La via maestra


18 Set , 2020|
| Visioni

Non è esagerato considerare il tentativo di riforma oggetto del prossimo referendum costituzionale – al di là delle motivazioni addotte dai suoi promotori – l’esito finale di un lungo processo di controriforme politico-istituzionali contrassegnato da un progressivo depotenziamento delle istituzioni rappresentative nazionali e da una netta verticalizzazione dei processi decisionali in forza della quale le scelte politiche sono scivolate via dalle sedi più ampie e partecipate e si sono ritirate in luoghi meno accessibili, per lo più riservati a gruppi ristretti e oligarchici. In sostanza la tendenza è stata quella di una separazione dei cittadini rispetto agli eletti, dei parlamentari rispetto all’esecutivo, dell’esecutivo stesso rispetto ad organismi sovranazionali caratterizzati da una più o meno marcata natura tecnica.

Questo processo ha riguardato l’intero continente europeo, ma nel nostro Paese queste tendenze sono emerse in maniera assai chiara ed evidente.

Il nostro sistema politico-istituzionale ha poi le sue specificità: fra queste il mutamento dei rapporti fra Parlamento e Governo, che ha in qualche modo deformato il carattere parlamentare della nostra Repubblica. Il processo legislativo oggi è ‘a prevalente trazione governativa’, il Parlamento, ormai da tempo, è a rimorchio del governo, non legifera, ma emenda, operando quasi esclusivamente nelle maglie dei decreti legge del governo. Ma c’è di più: il nostro ordinamento è sempre più intasato da regole minute, da norme ‘ad hoc’ (si prendano ad esempio i decreti legge di recente emanazione che hanno la forma, ma non certo la sostanza della legge, perché mancano della necessaria generalità e astrattezza). Tutto questo naturalmente produce distorsioni e confusione, perché trasforma la legislazione in amministrazione e aumenta l’elefantiasi e l’ordine labirintico della burocrazia.

Certo, è difficile ristabilire il primato della legge contro l’abuso dei decreti se non si va alla radice politica del problema, poiché è inevitabile che un legislatore abituato a pensare in termini di applicazione e conformità a decisioni assunte altrove, abituato cioè a muoversi all’interno di un perimetro circoscritto e limitato al quadro delle compatibilità date, non sia più portato a ragionare in termini di sistema, quindi a coltivare una visione generale d’insieme.

Ma c’è un’altra specificità tutta italiana, che ha a che fare con la narrazione che ha accompagnato i tentativi di riforma istituzionale che si sono accavallati negli ultimi quattro decenni. Che è quella portata avanti da una classe politica che ha cercato di scaricare le sue difficoltà o incapacità sugli assetti definiti dalla Costituzione repubblicana.

Mentre venivano trasferiti verso l’alto (agli organi istituzionali della Ue) o devoluti in basso (alla Regioni in particolare), più o meno consapevolmente, gran parte degli strumenti di governo faticosamente conquistati nel cosiddetto ‘trentennio glorioso’, una classe politica, sempre più prigioniera di un’interpretazione subalterna del vincolo esterno, agitava la retorica, o meglio l’ossessione, della governabilità e dello snellimento dei processi decisionali, in modo tale che ad una perdita di potere reale si offrisse una compensazione valida esclusivamente sul piano simbolico-discorsivo.

Così, il problema di una classe politica “inadempiente”, ridotta nei fatti a amministrazione per conto terzi e intrattenimento, veniva (e viene tuttora) abilmente e falsamente spostato altrove, diventando un problema di ingegneria istituzionale. La soluzione proposta è sempre la medesima: riformare l’architettura disegnata in Costituzione che secondo la vulgata egemone impedirebbe alla decisione politica di esprimersi e articolarsi come dovrebbe. Così facendo, in una fase storica di predominio assoluto dell’economia e del mercato, la politica, oggi mutilata e inerte, rientrerebbe surrettiziamente sul proscenio nelle forme della retorica decisionista di chi apparentemente su tutto può, ma che nei fatti su ben poco può decidere.

Non è difficile, però, disvelare l’inganno di questo ragionamento: basterebbe innanzitutto far notare come le più importanti “riforme” di questo paese, quelle varate negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, sono state approvate senza che fossero precedute da una modifica degli assetti istituzionali, proprio perché il problema era ed è esclusivamente di volontà politica.

Naturalmente, questo non vuol dire che la Costituzione repubblicana, per quel che riguarda la sua seconda parte, non possa subire interventi mirati di ‘buona manutenzione’: alla retorica della riduzione del numero dei parlamentari (la rappresentatività – va ribadito con forza – non è un costo ma un valore, e ridurre il numero dei parlamentari, così come ridimensionare il numero dei consiglieri regionali e comunali, sono misure certamente simboliche, ma che avrebbero risultati economici modesti, e persino qualche effetto negativo nel momento in cui andrebbero a comprimere la rappresentatività degli organi di rappresentanza popolare) andrebbe ad esempio contrapposto il tema del superamento del bicameralismo perfetto con una seconda camera legittimata sulla base di un paradigma diverso da quello dell’altra (si può pensare ad una camera legittimata politicamente e un’altra rappresentativa delle autonomie territoriali); c’è poi la necessità di potenziare i momenti di democrazia partecipativa presenti nel nostro ordinamento a partire da una nuova disciplina per le proposte di legge di iniziativa popolare affinché sia davvero obbligatorio il loro esame da parte delle Camere (per fare questo basterebbe intervenire sui regolamenti parlamentari, non servono modifiche costituzionali); c’è da mettere ordine nel ginepraio delle competenze statali, regionali, municipali creato con la riforma del titolo V approvata nel 2001; va infine modificato l’articolo 81 Cost. sul principio dell’equilibrio di bilancio. Sul fronte degli interventi di carattere ordinario, due sono le priorità: una nuova legge elettorale di tipo proporzionale che privilegi il principio della rappresentanza al feticcio della governabilità e il ripristino del finanziamento pubblico ai partiti e ai movimenti politici (da disciplinare in maniera seria e rigorosa) a salvaguardia dell’autonomia della politica dal potere economico-finanziario.

Si dirà, guardando con favore a quest’ultimo tentativo di riforma istituzionale: la riduzione di deputati e senatori porterà solo vantaggi, nel senso di una maggiore razionalizzazione e funzionalità nel sistema, visto che il Parlamento non ha più l’esclusività del potere normativo che deve ormai condividere con altri soggetti, in particolare con gli enti locali e con gli organi di governance Ue (privi – ricordiamolo – di vera legittimità democratica). Ma questo più che un argomento a favore, diventa un elemento a sostegno del No, se la premessa acquista un segno inverso, se cioè la prospettiva diventa quella di restituire centralità al Parlamento che deve riproporsi come il cuore della decisione politica. Perché se il Parlamento viene percepito come un simulacro, saranno sempre troppi e troppo privilegiati coloro che sono chiamati a rappresentarlo. Ma la sfida è anche un’altra (fra tutte quella più ambiziosa e complicata), ed è quella di ricostruire un sistema di forze politiche chiamate a rilanciare il “primato dell’indirizzo politico (depositato in Costituzione) come fattore unificante”, chiamate ovvero a restituire senso alle grandi promesse di trasformazione sociale iscritte nei principi costituzionali.

Tornando al discorso iniziale, se la matrice vera dei problemi è di natura politica, ecco che anche il No al referendum costituzionale sulla proposta di riduzione del numero dei parlamentari deve assumere un chiaro significato politico, come è stato per le consultazioni del 2006 e del 2016.

Un No che va pronunciato innanzitutto contro la lunga stagione dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo, che è stata alimentata e foraggiata in maniera strumentale e interessata dagli organi di informazione mainstream (prima ancora che venisse cavalcata dai Cinque stelle).

Le ragioni della sfiducia e del distacco dei cittadini nei confronti delle istituzioni politiche però non sono soltanto il prodotto di una martellante propaganda, ma hanno radici più profonde e strutturali.

Va ricordato difatti che è nel contesto della crisi economica dell’ultimo decennio che sono esplose la crisi della democrazia rappresentativa e la crisi dei partiti. Tutte in qualche modo legate a quel processo di ritirata della politica sul terreno dell’economia che ha caratterizzato quest’ultimo quarantennio di allineamento all’ortodossia ordoliberale e di fedeltà alla religione dell’Euro e dell’Europa. È inevitabile, poi, che una politica così “inadempiente” presti il fianco alla cosiddetta antipolitica, che tanto piace ai poteri indiretti del cosiddetto finanzcapitalismo, che rappresentano la vera casta da combattere.

In questi ultimi decenni, in particolare, le decisioni economiche si sono imposte come qualcosa di oggettivo e naturale, devolute ad autorità “indipendenti” per quanto riguarda la politica monetaria (vedi il ruolo assegnato alla BCE), a parametri assolutamente arbitrari per quanto riguarda il bilancio pubblico, alle ‘virtù’ autoregolatorie con riferimento ai mercati e la finanza, e alla deregulation per i movimenti di capitali, merci e servizi, sulla base di un’unica agenda possibile, alla quale attenersi rigorosamente, ben pochi essendo i margini di manovra ammessi al suo interno.

La sfiducia verso la politica e, di conseguenza verso le istituzioni democratico-rappresentative nasce quindi dalla percezione della loro comune inadeguatezza e incapacità nell’affrontare, governare e orientare i processi economici, e quindi di intervenire in modo strutturale sulle condizioni materiali di vita delle persone, così come di rispondere alle domande diffuse di protezione e di comunità che in questa fase sono quelle che più orientano il voto popolare.

Siamo passati nel tempo dall’estremo di una concezione quasi mitologica e totalizzante della politica – quella dei grandi partiti di massa fortemente caratterizzati sul piano ideologico – che doveva rispondere a tutti i problemi dell’uomo, all’estremo opposto di una politica appiattita sui problemi dell’immediato, sulla pratica del piccolo cabotaggio, sulla routine del giorno per giorno. Ridotta a mera gestione del qui e ora, ad un concentrarsi più o meno onesto su problemi attuali, stringenti, concreti, come se affrontare tutto questo senza una visione di insieme non fosse, per ciò stesso, destinato a produrre continuamente nuovi problemi, per quanto si possa essere bravi a risolverli.

Se però si priva l’agire politico di una tensione verso l’avvenire e di un orizzonte simbolico condiviso, se lo si riduce a giochi di potere, a iniziative di corto respiro, a diplomatismi, a pura amministrazione dell’esistente, è evidente che si produce un clima di sfiducia e scetticismo che è alla base tanto degli attuali fenomeni di spoliticizzazione e ripiegamento quanto delle manifestazioni di refrattarietà e di resistenza che spiegano l’affermazione dei nuovi movimenti populisti.

Insomma, non basta votare NO senza lottare per riqualificare la partecipazione e la dialettica democratica. Senza battersi per rianimare le istituzioni rappresentative nazionali svuotate di poteri e funzioni prima dalla globalizzazione neoliberista, poi dal cosiddetto pilota automatico messo in moto dalla tecnocrazia europea.

Quel che è certo è che non c’è salvezza se le istituzioni politiche non riconquistano un rapporto profondo con la vita popolare del Paese. Seppure in una situazione largamente compromessa perché inquinata da decenni di becera propaganda antiparlamentare e di fedeltà ad una visione acritica e subalterna del vincolo esterno, c’è però oggi la possibilità di introdurre un elemento di resistenza in grado di alimentare una presa di coscienza diffusa del valore fondamentale della nostra democrazia costituzionale, riannodando il nesso fra le sue forme e il suo nucleo sociale e politico.

Di: