L’età dell’oikocrazia – Una lettura del saggio di Fabio Armao


13 Set , 2020|
|Recensioni

Capire il presente è un esercizio tanto difficile quanto necessario. Difficile perché l’oggetto di studio non può essere osservato da una prospettiva esterna e obiettiva, trovandoci noi inesorabilmente immersi in esso, e poi perché gran parte dei processi e degli avvenimenti da analizzare sono ancora aperti e in divenire e il loro senso non può quindi essere colto a posteriori. Tuttavia, sforzarsi di approfondire la complessità del tempo in cui viviamo è necessario se l’umanità vuole farsi anche artefice della propria storia e non soltanto subirla come sua vittima ignara.

L’età dell’oikocrazia di Fabio Armao, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Torino, fornisce un contributo notevole a questa impresa provando a rispondere a una domanda in sé molto semplice ma che non ammette risposte ovvie: dove risiede oggi il potere?

Il punto di partenza dell’analisi è rappresentato dalla constatazione che l’età contemporanea ha visto progressivamente contrarsi l’influenza e il potere degli Stati nazionali, e con essi delle istituzioni democratiche tradizionali che stanno attraversando crisi di legittimità sempre più gravi. Il vuoto di potere che così si è venuto a creare è stato però rapidamente colmato da altre forme di organizzazione sociale, rigorosamente di tipo privato, che pur essendo sempre esistite hanno acquisito sempre maggiore rilievo assumendo su di sé alcune funzioni necessarie per la comunità che gli Stati non potevano (o non volevano) più fornire direttamente.

Una delle conseguenze di maggior rilievo di questa nuova configurazione del potere è che sempre più spesso non è la cittadinanza a garantire l’accesso al welfare e ai vari servizi sociali, bensì l’appartenenza a una o più di queste entità sociali emergenti, che in virtù della propria egemonia nella sfera politica, economica o civile riescono a garantire privilegi ai propri membri, legittimando così la propria posizione e garantendosi l’obbedienza. Esempi di queste istituzioni di tipo clientelare e quindi non democratico sono le organizzazioni criminali, come la mafia o i cartelli della droga, che contendono agli Stati il monopolio della sicurezza oltre a detenere la gestione di mercati illeciti; le élite finanziarie, che invece si muovono a cavallo della legalità sfruttando la permeabilità dei confini statali all’elusione fiscale e alla speculazione; le corporation multinazionali, con i loro CEO capaci di mettere sotto ricatto Paesi interi per ottenere condizioni di profitto più favorevoli; le organizzazioni terroristiche come l’ISIS, che offrono una nuova forma di appartenenza e di scopo ai membri manipolabili di società sempre più frammentate; i mercanti d’armi e i signori della guerra, che fomentano i conflitti fra paesi e fazioni diverse al fine di mantenere elevata la domanda del mercato per i propri prodotti.

Tutti questi gruppi, per Armao, si caratterizzano per l’organizzazione interna a base clanica – gerarchica ma semplice – e la capacità di coniugare meglio delle istituzioni statali la sfera locale con quella globale. Quest’ultima caratteristica è quella che consente loro di muoversi attraverso i vincoli delle leggi e delle regole democratiche, senza però divenire così alieni da perdere la capacità di intervenire e reclutare sui territori. In molti casi, infatti, i clan operano sui territori nazionali con la delega diretta ed esplicita da parte dei governi, che sempre di più appaltano le proprie funzioni specifiche a istituzioni private. Scrive Armao:

Quello a cui stiamo assistendo, a ben vedere, è il diffondersi di una vera e propria nuova forma di governo che si contraddistingue per due principali elementi: 1) si fonda sul clan come struttura di riferimento del sistema sociale e 2) antepone gli interessi economici (privati) a quelli politici (pubblici).[i]

Con l’indebolimento dello Stato viene così meno la distinzione pubblico-privato, che perde di senso con la progressiva privatizzazione di tutte le funzioni pubbliche, e viene meno anche la distinzione fra interno ed esterno con la crescente mobilità di capitali, merci e forza lavoro fra i confini dei diversi Paesi e il diffondersi della prassi del diritto transnazionale.

Armao prosegue sulle orme di Karl Polanyi, studioso ungherese a cui si deve l’analisi della grande trasformazione, cioè quella rivoluzione antropologica repentina avvenuta a fine Ottocento con la quale si inverte il rapporto di gerarchia fra la società e l’economia[ii]. Mentre per secoli i mercati erano disciplinati piuttosto severamente al fine di difendere la società da attacchi o dai rischi generati dall’eccesso di speculazione, l’avvento di una nuova fede nella capacità autoregolante degli stessi favorisce un’inversione di tendenza per cui ora sono le comunità a doversi adeguare alle leggi del mercato. Per Armao stiamo assistendo oggi a una nuova grande trasformazione,iniziata a partire dal 1989 con la caduta del muro di Berlino e il crollo del sistema bipolare, in cui il libero mercato sta conquistando un rinnovato slancio e si va completamente emancipando dalle istituzioni statali:

Al governo, ridotto al mero ruolo di appaltatore, viene sempre più di frequente richiesto di non elaborare grandi progetti sociali e di ritrarsi anche da settori cruciali quali la sanità, la previdenza, la difesa a vantaggio dei privati. […] Il suo compito si riduce al ruolo di mediatore, meglio ancora canale di trasmissione, tra le domande provenienti dai cittadini e dalle istituzioni sociali e le offerte del mercato.[iii]

La conseguenza è il tramonto dei partiti di massa e la progressiva finanziarizzazione dell’economia, che si rende sempre più indipendente dall’intervento dei governi. Questo nuovo regime in cui la società si subordina alle logiche riproduttive del capitalismo viene definito dall’autore oikocrazia.

È opportuno notare come non tutte le organizzazioni a forte carattere aggregante, come la famiglia, le organizzazioni di categoria o i sindacati, emergano con altrettanto successo di quelle che presentano invece vincoli leggeri e criteri di appartenenza vaghi e superficiali caratteristici delle organizzazioni di tipo clanico. Anzi, la loro importanza si riduce drasticamente e le loro funzioni vengono progressivamente limitate e delegittimate. Questo processo è coerente con l’atomizzazione del corpo sociale promossa dalla liberalizzazione dei mercati, che temono sopra ogni cosa lo spostamento degli equilibri di potere a favore della classe lavoratrice, la debole ma cospicua maggioranza di individui che tengono materialmente in vita il sistema, producendo, consumando e generando nuova ricchezza.
Il venir meno del senso di appartenenza alla comunità nazionale così come a una classe sociale rende sempre più facile reindirizzare il malcontento verso conflitti interni alle classi subordinate che faticano così a coordinarsi per avanzare le proprie rivendicazioni e rende più appetibili (per chi se li può permettere) i legami comunitari surrogati offerti dalle organizzazioni private che competono con la sfera pubblica.

Alla frammentazione delle comunità e al dissolvimento del collante sociale derivante dal senso di appartenenza nazionale fa da contraltare una «crescente frenesia legislativa […] che si manifesta sia nella dispersione dei poteri legislativi e giudiziari sia nella proliferazione dei settori di intervento normativo»[iv]. Laddove infatti non vige più alcuna consuetudine riconosciuta collettivamente cresce anche il bisogno – e il costo – di creare leggi iperspecifiche e in tempi estremamente rapidi (leggi a cui gli appartenenti ai clan si sottraggono con crescente facilità). In questo clima non sorprende che sempre più spesso si faccia ricorso all’invocazione di uno stato di eccezione permanente che consenta di legittimare un aggiramento sistematico delle procedure che sono alla base della democrazia.

La risposta alla domanda iniziale su dove risieda il potere trova quindi una risposta nell’individuazione di cluster di sovranità, ovvero di gruppi clanici che governano per ambiti, «ciascuno con una propria specifica dimensione territoriale, che può essere circoscritta a una specifica area suburbana, o estendersi anche a quartieri di altre città come conseguenza delle diaspora dei membri dello stesso clan»[v]. Si tratta chiaramente di un potere miope, incapace di offrire visioni per il futuro o pianificare a lungo termine, che non produce quindi una classe dirigente, ma classi dominanti, come ha scritto anche Giulio Azzolini[vi].

Che la sostanza di questo potere sia nei fatti antidemocratica è evidenziato dall’autore a partire dal sottotitolo del libro: “Il nuovo totalitarismo globale dei clan”. Malgrado infatti rimangano, almeno nei Paesi occidentali, le forme e i riti della democrazia che ancora servono a legittimare il potere nei confronti dei cittadini e soprattutto a giustificare gli interventi esteri e le ingerenze con potentati stranieri, al di sotto della superficie non è rimasto praticamente nulla. Questo fenomeno, di cui scrisse fra i primi Colin Crouch definendolo postdemocrazia, si manifesta più come un regime totalitario in cui le pratiche democratiche hanno un ruolo puramente estetico. Non in tutto il mondo però ciò si manifesta nello stesso modo, infatti «le democrazie occidentali dimostrano una certa predilezione per la distopia huxleyana» che non opprime con la censura ma annega ogni possibile opposizione critica attraverso la sovraesposizione a un’informazione ipertrofica e superficiale, «mentre Orwell sembra ancora il punto di rifermento nell’autocrazia russa o in quelle di matrice islamista. Ma si tratta comunque di forme del tutto conciliabili fra loro, accomunate come sono da un’analoga matrice clanica»[vii].

L’età dell’oikocrazia è una ricerca di respiro molto ampio, che spicca in particolare per la scelta di non adottare un approccio specialistico, ma di offrire una visione generale che tenga conto delle prospettive di discipline diverse facendole dialogare fra loro in maniera feconda.
In particolare costituisce un pregio l’aver rimesso l’analisi dei fenomeni mafiosi all’interno di un contesto politico ed economico, e non solamente giudiziario, come è prassi consolidata da troppi anni.

Qualche dubbio lo desta invece il tentativo in epilogo di offrire una pars construens al termine di un percorso che certamente non può che lasciare il lettore notevolmente scoraggiato. Armao propone quindi di «immaginare nuove forme di governance dello spazio urbano, volte a promuovere l’inclusione sociale e favorire la costruzione di reti di resistenza in grado di opporsi, in particolare, alla mediazione sociale basata sul denaro e sulla violenza offerta con sempre maggior frequenza ed efficacia dai clan criminali», e per fare ciò «bisogna cominciare a investire risorse soprattutto nella democratizzazione, intesa come processo educativo rivolto ai singoli cittadini, prima ancora di preoccuparsi di riformare le istituzioni, siano esse locali e nazionali»[viii].

Con ciò Armao sembra suggerire la creazione di un sistema scolastico o di un percorso culturale affine che fornisca ai cittadini una formazione adeguata a interpretare le complessità del reale e che si possa opporre nel lungo termine alle tendenze centrifughe del capitale. Per quanto ciò sia in larga parte se non del tutto condivisibile, non è però chiaro quale dovrebbe essere il soggetto politico che concretamente dovrebbe attuare questi processi formativi, anche perché la riforma delle istituzioni è esplicitamente rimandata dall’autore a un momento successivo. A meno di non attendere una loro insorgenza spontanea mediante una qualche presa di coscienza collettiva che diventerebbe anche capace di tradursi in iniziativa politica efficace (situazione che, allo stato attuale, appare meno realistica della seconda venuta del messia), si dovrebbe ritenere che l’istituzione maggiormente in grado di portare avanti un progetto di questo tipo sia proprio quello stato nazione di cui si è più volte lamentata l’inadeguatezza. Che lo Stato sia non solo vittima ma complice dellagrande trasformazione è certamente vero, ma forse la retorica che lo vorrebbe superato dalla storia è a sua volta parte di quella narrazione volta a delegittimarne il ruolo di attore politico, sociale ed economico che oggi servirebbe più che mai recuperare.

Con L’età dell’oikocrazia si apre un percorso di ricerca estremamente interessante che l’autore stesso promette di continuare in altri due volumi in corso di pubblicazione che usciranno entro la fine del 2021. Al di là di alcuni limiti dovuti tanto alla vastità dell’argomento trattato quanto alla natura dell’opera stessa che si presenta come un’introduzione a una ricerca più che come conclusione, il saggio di Fabio Armao compie un necessario lavoro di smantellamento di luoghi comuni e falsi miti da troppo tempo consolidati nelle analisi sociopolitiche, anche accademiche. Un punto di partenza imprescindibile per uscire dalla palude e tornare a immaginare il futuro.


[i] F. Armao, L’età dell’oikocrazia. Il nuovo totalitarismo globale dei clan,Meltemi, Milano 2020, p. 10.

[ii] K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 2010.

[iii] Armao, op. cit, pp. 53-54.

[iv] Ivi, p. 118.

[v] Ivi, p. 119.

[vi] G. Azzolini, Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell’età globale, Laterza, Roma-Bari 2017.

[vii] Armao, op. cit., p. 11.

[viii] Ivi, p. 160.

Di: