Oltre l’antirazzismo c’è dell’altro


9 Ott , 2020|
|Visioni

V’è chi ritiene – ed è, anzi, quasi un paradigma del pensiero contemporaneo – che le società occidentali siano attraversate da una preoccupante vena d’odio e che quest’odio si manifesti principalmente mediante il vettore, sempre più diffuso, del razzismo. Ma, rispetto all’Italia, gli USA sono un’altra cosa e, con qualche variazione, lo stesso sembrerebbe potersi predicare anche per quei paesi europei che hanno avuto un autentico impero coloniale, durato secoli e secoli (di sfruttamento).

Ecco allora la domanda: perché trasferire sic et simpliciter questa cifra anche all’Italia? Possiamo sostenere che la storia dell’Italia sia quella di un paese imperialista, dominatore, razzista? Basta la breve parentesi coloniale novecentesca, una specie di tragica avventura, per concludere che anche l’Italia sia così? Soprattutto l’Italia odierna può qualificarsi un paese effettivamente razzista? A me pare più no che sì e il non cogliere queste differenze inficia l’attendibilità di un certo discorso pubblico che è poi quello più corrente: vediamo un poco.

Considerando l’Occidente in genere, e non solo l’Europa, si segnala l’analisi su colonizzazione e razzismo di Ferghane Azihari, apparsa su Il Foglio Quotidiano del 20 settembre 2020.

L’autore non è un maschio bianco mitteleuropeo, ma uno studioso di colore, la cui famiglia è originaria delle Comore.

Forse Azihari – che è membro dell’Académie libre des sciences humaines – è fin troppo generoso nella difesa dell’Occidente, ma credo che abbia ragione quando sostiene che è ormai un luogo comune l’idea che il razzismo sia una specie di monopolio dell’Occidente.

É un’idea entrata nel mainstream contemporaneo e una parte autorevole degli attori del dibattito pubblico la pone come premessa non negoziabile di qualunque discorso socio-politico, però su questa premessa dovrebbe aprirsi una seria discussione e dovrebbe accertarsi, comparativamente, quel che accade – ed è accaduto – nei paesi extra-occidentali. Ma vi è che quest’assolutizzazione – che ha dalla sua l’esperienza certo non edificante della colonizzazione e della schiavitù – oscura totalmente l’altra faccia della luna e cioè che è stato proprio l’Occidente a porre anche l’altra premessa, quella che consente la critica e la condanna di ogni forma di razzismo.

La libertà di coscienza a partire dalla libertà interiore; lo spirito critico come strumento di ricerca e di dibattito; il gusto dell’oggettività e dell’imparzialità; la fondazione dell’individuo e la creazione di un ‘suo’ statuto inviolabile; tutto ciò è un’invenzione occidentale. Così, se a Hong Kong gli studenti protestano per avere un po’ d’indipendenza, ciò avviene, continua Azihari, per merito dell’Occidente.

Si può dargli torto? Mi verrebbe da rispondere che no, anche se Azihari si lascia però prendere la mano quando vuol censurare Rousseau per avere introdotto «questo vecchio odio per la ricchezza e la condizione borghese»: Rousseau a parte, direi che interessa poco se alcuni ritengono che il successo ottenuto dall’Occidente durante la sua lunga storia sia un’usurpazione. Conta, invece, che il dibattito pubblico, e inevitabilmente la lotta politica e le sue prospettive, siano ricondotti dentro una dimensione di oggettività: ciò è particolarmente evidente, e urgente, se si considera quel che avviene in Italia.

L’impegno primario delle scuole – delle istituzioni pubbliche in genere – e del sistema mass-mediatico sembra quello di formare cittadini non razzisti e di non avere cittadini razzisti.

Ma la primazia assegnata a quest’obiettivo educativo è giustificata nei fatti? Quella sana dose di realismo, di cui avremmo gran bisogno, ci avverte che si tratta di una delle priorità educative, ma altre ve ne sono, almeno due o tre e, forse, sono precedenti perché da esse dipende anche l’esito dell’impegno antirazzista.

 Ecco allora che la scuola deve dare opera affinché venga diffusa la virtù della lealtà.

Essere leali implica il rispetto delle istituzioni e dei propri simili a cominciare dai compagni di classe, ma implica anche un atteggiamento di serietà verso lo scopo istituzionale della scuola, cioè la migliore istruzione possibile dei cittadini; ciò non si consegue se non vi è sufficiente dedizione nello studio (e vi è, magari, un ingiustificato ‘buonismo’ negli accertamenti di profitto).

La scuola deve poi far capire che l’interesse comune – il vincolo che ci lega a tutta alla comunità – è superiore agli interessi privati: in un paese connotato da un marcato familismo questa è una missione per la quale vale la pena impiegare grandi energie.

L’obiettivo educativo è di formare cittadini corretti, in grado di avvertire l’essenzialità di osservare le regole che additano la linea da seguire per assumere e mantenere condotte corrette: regole, ovviamente, non solo legali ma anche etiche, laddove l’etica è quella disposizione d’animo che ci impedisce di slegarci dalla comunità e ci ricorda quel che noi dobbiamo agli altri.

La proliferazione dei diritti, irrobustendo l’individualismo, ha finito paradossalmente con l’attenuare il vincolo comune di cui ha abilmente approfittato il neo-liberismo per atomizzare la società e trasformare la collettività in tanti individui-consumatori, tesi a soddisfare i loro desideri di consumi, per il profitto delle grandi imprese, anche extra-occidentali.

È stato proprio il modulo individuo-diritti-consumi uno dei grimaldelli di cui si è servito il potere economico, sostenuto da quello politico, per allentare la lotta di classe che è stata progressivamente sostituita dalla lotta razziale e per l’inclusione.

A fronte di questo processo di isolamento dell’io dagli altri, è necessario che l’ambito del civismo – che si dovrebbe insegnare nelle scuole – sia allargato, oltre la frontiera dell’antirazzismo, perché la società italiana, e non solo le sue istituzioni, è malata più di tutto di corruzione.

Addestrare ad avvertire il vincolo comune, ad aderire ad esso e a non dissociarsene: è questo il compito primario dell’educazione pubblica.

Ciò appare – o può apparire – a più di qualcuno come deamicisiano o senz’altro demodè, ma l’educazione pubblica non può appiattirsi sull’attimo presente o ammiccare alle mode, dovendo invece tradursi in un programma funzionale a coltivare una disposizione d’animo congrua rispetto al regime politico-costituzionale; lo raccomanda Aristotele nella Politica, enunciando quasi una legge scientifica.

L’Italia è una repubblica e una repubblica democratica; se questa è la forma dello Stato, continua Aristotele, deve contare l’opinione di to plezos, cioè della massa.

L’impressione è che, in Italia, si tende ormai a dimenticarselo troppo spesso.      

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