Il mito del deficit


27 Set , 2020|
|Recensioni

Ho finito “The Deficit Myth” della Professoressa Stephanie Kelton, consulente economica dei Democratici americani, vicina a Sanders e alla Alexandria Ocasio Cortez. Vi consiglio di leggerlo. E’ molto bello e soprattutto “positivo”, il che non guasta in questo momento.

Il libro parte da una considerazione tanto dirompente quanto tautologica: un governo che emette la propria valuta, non può mai finire i soldi. E’ un’osservazione al contempo banale (perché vera per definizione) e rivoluzionaria (perché si scontra con la retorica dominante che equipara il bilancio di uno Stato a quello di una famiglia o di una impresa, le quali possono effettivamente finire i soldi). Ci era arrivato già Kennedy a suo tempo:

“C’è stato un tempo in cui i nostri leader politici avevano capito questo. Ad esempio, il presidente John F. Kennedy si era affidato all’esperienza dell’economista premio nobel James Tobin, che è stato consigliere della campagna presidenziale del 1960 di Kennedy e poi come membro del presidente del consiglio dei consulenti economici. Tobin ricorda le domande di JFK “C’è qualche limite al deficit? Conosco ovviamente i limiti politici…. Ma c’è qualche limite economico?” Quando Tobin ha confessato che “l’unico limite è l’inflazione”, il presidente ha risposto: “Questo è giusto, non è vero? Il deficit può essere di qualsiasi dimensione, il debito può essere di qualsiasi dimensione, finchè non causano inflazione. Tutto il resto sono solo parole “.” (estratto tradotto dal libro)

Quindi non è nulla di nuovo.

Le conseguenze di questa considerazione sono:
– la politica economica di uno Stato non ha limiti “finanziari” (cioè: i soldi) ma ha limiti “reali”, ovvero la disponibilità di risorse umane, tecnologiche e naturali. Uno Stato non può spender oltre questi limiti reali, altrimenti può generare inflazione e/o distruggere la natura.

– da ciò deriva che il compito di un governo non dovrebbe essere quello di “far quadrare i conti pubblici” cercando di raggiungere qualche arbitrario livello di spesa pubblica; ma quello di aumentare e massimizzare la produttività delle proprie risorse umane e tecnologiche e preservare e proteggere le proprie risorse naturali.

– il governo dovrebbe usare il proprio bilancio in modo funzionale agli obiettivi di cui sopra. Per esempio, se ci sono lavoratori disoccupati, il governo dovrebbe aumentare il deficit pubblico (che come mostra il semplice grafico sotto, equivale al surplus privato). L’aumento del deficit, aumentando l’attività economica, aiuta a creare posti di lavoro per i disoccupati.

– In Paesi con una forte base industriale, la presenza di disoccupazione indica spesso una carenza di “domanda aggregata”, ovvero consumi e investimenti. L’aumento del deficit può quindi essere usato per colmare questa carenza, senza generare inflazione. La Kelton propone di creare dei programmi di lavoro garantito, per assumere chiunque sia involontariamente disoccupato.

– Nei Paesi in via di sviluppo invece ciò che manca spesso è l’offerta. Ovvero le imprese ed i servizi. Aumentare i consumi, rischia semplicemente di generare inflazione. La Kelton riconosce che proprio per questo, in questi Paesi la “sovranità monetaria” effettiva è minore di quella di Paesi industrializzati. I Paesi in Via di Sviluppo hanno anche spesso contratto debiti in valuta estera, cosa che limita ulteriormente la loro libertà di manovra. Lo Stato dovrebbe quindi favorire la creazione di imprese e capacità produttiva, con adeguate politiche industriali e commerciali. Il libro offre qualche idea su come questi Paesi possono aumentare la loro sovranità monetaria effettiva ma è onesto sulle difficoltà ulteriori essi devono affrontare.

Il libro fa anche qualche riferimento ai Paesi della zona euro, i quali – non vi sarà sfuggito – hanno rinunciato alla possibilità di emetter la loro valuta. La Kelton spiega che questo li espone al rischio default, proprio come un’impresa o una famiglia. La citazione di Warren Buffet che riporto sotto è abbastanza eloquente:

” Entro il 2010, molti paesi europei, compresa la Grecia, furono intrappolati in una crisi del debito in piena regola. Le agenzie di rating come Fitch Group, Moody’s e Standard & Poor’s hanno declassato i titoli di stato greci e i costi dei prestiti sono sfuggiti al controllo. Con l’aggravarsi della crisi, il governo greco si avvicinò al default sul suo debito.I politici americani hanno visto la crisi inghiottire parti della zona euro e hanno iniziato a sollecitare il Congresso ad agire per ridurre i deficit anche negli USA, avvertendo che una crisi del debito in stile greco avrebbe presto potuto visitare l’America. Esperti investitori, come Warren Buffett, investitore miliardario e CEO di BerkShire Hathaway, non erano così ingenui. Come ha spiegato Buffett “gli Stati Uniti non possono avere una crisi del debito di qualsiasi tipo fintanto che continuiamo a emettere le nostre banconote nella nostra valuta”. Buffett capì anche che la crisi del debito greco è avvenuta perché” la Grecia ha perso il potere di stampare i propri soldi. Se potessero stampare le dracme, avrebbero altri problemi, ma non avrebbero un problema di debito ” (estratto tradotto dal libro)

Ora, è sicuramente vero che avendo rinunciato alla loro valuta questi Paesi si sono privati dello strumento di politica economica più importante che ci sia e devono effettivamente raccogliere denaro sui mercati finanziari prima di poterlo spendere. Questo ha ridotto la loro capacità di gestire l’economia soprattutto nei momenti di crisi. Tuttavia è anche vero che la BCE, cosi come qualsiasi altra Banca Centrale, non ha limiti nella creazione monetaria. La scelta di lasciare i governi preda dei mercati finanziari è quindi, appunto, una scelta. Il che rende l’Eurozona un sistema ad un tempo cinico e inutilmente crudele, ma anche potenzialmente emendabile se esistesse la volontà politica (ma non esiste).

Infine, la cosa davvero positiva di questo libro è che una volta eliminati i miti relativi al deficit pubblico, si aprono immense opportunità per le nostre società per affrontare tutti i “deficit” che contano davvero: la povertà, l’emarginazione, la disoccupazione, i cambiamenti climatici etc.

N.d.R.: l’autore della recensione ha preferito rimanere anonimo.

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