In difesa di Arcilesbica


28 Set , 2020|
|Sassi nello stagno

[si utilizza il femminile universale neutro]

Qualche giorno fa, sul sito de La fionda, è stato pubblicato un articolo che si pronunciava contro le affermazioni pubbliche dell’associazione nazionale Arcilesbica in seguito alla tragedia di Caivano.

In brevissimo: a Caivano, in provincia di Napoli, la relazione fra una ragazza minorenne e il suo compagno (trans) viene talmente osteggiata dalla famiglia di lei che il fratello finisce per ucciderla. Arcilesbica scrive pubblicamente che non si trattava di una relazione etero, ma di una relazione lesbica, e che all’origine dell’omicidio ci fosse misoginia e lesbofobia, e non transfobia. La reazione dei social è stata immediata: Arcilesbica ricoperta di insulti perché non ha riconosciuto la realtà di una persona transessuale.

Addirittura, secondo l’autore dell’articolo, Arcilesbica “sta legittimando discorsi di subordinazione sociale, esclusione e violenza, e in aggiunta decide di focalizzare l’attenzione mediatica su una delle vittime (Ciro) e non sul carnefice (il fratello di Maria Paola), come nei ben noti processi per stupro degli anni ‘70”. Nientedimeno.

Ora, io ho trovato molto scorretto e fuori luogo da parte di Arcilesbica puntualizzare il sesso di Ciro (compagno della vittima) all’indomani della tragedia, e trovo le modalità comunicative dell’associazione molto discutibili. Detto ciò vorrei qui porre l’attenzione non tanto sulle posizioni di Arcilesbica (che non condivido), ma sul linguaggio dei suoi detrattori, ovvero tutti quelli che sono ogni giorno impegnati nella crociata per zittire la voce di una parte delle femministe lesbiche.

Da diversi mesi, infatti, è in corso una campagna diffamatoria contro il cosiddetto “femminismo transfobico”, di cui Arcilesbica in Italia sarebbe l’esempio più emblematico. Non è qui il caso di riprendere i termini della questione, che in alcuni punti tocca temi molto complessi e che richiederebbe uno studio approfondito. Basta ricordare che appena qualche mese fa era in corso all’interno dell’Arci una battaglia intestina, che vedeva una parte dei suoi membri chiedere l’espulsione di Arcilesbica (la vicenda è pubblica e si può leggere qui https://www.gaypost.it/arcilesbica-fuori-arci-la-raccolta-di-firme-per-espulsione-dalla-federazione).

Il femminismo di Arcilesbica viene visto da molti come una forma di discriminazione verso le persone trans, dal momento che l’associazione ha esplicitamente affermato che una donna trans può essere definita donna solo al termine (e non all’inizio) del percorso completo di transizione verso il sesso opposto (nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo: no, nessun membro di Arcilesbica, che io sappia, ha mai usato parole oltraggiose, né offese, né insulti verso la comunità trans). Secondo l’articolo di Di Masi, questo femminismo dovrebbe avere “l’onesta intellettuale e la consapevolezza” per ammettere “di abbracciare e condividere una cultura maschilista ed eteronormata, che non subordina solo la donna all’uomo, ma anche i/le trans alle donne (e agli uomini). Gerarchia pienamente patriarcale.”.

Perbacco… Una minoranza che subisce da sempre diverse forme di oppressione ed esclusione (le lesbiche) all’interno di una cultura patriarcale e misogina sarebbe ora la testa d’ariete del patriarcato in persona. “Magari”, mi verrebbe da dire in modo provocatorio: vorrebbe dire in questo caso che le lesbiche detengono un potere occulto di cui finora nessuno si era accorto, nemmeno loro stesse: il potere di stabilire nientemeno in cosa consiste la normatività eteropatriarcale! Purtroppo non è così.

L’autore fa un sacco di confusione fra termini, che dimostra di conoscere in modo superficiale, e riporta echi di un dibattito rimasticato da terzi che non lo riguarda direttamente, lo fraintende, e pontifica. In un impeto di femminismo d’assalto che una rigida autodisciplina mi ha insegnato a reprimere per vivere pacificamente in società, mi verrebbe da dire: ecco l’atteggiamento peggiore del maschio imbevuto di privilegio, quello che crede di avere il diritto non solo di avere un’opinione e di esprimerla anche quando è poco informato, ma anche di puntare il ditino, impartire lezioni di oppressione, spiegare alle femministe lesbiche (organizzate politicamente, per giunta) come comportarsi per essere brave alleate.

Non è l’unico, c’è da dire: molti ometti si sono risvegliati dal sonno della ragione patriarcale avendo come primo bersaglio polemico… Arcilesbica. Se non è ancora chiara la comicità del paradosso cercherò di spiegarmi meglio, dopo avere smesso di ridere.

In nome dell’inclusività e della tolleranza si conduce una battaglia all’insegna dell’intolleranza contro alcune lesbiche colpevoli di esprimere un posizionamento politico che secondo alcuni è intollerante. In pratica si cerca di combattere l’intolleranza con altra intolleranza.  

Ancora una volta nella storia gli uomini si arrogano il diritto di dire alle donne (lesbiche, in questo caso) cosa possono dire e non dire, cosa devono pensare, le squalificano come soggetti politici e, come sempre, si mettono sul trono a dettare legge.

Le lesbiche in carne ed ossa invece (che non sono solo quelle della categoria lesbian di Pornhub), se ne infischiano altamente di ciò che gli uomini si aspettano da loro e questo i maschi non glielo perdoneranno mai: gli uomini di solito accettano di buon grado l’esistenza del lesbismo solo all’interno di quella finzione che è la pornografia, cioè solo a patto che lo scopo ultimo sia quello di stimolare la libidine maschile. Ma c’è un imprevisto: le persone lesbiche nella vita reale non esistono per compiacere il male gaze, e non vanno alla ricerca di approvazione da parte di nessuno.

Che Arcilesbica stia sbagliando molte cose mi pare evidente, e voglio credere che sia solo per eccesso di orgoglio, oltre forse alla sensazione di isolamento, che le sue sostenitrici si sono spesso mostrate scostanti e assertive su questioni che avrebbero dovuto chiarire meglio (la sindrome di accerchiamento è spesso causa di radicalizzazione). 

Eppure io penso che non possa esistere un femminismo transfobico, perché sarebbe una contraddizione in termini, e se c’è transfobia non può esserci femminismo. Arcilesbica non si è mai definita un’associazione transfobica, bensì un’associazione che rivendica uno spazio femminile (istanza non per forza condivisibile, ma legittima fino a prova contraria). Ma allora, come si è generato questo enorme malinteso?

Da un lato, i social hanno contribuito alla polarizzazione di tifoserie e Arcilesbica, dopo essere stata attaccata in ogni modo, si è arroccata in uno spazio di autodifesa poco conciliante che ha impedito la chiarificazione della loro posizione all’esterno.

Dall’altro lato, quella intorno alla questione circa la transfobia di Arcilesbica è stata una battaglia senza tregua giocata su due ambiguità.

La prima è la non trasparenza del concetto di “donna”. Per Arcilesbica e per il femminismo della differenza “donna” è una persona con organi genitali femminili, mentre per il femminismo intersezionale “donna” è una persona che si sente donna. La domanda intorno a “cosa è una donna” è tutt’altro che risolta, e non è questa la sede per approfondire un tema così complesso.

La seconda ambiguità è la nozione stessa di transfobia, che è stata data ampiamente per scontata. Nessuno però ha molto chiaro cosa voglia dire transfobia e non c’è nessun accordo su dove inizi e dove finisca la discriminazione verso le persone trans, quali sono le opinioni che è lecito avere per non essere tacciate di transfobia, e quali opinioni invece cadono sotto l’infamante accusa.

Ma cosa significa davvero transfobia? Siamo sicuri che esprimere una posizione politica minoritaria (come fa, con tutti i limiti del caso, Arcilesbica) sia automaticamente “violenza” verso le persone trans? E se anche Arcilesbica esprimesse idee che ci mettono a disagio, di sicuro non siamo noi donne e uomini eterosessuali e cisgender a doverci pronunciare per primi e con arroganza contro il loro diritto a esprimere una concezione politica (ma lasciare la parola in primo luogo alle persone trans e lesbiche: qui ad esempio il punto di vista – ben argomentato – di una donna lesbica che si dissocia da Arcilesbica https://pasionaria.it/arcilesbica-ripensarsi-lesbiche-terf/ ), tanto più che quasi tutte le persone che accusano con facilità qualcun’altra di essere transfobica hanno un’idea troppo generica di ciò che serve per definire un atteggiamento “transfobico” (e molte altre ne hanno un’idea limitata e striminzita). E inoltre, quante delle persone che oggi ricoprono di insulti Arcilesbica si sono prese la briga di andare a leggere il loro statuto? Risposta: nessuna, altrimenti saprebbero che i loro circoli e le loro battaglie sono aperti alle donne trans (http://www.arcilesbica.it/lo-statuto/).

Iniziare a riflettere senza isterismi su questa parola potrebbe essere il punto di partenza di un dibattito sano, e chissà, magari anche la strada per ricucire una frattura. Soprattutto, dovremmo cominciare a chiederci per una volta, non tanto se Arcilesbica abbia ragione oppure torto (questo è facile da stabilire), ma dove comincia la nostra intolleranza e la nostra violenza verso un pensiero che non condividiamo, e che molti uomini conoscono solo per sentito dire.

La comunità trans ha ovviamente tutto il diritto di ribattere alle uscite poco felici di Arcilesbica come le pare, ma il fatto che uomini cis mettano il becco in una questione che non li riguarda (pur con tutte le buone intenzioni del mondo) accusando le lesbiche – comunità oppressa e discriminata anch’essa – di ogni bassezza morale e politica è francamente insopportabile. Prendere posizione, parteggiare, va bene a patto di riconoscere la dignità dell’avversario, e di non cadere nel vortice di violenza dell’occhio per occhio.

Nel frattempo, visto che il dibattito è ancora aperto, se vogliamo davvero che le nostre battaglie siano inclusive, credo sia arrivato il momento di riflettere sulle modalità del nostro linguaggio, e rinunciare definitivamente a zittire e a condurre crociate violente nei confronti di Arcilesbica. Possiamo criticarle quanto vogliamo, prenderne le distanze, dissociarci, ma abbiamo anche il dovere di cercare un confronto e un dialogo corretti; e quindi, una volta per tutte, sarebbe il caso di smetterla di fare i bulletti, diecimila contro uno, verso una minoranza di donne di cui molto spesso non abbiamo nemmeno voluto sentire le ragioni e che abbiamo condannato senza appello prima ancora di averle provate a capire.

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