Crollo dei consumi e mondo del lavoro


2 Set , 2020|
|Visioni

L’abbassamento dei consumi riflette la devastazione del mondo del lavoro e del reddito su cui si innesta la crisi Covid. Le tendenze mainstream devono essere invertite

Confcommercio in una nota sulle variazioni di spesa per i consumi confronta i livelli pro-capite di 5 singoli anni: 1995, 2007, 2013, 2019, 2020. L’attenzione si focalizza sulla discontinuità fra il 2020, l’anno del Covid, ed il periodo precedente. Il messaggio di base è che si assiste ad una contrazione preoccupante rispetto ad un andamento di espansione. Un dato abbastanza prevedibile, vista la quarantena di marzo-maggio, nonché le incertezze sui viaggi ed il restringimento dei redditi. È una preoccupazione rilevante per una associazione di categoria che rappresenta imprese  dei settori commercio, turismo, servizi. In ogni caso lo studio si mostra ottimistico sul ritorno alla « normalità » : le abitudini ai viaggi, al mangiar fuori ecc. sono consolidate ed appena torneranno i soldi ridecolleranno. Chi scrive ritiene che sarebbe lecito avere qualche dubbio in più in merito, ma la questione merita un’analisi più complessa.

Quello che rimane sullo sfondo ma è visibile dalle cifre fornite dallo studio è anche il trend dei consumi pre-Covid. Come mostra la figura 1, se in termini assoluti fra 1995-2019 le spese sembrano galoppare, in termini relativi (cioè come %) la situazione pare assai più deprimente : tutte le categorie restano abbastanza statiche, con oscillazioni di pochi punti percentuali : meno per tempo libero, meno per cura di sé, meno per alimetazione. Aumentano viaggi, mobilità e – soprattutto – spese per l’abitazione.

Crollo dei consumi e mondo del lavoro

Se si guarda ad un altro grafico contenuto nel medesimo studio si vede con maggiore nettezza la crescita delle « spese obbligate », cioè i costi incomprimibili senza serie conseguenze : affitto, bollette, spese sanitarie ecc.

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Quindi circa quattro punti percentuali sono migrati verso le spese di necessità – la cui percentuale è tanto maggiore quanto si è poveri.

Eppure la ricchezza prodotta in Italia è cresciuta : il Pil del paese è passato da 1409 mld a 1615 mld (prezzi costanti in euro del 2010). Nonostante tale incremento la base dei cittadini sempre impoverita. Insomma il crollo odierno dei consumi si innesta su di una tendenza di lungo periodo, la cui intensità va analizzata per capire quanto possa inficiare una possibile ripresa, e che suggerisce che occorre tamponare l’emergenza pensando ma al tempo stesso a migliorare quella « normalità » costituita dal mondo « pre-Covid ».

Ma quanto della ricchezza prodotta è andata in tasca alle classi lavoratrici ? Secondo molte rilevazioni e studi una quota sempre minore. L’importante articolo di Francesco Pastore, vecchio di 10 anni, indicava un salto verso il basso della quota salari di diversi punti fra il 1992-1993:

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Lo studio poneva la correlazione con una caduta della wage share (cioè della fetta di Pil che arriva ai lavoratori) veramente rovinosa con 1) la abolizione della « scala mobile » e 2) la firma del Protocollo di intesa del 1993.

La prima era un meccanismo di indicizzazione dei salari rispetto all’inflazione : se la vita diventa più cara, anche lo stipendio aumenta(va) in misura proporzionale in modo automatico; garantendo tale adeguamento la contrattazione sindacale poteva concentrarsi su altri aspetti (salute, sicurezza, eventuali altri aumenti) avendo già una parte del lavoro già fatto.

Il Protocollo di Intesa del 1993 invece è stato il risultato della concertazione fra sindacati, controparti datoriali e governo dell’estate di tale anno in cui venne stabilita una politica dei redditi funzionale ad abbattere l’inflzione e al « contenimento dei redditi nominali » in  nome della competitività delle imprese e del sistema-paese.

Uno dei principi guida della regolazione del mondo del lavoro diventata la flessibilità. Chi ricorda anche vagamente il dibattito dell’epoca potrà rievocare l’insistenza con cui essa diventava la chiave di volta della modernità sfavillante targata Ue ; nemmeno il tempo di tradursi in provvedimenti effettivi (pacchetto Treu 1997) che si rivelava solo un miserevole abisso di depressione e sfruttamento. Solo a margine notiamo che le date proposte si collocano nella fase di approvazione del Trattato di Maastricht (firma 7.02.1992, ratifica di tutti 1.11.1993) la cui difesa è diventata un punto d’onore di tutte le sinistre di governo, nonché dei sindacati confederali al gran completo.

E, naturalmente, lavoratori più flessibili significa minori retribuzioni.

Di quanto veniva precarizzata l’esistenza ? Secondo i dati EUROSTAT dal 1995 la percentuale di contratti temporanei per la fascia di lavoratori fra 15-64 anni si sarebbe moltiplicata negli anni seguenti , passando da un 5,2% al 13,4% del totale.

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La incisività sulla fascia di giovani (15-24 anni) diventava invece catastrofica, sfondando la metà del totale :

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Una percentuale del 13,4% può sembrare non così incisiva (a parte le fasce giovanili); ma andrebbero fatte diverse altre valutazioni, per esempio quanti di quel 22,8-23% di indipendenti indicati dai dati ISTAT sono precari mascherati da autonomi (come medici che lavorano con partita IVA in ospedali privati per esempio) ?

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E andrebbe anche valutato quanto l’indebolimento delle tutele sul licenziamento illegittimo (cui la riforma di Renzi ha inferto un colpo profondo, recludendo l’obbligo alla riassunzione nella nicchia delle motivazioni gravate da discriminazione) abbia reso contratti indeterminati molto meno solidi, in modo da produrre un effetto di « abbassamenti salari » senza un cambiamento del loro status formale.

Ma a prescindere da ulteriori valutazioni peggiorative del dato presente, la crescita di essi negli ultimi 25 anni è un fattore incontrovertibile.

Non deve stupire che varie associazioni di categoria denuncino il crollo dei consumi : i loro associati si basano su di essi per prosperare. Potrebbe stupire invece la illogicità di chi vedendo tale problema non capisca che una stretta ai salari si traduce in minori consumi, cosa che appare ovvia a chiunque digiuno dalla « triste scienza » (l’economia).

Meno stupore prova chi ha visto molto chiaramente come il sistema ha risposto in passato : sostituendo aumenti salariali con l’indebitamento delle classi subordinate per nutrire il consumo e cercando nuovi profitti con la rendita finanziaria. Il debito delle famiglie ha raggiunto altezze rilevanti, soprattutto nei Paesi Sviluppati (PS), rispetto ai meno finanziariamente scalpitanti Paesi  in Via di Sviluppo (PVS), come mostra l’immagine seguente (dati BIS aggiornati a fine 2019) :

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Si tratta di strategie di corto respiro, avallate dalla accademia più scodinzolante rispetto a tale dogmatica. Negli ultimi dieci anni una imponente opera di divulgazione ha permesso a vasti strati di opinione pubblica di capire quanto tale mistificazione sia infondata, senza però sfondare i muri della « stanza dei bottoni » in modo da cambiare strada. Oggi la crisi dovuta al Covid-19 potrebbe creare fratture ancora più profonde nell’oramai logoro edificio del mainstream, mettendolo di fronte al fatto acquisito che una crescita economica stabile e forte può attuarsi solo basandosi su consumi dovuti alla domanda interna derivante da innalzamenti salariali e da una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta presso le classi lavoratrici. Uno sviluppo costruito sulle fragili fondamenta degli ultimi 30 anni è chiaramente vulnerabile di fronte alle crisi (che detto per inciso si fanno sempre più frequenti in tale modello debiti privati+ profitti finanziari) e quando ciò succede è inutile venire a lamentarsi che c’è il crollo dei consumi.

A proposito, cosa chiede Confcommercio al governo ? Meno tasse e meno burocrazia. Bene, a posto.

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