento per la maggioranza della popolazione e tutta la ricchezza che si concentra nella mani di pochi privilegiati (ricchi e super-ricchi)

La questione della rappresentanza, come sappiamo, è il tema concreto messo in gioco da questa ennesima riforma costituzionale.

Tuttavia, a mio avviso, è fondamentale capire che le ragioni del NO vanno difese e sostenute, andando al di là della singola e specifica questione.

Il punto nodale, insomma, non è solo ed esclusivamente capire se — al netto dei senatori a vita — sia meglio avere 600 parlamentari o 945.

Dirimente è capire bene quale sia la vera posta in gioco, ovvero lo spazio democratico (= il controllo delle istituzioni democratiche) e le politiche concrete che per mezzo di queste istituzioni si possono realizzare.

Non è un caso che il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale metta espressamente in correlazione questo progetto di riforma con i precedenti tentativi, già bocciati dal popolo sovrano, e con la necessità di reintrodurre nel sistema una legge elettorale di tipo proporzionale puro:

«Il taglio dei parlamentari è motivato da un’esigenza di ridurre i costi (obiettivo che non richiede una riforma della Costituzione), ma in realtà è un paravento che serve a scaricare solo sul parlamento le responsabilità della crisi di funzionamento di tutto il sistema democratico italiano.

L’ordinamento democratico della Repubblica è fondato sulla centralità del Parlamento quale luogo della rappresentanza delle istanze, delle culture e degli interessi dei cittadini italiani.

Tagliando così drasticamente il numero dei parlamentari si incide sulla capacità dei cittadini di essere rappresentati e sulla loro partecipazione attiva.

Per riequilibrare gli effetti del taglio dei parlamentari ora si vorrebbero introdurre altre modifiche alla Costituzione.

Tuttavia queste modifiche ipotetiche non correggono gli errori e gli effetti del taglio dei parlamentari e per di più è buio pesto sulla legge elettorale, che noi ribadiamo deve essere proporzionale e garantire ai cittadini il diritto di scegliere direttamente i propri rappresentanti per chiudere la fase dei nominati dai capi.

Il taglio dei parlamentari sommato alle norme elettorali in vigore apre una ferita nella capacità di rappresentare i cittadini, i territori, le posizioni politiche esistenti nel paese e di fatto crea per legge una maggioranza parlamentare che potrebbe avere in futuro i numeri anche per cambiare da sola la Costituzione.

L’obiettivo del taglio dei parlamentari e di un esasperato maggioritario è un Parlamento più piccolo ma ancora più obbediente ai capi».

Se non fosse ancora chiaro, il punto politico è questo: l’attacco all’impianto costituzionale viene condotto, da anni, sul versante dell’assetto istituzionale (Parte II – Ordinamento della Repubblica) ma con la finalità di ulteriormente rafforzare e presidiare quel dominio culturale che ha già sostanzialmente cancellato i principi ispiratori della Carta, riducendoli di fatto a lettera morta.

Lo scopo ultimo è questo: avere pochi parlamentari, facilmente controllabili — N.B. su questo, il sistema elettorale maggioritario ha già inciso moltissimo — da dirigenze che a loro volta rispondono al potere economico che ne finanzia le attività, in una prospettiva politica in cui lo Stato è una macchina che deve costare il minimo indispensabile a servire l’unico interesse da tutelare: quello della minoranza più ricca.

Si tratta, in sostanza, della realizzazione concreta — e attuata alla luce del sole ormai da qualche decennio — del famigerato Piano di rinascita democratica della P2 di cui appare doveroso pubblicare quantomeno l’estratto relativo alla riforma costituzionale che stiamo andando a votare, giusto per fare notare quanto sia tutto chiaro e perfettamente leggibile, se solo si avesse tempo, modo e volontà di andare a verificare in dettaglio:

È appena il caso di ricordare, in tutto questo, che l’Italia è pur sempre uno dei Paesi più ricchi del mondo (ottava economia mondiale per PIL nominale) e che il più grande problema economico di questo Paese è, piuttosto, l’ineguale distribuzione della ricchezza.

Nel grafico in foto è del tutto evidente come la torta sia quasi tutta ad esclusivo appannaggio delle minoranze più ricche (area azzurra: il 20% più ricco, che tiene per sé quasi i 3/4 della ricchezza + il 20% successivo, che ne ha circa 1/6), mentre alla maggioranza della popolazione restano solo le fette più piccole (area grigia: il 40% successivo, che ha circa 1/8 della torta) e per un quinto della popolazione, giusto qualche briciola (area gialla: il 20% più povero, che ha poco più di un 1/100 della ricchezza nazionale):

Domanda retorica: è questa la «Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (art. 1 Cost.) che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo […] e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2 Cost.)?

E ancora (artt. 3, 4, 11, 13, 27, 32, 34, 35, 36, 37, 38, 41, 42, 43, 47 e 53 Cost.):

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge […]. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3 Cost.).

«La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (art. 4 Cost.).

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (art. 11 Cost.).

«La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva» (art. 13 Cost.).

«La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte» (art. 27 Cost.).

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana» (art. 32 Cost.).

«La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso» (art. 34 Cost.).

«La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero» (art. 35 Cost.).

«Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi» (art. 36 Cost.).

«La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione» (art. 37 Cost.).

«Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera» (art. 38 Cost.).

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali» (art. 41 Cost.).

«La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità» (art. 42 Cost.).

«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale» (art. 43 Cost.).

«La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese» (art. 47 Cost.).

«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53 Cost.).

Questo era, in estrema sintesi, il progetto di società delineato in Assemblea Costituente: uno Stato sociale di diritto ad economia mista, con un ruolo centrale del settore pubblico che non si limita a riconoscere un’ampia gamma di diritti e garanzie ma si dà il compito fondamentale di promuoverne le condizioni per l’effettivo esercizio, concretamente e attivamente rimuovendo tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che risultino di impedimento.

Ed è esattamente nella cornice di questo impianto costituzionale egalitario e letteralmente democratico (nella sua accezione di equilibrio tra poteri e società del benessere diffuso e generalizzato), che si è storicamente prodotto il più grande avanzamento sociale e normativo di cui oggi, purtroppo, restano solo sparute tracce, tutte pesantemente sotto attacco:

«Democratizzazione dell’organizzazione del lavoro e lotta per il salario costituiscono gli assi principali delle rivendicazioni operaie del biennio 1968–1969.

Le piattaforme di lotta sul salario comprendono la riduzione delle differenze salariali tra operai e impiegati, il sistema delle qualifiche con il riconoscimento degli scatti automatici per gli operai comuni, l’abolizione delle gabbie salariali per eliminare le diversità di trattamento economico tra gli operai del Sud e quelli del Nord.

La spinta egualitaria che guida le rivendicazioni operaie si arricchisce di contenuti che travalicano gli aspetti economici e coinvolgono la condizione del lavoratore nei luoghi di lavoro. In questo vasto spettro di rivendicazioni prendono forma le lotte per la riduzione dell’orario di lavoro e per l’abolizione del cottimo.

Matura nella coscienza operaia la necessità di superare gli steccati tra fabbrica e società, unendo gli obiettivi nei luoghi di lavoro con una politica di riforma della società.

La sfida ai meccanismi di comando nella fabbrica si allarga alle strutture della società, dalla scuola alla divisione tradizionale dei ruoli familiari.

I risultati di questa ondata di proteste premieranno gli sforzi e la combattività della classe lavoratrice: i contratti di lavoro siglati al tramonto del cosiddetto “autunno caldo” riconosceranno la riduzione a 40 ore dell’orario di lavoro, una soglia che non è stata ancora ritoccata.

Sul fronte salariale si assiste a un incremento del salario reale e di quello relativo.

Dal 1970 al 1974 il salario reale aumenta del 21,8%, con un ritmo addirittura superiore rispetto a quello registrato nel ciclo 1960–1962.

La crescita dell’inflazione, dovuta solo in parte alle ricadute dell’aumento dei salari sui prezzi, avrà un effetto opposto a quello auspicato dal fronte padronale.

Il meccanismo della scala mobile mette al riparo il potere d’acquisto dei lavoratori grazie all’indicizzazione del salario sul costo della vita e la pressione salariale aumenterà anziché regredire.

La caduta della quota profitti e la crescita imponente del salario inducono il fronte padronale a ricercare nuove strategie per limitare l’offensiva operaia, che per la prima volta dal dopoguerra rischia di sovvertire i rapporti di forza nella società.

Il protagonismo del movimento operaio del decennio Sessanta avrà un ruolo indelebile per il progresso materiale e civile della democrazia italiana.

Lo Statuto dei lavoratori e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale all’alba del decennio Settanta costituiscono il lascito di una grande stagione di lotte, che da lì in avanti sarà il bersaglio di un attacco frontale scagliato nei luoghi di lavoro e nelle stanze del potere» .

(Basta salari da fame! – Marta e Simone Fana, 2019).

Moratoria immediata dei continui attacchi alla Costituzione repubblicana. Progetto politico di legislatura per l’attuazione della parte programmatica della Carta. Due priorità su tutte: 1) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini; 2) garantire in ogni caso a tutte le persone un’esistenza libera e dignitosa

La controffensiva reazionaria e padronale della classe dominante inizia già sul finire degli anni Settanta del secolo scorso e usa un’arma propagandistica che si è rivelata di straordinaria potenza: l’etica del sacrificio per il bene comune.

È datata 24 gennaio 1978 la storica intervista, rilasciata dall’allora segretario della CGIL, Luciano Lama, al direttore del quotidiano La Repubblica, Eugenio Scalfari, con un titolo che dice già tutto: “Lavoratori stringete la cinghia”.

Gli argomenti di allora sono sempre gli stessi da oltre 40 anni.

Austerità, moderazione salariale (come leva per lo sviluppo economico), lavoro usa e getta, diritti dei lavoratori descritti come privilegi, ogni evento ciclico di crisi economica usato, in ultima analisi, per affermare il principio guida del processo di accumulazione capitalista che abbandona ogni istanza solidaristica: lavorare sempre di più, guadagnare sempre di meno.

Una prospettiva, questa, che non è solo il ribaltamento letterale di un noto e felice slogan del movimento operaio (“lavorare meno, lavorare tutti”), ma anche e soprattutto il segno tangibile del prevalere delle posizioni più retrive, nel campo sedicente liberale, se solo si considera che John Maynard Keynes, in un suo scritto del 1930, ipotizzava turni di lavoro con orario giornaliero di 3 ore, per 15 ore complessive settimanali: con lo sviluppo tecnologico che veniva utilizzato per garantire ai lavoratori più tempo libero, senza sacrificare ovviamente i livelli minimi salariali.

E non è affatto casuale che questa etica del sacrificio (dei lavoratori) si accompagni alla mistica della meritocrazia, come strumento di legittimazione delle diseguaglianze:

«Il problema è che, a fronte di una élite di vincenti, “la maggioranza sarebbe spinta al margine della loro società”, verso lavori sotto-qualificati e sottopagati.

E non potranno lamentarsi.

Nella gara meritocratica, chi vince è il migliore e loro non hanno vinto».

In un certo senso è come se quella promessa di “illusoria felicità” che impedisce al popolo di raggiungere la “felicità reale, di cui Marx parla nel noto passaggio critico sulla religione come oppio dei popoli, abbia assunto una dimensione immediata e terrena nell’accettazione dei risultati della competizione di mercato come unica misura di tutte le cose.

Si accettano, in altri termini, condizioni di vita e di lavoro infernali — servili, senza prospettive e gravate dalla macchia indelebile del debito pubblico, nuovo “peccato originale” — in nome di quella ipotetica possibilità di vincere la gara e accedere così al paradiso del lusso e del potere.

Ma quante sono in concreto queste possibilità di vincere la gara?

Meno di una su un milione, se prendiamo come riferimento il dato italiano della classifica dei miliardari di Forbes: 36 persone su 60 milioni, per l’esattezza.

Letteralmente una lotteria.

Osservando i dati della ricchezza aggregata — la torta che va tutta o quasi alla minoranza più ricca, mentre la maggioranza si affanna per dividersi le fette più piccole e spesso le briciole — abbiamo già visto (e non dobbiamo mai dimenticare) che questo preteso “bene comune” per cui i lavoratori devono sacrificarsi e “stringere la cinghia” significa, in realtà, che quasi tutti devono fare una vita massacrante per permettere a pochissimi di vivere nel lusso, godendo di ricchezze che, in concreto, non si potrebbero consumare nemmeno vivendo tre o quattro secoli.

I dati ISTAT sulla ricchezza nazionale effettiva evidenziano, in particolare, che la sola ricchezza mobiliare (4.374 miliardi – dato 2017) è pari quasi al doppio del mostruoso debito pubblico italiano (2.329 miliardi – stesso anno) che, secondo la vulgata propagandata negli ultimi anni, impedirebbe qualunque politica di intervento pubblico e imporrebbe anzi di tagliare ulteriormente il personale e la spesa pubblica già ridotta ai minimi termini (soprattutto col c.d. blocco del turnover).

Questo significa che, in linea di massima (e iperbolicamente), il debito pubblico italiano si potrebbe azzerare col proverbiale tratto di penna — senza nemmeno toccare i patrimoni immobiliari, e lasciando comunque oltre 2mila miliardi di ricchezza mobiliare in avanzo — se solo lo si volesse mettere a carico dei più ricchi, invece di pretendere che i sacrifici li facciano sempre e solo i lavoratori, con tutti i peggioramenti delle condizioni di vita e di lavoro che si sono registrati nel corso degli ultimi decenni.

Più realisticamente e con un sacrificio minimale, si potrebbe chiedere un contributo di solidarietà ai più abbienti che sarebbe assai più equo — oltre che perfettamente conforme ai valori costituzionali (cfr. artt. 2, 3 e 53 Cost.) — del più volte praticato incremento dell’IVA, regressivo in quanto colpisce di più chi ha di meno.

Un prelievo fiscale solidaristico dell’1%, sulle sole ricchezze mobiliari, garantirebbe infatti 43 miliardi (ai valori del 2017) per il primo anno e complessivamente oltre 200 miliardi nel quinquennio di una legislatura che si volesse porre come suo obiettivo immediato e prioritario l’attuazione di un programma costituzionale di riforme sociali egalitarie, rivolte al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza.

In altre parole, sarebbe sufficiente un “sacrificio” pari a 10 euro l’anno, per ogni migliaio di euro di ricchezza mobiliare accumulata, per ridare finalmente un po’ di speranza a questo Paese:

  • massiccio investimento in strutture e personale nei tre settori centrali e strategici del comparto giustizia, istruzione e sanità;
  • gestione interamente pubblica delle principali reti e infrastrutture (stradale, ferroviaria, idrica, elettrica, telecomunicazioni, etc.);
  • legge sul salario minimo legale e sul reddito minimo garantito (da erogare immediatamente a chiunque faccia domanda di assunzione ai nuovi servizi di collocamento a gestione interamente pubblica);
  • settimana lavorativa di 32 ore con 2 giorni liberi oltre ai festivi e ferie retribuite garantite per almeno 6 settimane l’anno.

Si tratta di un programma solidaristico (art. 2 Cost.) ed egalitario (art. 3 Cost.) minimale che sviluppa al meglio quel principio lavorista (artt. 1 e 4 Cost.), posto a fondamento della Repubblica, il cui senso pieno si coglie negli articoli della Costituzione economica (artt. 35 e ss. Cost.) già richiamati sopra per esteso e che, sostanzialmente, si può riassumere in due punti:

a) rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini;

b) garantire a tutte le persone un’esistenza libera e dignitosa.

Perché è questo il passaggio fondamentale: il lavoro, nell’impianto costituzionale, ha natura strumentale e serve a garantire a tutte e a tutti la libertà, la sicurezza e la dignità di un’esistenza piena e genuinamente umana.

E non è un caso che nella stessa disposizione (art. 36 Cost.) in cui si sancisce che il frutto del lavoro, la retribuzione, deve essere sempre e «in ogni caso sufficiente» a garantire al lavoratore e alla sua famiglia «un’esistenza libera e dignitosa», contestualmente, si pone un limite (normativo) alla durata della giornata lavorativa e si assicura il diritto al riposo settimanale e alle ferie retribuite.

Così come non è casuale il fatto che la disposizione che regola l’attività imprenditoriale privata (art. 41 Cost.) precisa che, in ogni caso, essa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e, soprattutto, che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Come può il mercato — ovvero la competizione tra imprese private il cui scopo istituzionale è, di regola, la riduzione dei costi per massimizzare il margine di profitto — garantire la realizzazione di principi costituzionali quali (cfr. artt. 32, 34 e 38 Cost.) l’istruzione e la sanità gratuite o l’assistenza agli anziani, agli inabili e a chiunque si trovi in stato di disoccupazione involontaria?

Dopo oltre quarant’anni di smantellamento del settore pubblico e di legislazione rivolta sempre e solo a coprire gli interessi di una sola parte (quella che si è accaparrata quasi tutta la torta della ricchezza del Paese), davvero ancora non si capisce che, senza il ruolo equilibratore del settore pubblico, il benessere diffuso è solo un miraggio?

Conoscere e difendere l’impianto solidaristico ed egalitario della Legge Fondamentale della Repubblica e il suo programma di sviluppo della persona umana è essenziale ma, in questo particolare momento storico, è letteralmente di vitale importanza conoscere bene anche l’effettiva ricchezza di questo Paese e il suo assetto distributivo clamorosamente diseguale.

La crisi economica già innescata dalla pandemia di questo sventurato 2020 si annuncia come la più grave degli ultimi cento anni e quello che è stato magistralmente definito come “scaricabarile psicopatogeno”, altro non è che il naturale sviluppo dell’etica del sacrificio a senso unico e della colpevolizzazione preventiva di chiunque osi avanzare il minimo dubbio sulla direzione di marcia (sempre la stessa, mutatis mutandis: «state tutti a casa, non muovetevi, altrimenti ammazzate la nonna. Lavorate moltissimo davanti a uno schermo, non chiedete aumenti di salario, accontentatevi di quello che passa il convento, altrimenti crolla l’economia»).

Avere gli strumenti materiali e di principio per opporre alla solita ricetta di sempre ( = l’ennesimo giro di vite sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza, già fin troppo precarie e penalizzanti) un progetto di società alternativo è il motivo politico che massimamente rafforza, amplifica e circostanzia le ragioni del NO al referendum confermativo del 20 e 21 settembre.

Purtroppo, in Italia, ad oggi non c’è una forza politica di massa che rappresenti in parlamento gli interessi della classe lavoratrice, in una prospettiva che possa essere realmente solidaristica, egalitaria e lavorista nel senso del programma costituzionale che abbiamo più volte specificato ( = natura strumentale del lavoro, il cui fine è quello di garantire a tutte le persone un’esistenza che sia effettivamente libera, sicura e dignitosa).

Ma il fatto che non ci sia una forza politica di massa che rappresenti gli interessi di tutte le persone lavorano per garantirsi la mera sopravvivenza (e poco più, quando va bene), non cancella il fatto che questi interessi esistono e che, pur essendo largamente maggioritari, risultano costantemente sacrificati sull’altare del processo di accumulazione e concentrazione della ricchezza.

Votare NO al referendum confermativo è il modo più semplice e immediato per difendere la Costituzione dall’ennesimo attacco alle sue fondamenta e ai suoi principi ispiratori (rimasti, purtroppo, in larga misura inattuati).

Votare NO al referendum di settembre è, insomma, il modo più semplice per difendere i propri interessi e per pretendere un presente e un futuro in cui sia concretamente assicurato il benessere della maggioranza, non solo quello della minoranza più forte.

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