Il grado zero della politica


14 Set , 2020|
|Visioni

Lo Stato-nazione è il luogo dove nasce la democrazia rappresentativa moderna (con molte contraddizioni e grazie a dure lotte per rendere effettiva l’uguaglianza). Se si tiene alla democrazia e al primato degli interessi collettivi su quelli privati, è necessario tener ferma la centralità dell’organizzazione statuale della politica e del principio costituzionale della rappresentanza, intesa innanzitutto come rappresentatività delle istituzioni democratiche. Senza Stato e sovranità democratico-rappresentativa, prevalgono i poteri indiretti dell’economia. Così che lo stesso costituzionalismo novecentesco deperisce, svuotandosi di fatto il suo nucleo più innovativo ed emancipante: i diritti sociali come precondizione dell’inclusione delle masse nella cittadinanza e della stessa partecipazione popolare alla determinazione dell’indirizzo politico.

Bisogna quindi stare molto attenti a liquidare la rappresentanza. E’ del tutto evidente che i parlamenti hanno perso centralità, e che il circuito della rappresentanza è più o meno in crisi in tutto l’Occidente. Ma innanzitutto bisognerebbe chiedersi perché, producendo un’analisi meno superficiale della polemica contro la Casta. Non sarà forse perché la definizione dell’agenda è largamente sottratta ai parlamenti e le decisioni sono prese nel circuito esecutivi-lobbies-tecnocrazia? Ad esempio, in Italia oggi la dialettica non è più tra governo e parlamento, ma tra governo e UE. In generale, gli interlocutori degli esecutivi sono le tecnocrazie finanziarie globali.  Ciò è compatibile con la democrazia? E fino a dove potrà spingersi il processo di delegittimazione strisciante delle istituzioni politiche che ne deriva?  Piuttosto che stracciarsi le vesti di fonte al “popolo” recalcitrante che non capisce le mirabolanti ricette dei riformisti delle controriforme, o credere ingenuamente che sia tutto un problema di buone intenzioni, sarebbe il caso di scendere in profondità, di sforzarsi di elaborare un’analisi un po’ più strutturale. Ma aspettarsi dal dibattito pubblico mainstream, ridotto a miserabile circo mediatico, analisi critiche è vano. Non a caso, per ovviare alla crisi della rappresentanza si è pensato  che la risposta fosse comprimerla (come ci si propone con la riforma costituzionale taglia-parlamentari, sulla quale si terrà a breve il referendum): una proposta che rappresenta davvero il grado zero dell’intelligenza  politica, un uso talmente congiunturale e superficiale della Costituzione e delle istituzioni da risultare offensivo per i cittadini. Dall’ azzardo di tale tentazione semplificatrice, tante volte Stefano Rodotà aveva messo in guardia: sagge avvertenze evidentemente ignorate da una classe politica  modesta, che da tempo usa la Costituzione come alibi (si sperava di avervi posto un argine, almeno per un po’, con la sconfitta della controriforma di Renzi, ma il circo è ricominciato). Quello che abbiamo davanti, con il referendum sul taglio dei parlamentari, è un piccolo, mediocre calcolo politico senza un disegno d’insieme, prospettato senza porsi il problema di un equilibrio complessivo, a fini puramente propagandistici e strumentali: le questioni costituzionali come armi di distrazione di massa.  Allo stesso tempo, va detto che non basta difendere lo status quo per riqualificare la partecipazione democratica: il primo passo sarebbe avere rispetto della volontà popolare e riconoscere il valore fondante del nesso sovranità democratica-lavoro (anche a costo di mettere in questione l’ortodossia eurista e ordoliberale). Invece, sulla strada intrapresa, fatta di piccole convenienze legate all’accordo con il PD e di messaggi “pubblicitari” sempre più privi di credibilità e coerenza, il combinato disposto tra superficialità anti-politica (che è sempre stata una delle insidie principali per i 5 stelle) e accondiscendenza verso l’establishment (una novità dell’ultimo anno, almeno a questi livelli) rischia di annientare il Movimento. Poiché in tanti vi  avevano riposto aspettative, è necessario che tali energie non vadano disperse e possano trovare una nuova sponda, più credibile.

Bisogna stare molto attenti anche a liquidare le identità nazionali e in generale il tema dell’esistenza politica di identità collettive autonome. Il riferimento agli ideali di autodeterminazione e indipendenza dei popoli ha segnato – dapprima in Europa, poi nel mondo coloniale, e ancor oggi in varie parti del globo, ad esempio in Palestina – una lunga stagione di lotte di liberazione. Confondere tutto ciò con il nazionalismo della politica di potenza è un falso storico e concettuale. Se è vero che la nazione, nella modernità, ha sostituito la religione come fulcro del vincolo collettivo, appare francamente problematico che da tale essenziale funzione integrativa si possa prescindere del tutto. Eventuali “analoghi” non si inventano a tavolino né possono essere contenitori di senso vuoti ed astratti, se effettivamente debbono sostituire nel concreto quella funzione integrativa. Qualora si ritenga di poter prescindere da essa, in quanto i vincoli collettivi sarebbero ormai obsoleti, non ci si sorprenda poi né ci si stracci le vesti se avanzano, comprensibilmente, richieste di protezione e i più rigettano una forma di vita pulviscolare, di cui subiscono gli effetti di sradicamento e inferiorizzazione. Soprattutto, si prenda atto del fatto che l’illusione anti- e post-statuale che tanta parte della cultura progressista ha coltivato nella temperie postmoderna è, oggi, obiettivamente funzionale al neoliberismo e profondamente  antipopolare.

Nel Novecento, dopo i guasti prodotti dal laissez-faire e dal  regime del gold standard (come insegna Polanyi), e il tragico esito reazionario della crisi di legittimazione dei regimi politici di massa che ne derivò, è stato prioritariamente il Welfare, insieme alla nuova stagione del costituzionalismo sociale e ai partiti di massa democratici, a garantire quel vincolo integrativo. Ma era un Welfare collocato entro l’unità politica pluralizzata di uno Stato in grado di controllare democraticamente l’economia,  in un quadro segnato da una rinnovata identità nazional-costituzionale, dalla presenza della sfida bolscevica, che è stato uno dei fattori decisivi per imporre al capitalismo un compromesso, e dagli accordi di Bretton Woods. Possiamo almeno convenire che il presunto diritto “assoluto” al libero movimento dei capitali e alla libera concorrenza non ha nulla di progressivo,  perché impedisce e mina l’intervento pubblico in economia a fini sociali e inibisce il conflitto redistributivo?  La spoliticizzazione che ne consegue, che si riflette pesantemente sulle istituzioni rappresentative, è una delle cause strutturali della crisi di fiducia che investe i sistemi politici assoggettati ai dogmi neoliberisti.

Il fatto che il successo di quel compromesso tra capitalismo e democrazia dei “trenta glorisosi” abbia spostato la bilancia a favore del salario rispetto al profitto, dell’uguaglianza rispetto alla proprietà dei grandi capitali, a tal punto da aprire la crisi del capitalismo fordista; e che l’offensiva neoliberista degli anni Ottanta abbia prefigurato un’uscita da tale crisi non nel senso della riduzione dell’orario di lavoro e di una sempre maggiore socializzazione democratica, ma al contrario in direzione di un recupero feroce, via finanziarizzazione e disoccupazione, dei margini di profitto e di comando, determinando una nuova polarizzazione della forbice delle disuguaglianze, l’indebolimento dei ceti medi, l’impoverimento del lavoro: ebbene, tutto ciò non indica affatto il fallimento delle idee di Keynes, ma semmai al contrario la loro efficacia, che ha consentito di frenare in nome della dignità del lavoro e dei diritti sociali il dominio assoluto del profitto, portando il capitalismo di fronte al suo banco di prova: il bivio tra ulteriore democratizzazione della società o ripiegamento antidemocratico sul profitto.   Il neoliberismo è servito a imboccare decisamente questa seconda via. Gli effetti nefasti, che ormai mettono in questione lo stesso paradigma monetarista, sono davanti ai nostri occhi: la Federal Reserve, proprio di recente, ha pragmaticamente preso atto che il suo obiettivo deve mutare radicalmente: dal controllo dei prezzi alla piena occupazione. La BCE non ha lo stesso coraggio, anche se continua ad alimentare la bolla che tiene in piedi, per ora, i mercati finanziari e la costruzione sghemba dell’euro.  È perciò quanto mai necessario riprendere e rilanciare, in un quadro progettuale politicamente coerente, le buone ragioni di Keynes; anzi si tratta semmai di andare oltre, nel senso della radicalizzazione delle potenzialità socializzatrici, democratiche ed ecologiche (aprendo un nuovo fronte tanto urgente quanto complesso), insite nella sua visione di un governo politico dell’economia, affrontando le sfide in termini di riconversione del modello di sviluppo e di controllo della finanza che tale rilancio “ecosocialista” comporta, invece di arretrare (come accadde tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, nel Regno Unito con la svolta “rigorista” di Callaghan, che aprì la strada  alla Thatcher, e in Francia con Mitterand, dopo la prima fase della sua Presidenza).  Si tratta di riprendere, ripensandone anche i limiti realizzativi di allora, quella stessa ispirazione sociale e democratica che fu propria di un grande economista, tanto autorevole quanto isolato (soprattutto negli ultimi anni della sua vita), che predicava nel deserto mentre tutti (o quasi) si convertivano alla nuova (in realtà vecchissima,  retrograda) religione mercatista: Federico Caffè. Alla luce del lascito di disastri del “trentennio inglorioso”,  si può dire che aveva visto lontano. Così come non era certo nostalgia di un marxista critico, ma lucida percezione di un bisogno del futuro, quella racchiusa nell’invito di Claudio Napoleoni a “cercare ancora”.  

Ma con quali strumenti politici operare svolte di questa portata? Occorrono innanzitutto “contenitori”  del conflitto e della deliberazione, spazi politici non gassosi. E i soggetti? Nel contesto attuale,  di crisi dell’egemonia neoliberale, ma con alle spalle il dispiegamento di tutti i suoi effetti in termini socio-culturali e di mentalità, non è chiaro se, e in che modo, siano ricostruibili le condizioni e gli strumenti di una politica egemonica di segno diverso. Soprattutto perché i fattori che hanno reso vincente il neoliberismo, consentendogli di proporsi come rivoluzione passiva, sono ancora presenti. Rinazionalizzazione e deglobalizzazione  bastano a frenare individualizzazione e disintermediazione, e ad evitare, se  ispirate a valori democratici e costituzionali, che l’esito sia un nuova rivoluzione passiva, di segno  marcatamente reazionario? Oltre che un ritorno del passato rimosso (il nuovo “momento Polanyi”), la crisi strutturale di un certo modello di accumulazione capitalistica e il rifiuto di battere altre strade potrebbe  implicare il passaggio da una rivoluzione passiva all’altra, scaricandone sui sistemi politici e giuridici il prezzo. Per sottrarsi a tale logica della ripetizione, probabilmente non basta il populismo (che pure disvela che il re è nudo ed esprime una legittima rivendicazione ad avere voce), perché servirebbe, per  inquadrare e dare forma alla sua spinta energetica, un nuovo quadro ideologico, forse una nuova teologia politica sostantiva (seppur su base immanentistica), oltre alla capacità di costruire alleanze, in vista della definizione di un nuovo blocco storico.  Cioè, si tratterebbe di usare il populismo per andare al di là di esso.  D’altra parte, la forza del populismo è proprio la sua natura paradossale: un’insorgenza politica al tempo della negazione della teologia politica.   Il populismo è al contempo una riproposizione del “politico” e una teologia-politica “post-teologico-politica”. Insomma, non è il “momento populista” a sbarrare la strada a una nuova politica ideologico-egemonica. Semmai ne fa emergere, seppur indirettamente, l’esigenza. E lancia una sfida reale, che delegittima le narrazioni di comodo sulla correggibilità interna del neoliberismo e le altre dissimulazioni ingannevoli  veicolate dall’establishment mediatico. 

In un contesto conflittuale, ad alta intensità politica, una teologia politica produttiva, cioè un’ideologia che esprima una visione del mondo coerente in grado di aver presa sulla realtà nominandola e non occultandola, potrebbe   forse ancora portare a una politica egemonica di sostanza (seppur con modalità organizzative e comunicative assai differenti rispetto al passato).  La politica mondana, tanto più se persegue disegni egemonici, ha bisogno di un orizzonte ideologico, diversamente dalla rappresentazione  liberale del Moderno (di cui però la linea Hobbes-Hegel-Schmitt svela l’arcano, così come l’eresia gramsciana tematizza il “politico” nel marxismo). In questo senso l’egemonia è la politica moderna portata a maturazione dialettica.  Ma cosa succede se, come accade oggi, la via dell’egemonia è storicamente bloccata o appare interdetta, e le teologie politiche sono indirette, opache, così che il rintracciarle è più utile alla decostruzione che all’affermazione di un paradigma? Probabilmente il populismo si ritrova da solo,  come unica risorsa politicamente spendibile, per quanto mancante, a fare le veci dell’egemonia. Soprattutto, su di esso si scaricano le attese e gli investimenti libidici (ma anche distruttivi) di tutti coloro che, nell’interregno, hanno perso fiducia nelle forze tradizionali, cui non possono tornare ad affidarsi.  Ma occorre individuare una leva per rendere produttiva tale energia negativa. Il punto è che la cultura politica di ciò che oggi è diventata la “sinistra” tradizionale è inservibile, perché parte integrante del problema. Se non ci si vuole ritirare in monastero per almeno un decennio, anche se si tratta di impresa ardua, un cuneo tra i due opposti inganni del governo e dell’opposizione attuali bisogna essere pronti ad aprirlo. Coniugando realismo e critica. Riprendendo un’idea del “politico” troppo semplicisticamente archiviata, liberandosi delle finte novità post-politiche, foriere di subalternità.

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