Scuola: nave senza nocchiere


7 Set , 2020|
| Visioni

“Nave senza nocchiere in gran tempesta”. Non v’è nulla che possa, più di questo celebre verso dantesco, plasticamente immortalare e icasticamente riproporre il grottesco stato in cui versa la scuola all’atto della riapertura settembrina. Una Torre di Babele in cui la confusione degli idiomi garantisce l’incomunicabilità tra gli attori in campo e l’inconciliabilità delle diverse esigenze espresse. Segno tangibile di quanto scrivo è la manifestazione indetta dal Comitato “Priorità alla scuola”, che si terrà il 26 settembre a Roma e alla quale hanno dato adesione tutte le sigle sindacali. Organizzatori e partecipanti reclameranno chiarezza, trasparenza e determinazione sul tema della ripresa delle attività. Esattamente tutto ciò che è mancato in questi mesi.

Il Covid-19 si è stabilmente insediato nel nostro Paese e nelle nostre vite da metà anno, arco di tempo durante il quale avremmo avuto bisogno di una classe dirigente in grado non solo di gestire l’emergenza, ma anche, e forse soprattutto, di programmare la fase di convivenza con il virus e governare il processo di normalizzazione. Nulla di tutto ciò è avvenuto. A regnare sovrana è stata l’improvvisazione, la parola d’ordine è stata “approssimazione”. Quello che, dal ventre profondo della scuola, abbiamo, fin da subito, registrato è stato lo scollamento tra la retorica ministeriale, di stampo propagandistico e dai toni trionfalistici, e l’evidenza empirica di un mondo improvvisamente scosso da moti tellurici e che, da autodidatta, si è visto costretto a reinventarsi umanamente e professionalmente. Poche volte ci è apparso così ampio il divario tra chi, quotidianamente, scendeva in trincea, destreggiandosi tra immani difficoltà, e chi, dai propri pensatoi inargentati, contemplava, appagato, l’ipostasi della didattica a distanza che ha, evidentemente, sede nel proprio personale iperuranio. A questo proposito giova fare un passo indietro per misurare la distanza tra le segrete stanze e la nuda realtà.

È stato impressionante il silenzio che ha accompagnato il licenziamento del Decreto Scuola.
Assordante la passività con cui lo abbiamo accolto e disarmante l’inconsistenza del potere negoziale dei sindacati. Così come inaccettabile è stato il delirio di onnipotenza del ministro della pubblica istruzione, che, incurante dell’interlocuzione con i corpi intermedi e delle obiezioni della classe docente, impose l’obbligatorietà della didattica a distanza.
Lo Stato, mio datore di lavoro, vuole che faccia didattica da casa? Bene. Mi fornisca gli strumenti utili, tutto il corredo di cui necessito per metterla in pratica.
Estenda, ad esempio, il bonus della carta docenti anche ai precari (una timida proposta sotto forma di emendamento c’è stata, ma è stata prontamente stralciata dalla Commissione Bilancio), la cui condizione di disagio esige al pari, se non più, di quella dei loro omologhi di ruolo, (lungi da me l’innescare la contesa intra-categoriale funzionale solo al divide et impera) un sostegno al reddito per l’acquisto di materiale didattico, di un PC e per la sottoscrizione di una connessione internet.
Perché si è dato per scontato che tutti fossero equipaggiati a dovere per la circostanza? I dati, soprattutto per alcune aree del Paese, raccontano di gravi carenze di mezzi, di nuclei familiari densi in abitazioni sottodimensionate, di contese generazionali per guadagnarsi la postazione informatica. Si aggiunga, al quadro di deprivazione materiale, l’assurda pretesa che tutti disponessero delle conoscenze e delle competenze informatico-tecnologiche di base.
Si è provveduto a formare adeguatamente il corpo docente in questi anni? In quale mondo vive questa classe politica che dimostra di essere a digiuno delle condizioni materiali in cui versano i lavoratori e sorda ai loro bisogni? Eppure, malgrado le patenti criticità, di natura logistica, ambientale, emotivo-cognitiva, relazionale, il ministro intonava il peana parlando della dad. Non c’è stato verso. Chiusa la scuola, ha, finanche, rincarato la dose affermando, con parole sibilline, che settembre sarebbe stato il tempo in cui sperimentare nuove forme di didattica. Come in un autentico canovaccio tragico, il timoniere dell’istruzione non ne vuole sapere di invertire la rotta e viaggia a vele spiegate verso la catastrofe. È assurdo come la politica sia solerte nell’innovare, riformandoli in senso peggiorativo, in quei campi in cui bisognerebbe conservare; mentre si rivela conservatrice negli ambiti che andrebbero rivoluzionati. Per chiudere la parentesi buia di ciò che è stato, e che speriamo più non sia, do la mia personale opinione sul tema. L’unico vero insegnamento da trarre dalla didattica a distanza risiede nel comprendere l’imprescindibilità della scuola tradizionale.

L’assenza del pubblico e il ripiegamento nel privato delle proprie stanze hanno determinato la recrudescenza di quegli squilibri e di quelle diseguaglianze socio-economiche che le aule scolastiche, in qualche modo, depotenziano, armonizzando l’eterogenea platea studentesca. Quello che abbiamo imparato è che quando i nostri ragazzi e le nostre ragazze, da studenti titolari di diritti inalienabili, si trasformano in consumatori di sapere, dai privilegi legati alla capacità di spesa dei singoli, a soccombere sono sempre gli ultimi. La “scuola” di questi mesi è stata la prefigurazione distopica del credo neoliberista: ciascuno se la cavi da sé. Se riesce, bene; diversamente, perisca pure nella lotta per la sopravvivenza. Questo sistema non consente agli individui di dispiegare il proprio potenziale liberamente, non crea mobilità sociale, non premia alcun merito. Esso grava di un peso insostenibile i più deboli, li incatena al proprio ineluttabile destino, cristallizza la società in forme cinesi.

 Condotta la nave in porto e archiviato il “male necessario” della dad, si è aperta la grande stagione dell’incertezza per docenti, personale ATA, discenti e genitori. Ci aspettavamo, in quanto docenti, che il trimestre estivo portasse consiglio ai nostri decisori, ma niente da fare. L’estate appena trascorsa si è conclusa esattamente com’era cominciata: con turbe di aspiranti assiepati dinanzi alle postazioni informatiche e intenti a compilare scartoffie digitali in vista della riapertura/aggiornamento delle graduatorie docenti e dell’iscrizione ai concorsi: due note assai dolenti. Tralasciando le questioni relative ai concorsi (criteri di ammissione alle procedure, tempistiche ristrette, ripensamenti sulle tipologie delle prove, problemi tecnici con la piattaforma per le iscrizioni), il vero tallone d’Achille è rappresentato da ciò che il ministro spaccia, diversamente, come proprio maggior vanto: le GPS (Graduatorie provinciali). Digitalizzate le procedure, questa innovazione avrebbe dovuto snellire i tempi, semplificare i processi, essere esente da errori (è noto, un algoritmo non può mica sbagliare!). E invece? Un inferno. La mole di domande pervenuta è stata biblica, l’incertezza sulla compilazione delle domande massima, i sindacati presi d’assalto per le delucidazioni di rito, la piattaforma in panne per diverse ore (o giorni), i criteri di valutazione di titoli e servizi completamente stravolti, con evidenti ripercussioni sulle posizioni degli aspiranti, gli errori nei calcoli dei punteggi diffusi e madornali. Un autentico disastro, frutto di un monologo ministeriale senza contraddittorio, di una pronunciata boria propagandistica e dell’assoluta noncuranza nei confronti di una classe docente, tanto encomiata formalmente, quanto mortificata nella sostanza. I risultati di questa sistematica deminutio a carico della classe docente li vediamo ogni giorno: a marzo qualcuno, partendo dall’assunto che i docenti stessero godendosi una vacanza a spese dei contribuenti, propose che gli insegnanti devolvessero parte del loro stipendio alle regioni. Questo è un Paese tossico, ma talmente tossico che, a docenti trapiantati chissà dove lungo la Penisola e a chissà quanti kilometri da casa, che avrebbero visto il proprio contratto scadere di lì a tre mesi, percettori di un salario inferiore alla media europea, dissanguati da locatori parassiti multiproprietari e spolpati dalle varie compagnie di viaggio ad ogni occasione buona per riabbracciare i propri cari, chiese di rendere i 500 euro di bonus, o parte dello stipendio, alle regioni. Ci rendiamo conto? È lo stesso Paese che spende più di 25 miliardi di euro annui per le spese militari in ossequiosa osservanza degli ordini di Washington; è lo stesso Paese in cui ci sono manager aziendali e amministratori delegati che affamano i dipendenti e che, dopo 15 mesi di lavoro, ottengono una buonuscita di milioni e milioni di euro; è lo stesso Paese in cui c’è gente che incrementa i propri patrimoni con un click, creando dal nulla fantamilioni che non hanno alcuna ricaduta positiva per l’economia reale e per la comunità; lo stesso Paese in cui i colossi del web gettano qualche scellino nella coppola di un ex Stato sovrano che ringrazia accasciato ai margini della strada. È lo stesso Paese che, dinanzi a tutto ciò, ogni giorno, tace; e che, a marzo, reclamava dai docenti il “maltolto”.

E, in qualità di uomini e donne, padri e madri, figli e figlie cosa ci aspettavamo? Che dal ministero giungessero linee guida chiare in tema di ripresa in sicurezza. Anche questa attesa e questa speranza si sono rivelate vane. Ad oggi, migliaia di aspiranti docenti sono in fibrillazione, valigia di cartone alla mano, per conoscere la loro prossima, precaria destinazione; gli studenti e le loro famiglie sono disorientati in attesa di conoscere il destino dei propri figli, nonché il proprio. Sono davvero tante le zone d’ombra e i tasselli ancora da incastrare perché il mosaico prenda forma: fornitura e tipologia di mascherine e banchi, misurazione della temperatura e test rapidi, trasporto, distanziamento fisico, reclutamento del personale, reperimento di strutture in cui, eventualmente, traslocare la didattica, continuità a singhiozzo per via delle norme di prevenzione. E, naturalmente, la didattica a distanza, convitato di pietra, spada di Damocle che, ogni giorno, verrà indicata come dea ex machina, salvifica e risolutiva.

È per uscire da questa spirale mortifera e per riaffermare la centralità della scuola come strumento di emancipazione individuale e collettiva, educazione alla complessità e mobilità sociale che invito tutti a raccogliere l’appello del Comitato “Priorità alla scuola” e a partecipare alla manifestazione del 26 settembre a Roma. Lottiamo contro il modello di scuola-azienda, contro la scuola dell’eccellenza ipocrita che maschera e cristallizza le differenze sociali, contro la scuola del produttivismo che frustra le ambizioni “non produttive” e spegne gli occhi sognanti dei nostri studenti, contro la scuola del competitivismo sfrenato che pianta il seme della discordia ed educa alla lotta per la sopravvivenza. Per una scuola solidale, equa, cooperativa, sicura, libera dal cancro economicistico, al servizio dell’uomo e non dell’impresa.

“Non è dalle quarantene e dalle epidemie che si esce migliori, ma dalle lotte che portano a conquistare diritti e a migliorare la società”. (Priorità alla scuola)

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