Socializzare la pianificazione della banca centrale


16 Ott , 2020|
|Visioni

La storiografia liberale convenzionale sostiene che, dopo un iniziale scontro violento, il capitalismo e la democrazia si sarebbero congiunti in matrimonio. Queste nozze avrebbero avuto poi una luna di miele (il “Trentennio glorioso”), prima che la relazione si facesse progressivamente più tesa sotto le condizioni della globalizzazione e della finanziarizzazione. Questa narrazione ha visto, ovviamente, un certo ridimensionamento, in quanto la prosperità e la libertà nel Nord globale si basavano sullo sfruttamento e l’oppressione nel Sud del mondo. Il mio punto di partenza, però, si rifà ad una seconda linea di critica, che mette in dubbio la narrazione del matrimonio principalmente sulla base di motivi politici interni: piuttosto che di un matrimonio tra democrazia e capitalismo, dovremmo pensare al periodo del Dopoguerra come ad una movimentata convivenza tra capitalismo, democrazia e tecnocrazia.

I tre lati del triangolo formato dai vertici capitalismo-democrazia-tecnocrazia rappresentano soluzioni istituzionali alternative al problema di come organizzare e coordinare l’attività economica (soluzioni che nella realtà spesso si sovrappongono). Nel quadro dell’assetto post-New Deal – le condizioni pre-globalizzazione del periodo di Bretton Woods (dalla fine della guerra fino al 1971) – la parte nord-occidentale del pianeta riuscì a far sposare con successo il capitalismo e la democrazia nel quadro di un regime politico ampiamente keynesiano (la “socialdemocrazia”). Un ordinamento che però è stato progressivamente eroso dal processo di globalizzazione finanziaria. Col mutare della socialdemocrazia nella “Terza via” esemplificata dai governi Blair e Clinton degli anni ’90 che promossero l’austerità e l’indipendenza delle banche centrali, lo spazio fiscale e la scelta democratica si sono ridotte. La crisi finanziaria globale ha poi consolidato questo spostamento verso l’asse capitalismo-tecnocrazia – avvenuto nel modo più drastico nell’area dell’euro, dove i governi nazionali hanno preso gli ordini direttamente dalla Banca Centrale Europea. Ponendo l’accento sulla perdita di scelta democratica e di autodeterminazione, gli osservatori più critici hanno soprannominato il nuovo assetto “(neo)liberalismo autoritario“.

Figura 1: Il Trilemma Democrazia-Capitalismo-Tecnocrazia

Dove le cose si fanno interessanti è il terzo lato del triangolo: chiamiamolo del “socialismo democratico”. Per capire perché il ritorno alla socialdemocrazia che abbiamo già sperimentato potrebbe non costituire un’opzione, è importante considerare il mutamento delle circostanze storiche. L’assetto socialdemocratico nacque da una situazione nella quale la Grande Depressione e le due guerre mondiali avevano ridotto l’economia globale a quello che Perry Mehrling definisce uno “stato di sottosviluppo finanziario”. All’indomani della Seconda guerra mondiale, lo Stato esercitava una notevole influenza sui settori chiave dell’economia, i sindacati erano forti, e i dirigenti delle grandi società finanziariamente indipendenti e ancorate a livello nazionale credevano nel modello fordista di crescita ad “alto salario, alto consumo”. In questa economia mista, il capitale e i governi eletti democraticamente dipendevano l’uno dall’altro.

Ai nostri giorni però la situazione è molto diversa. Il capitalismo finanziarizzato di oggi è un ostacolo enormemente più grande per la giustizia distributiva, l’uguaglianza politica e, soprattutto, la sostenibilità climatica. Nella loro ricerca di salari e livelli di tassazione più bassi possibili e di condizioni finanziarie e legali ottimali, le aziende si sono auto-frammentate in tutto il mondo. Le aziende e, sempre di più, anche le nostre abitazioni e infrastrutture, sono diventate di proprietà di potenti investitori finanziari che gestiscono i patrimoni delle élite facoltose di tutto il mondo. A differenza dei gestori fordisti del passato, questo capitale finanziarizzato non dipende da relazioni sostenibili con gli altri stakeholder locali bensì da banche centrali indipendenti e tribunali arbitrali che lo proteggono dalla democrazia nazionale. Nelle condizioni attuali, è dubbio che rimanga un percorso diretto che ci riporti al vecchio capitalismo socialdemocratico.

È possibile forgiare un nuovo percorso verso un futuro progressista? I progressisti vedono correttamente la “tecnocrazia realmente esistente” come una modalità di governance diretta a proteggere il capitalismo finanziarizzato dalle maggioranze elettorali, e dovrebbero nutrire scetticismo in merito a ingenue idee di una “tecnocrazia progressista” all’interno dell’attuale ordine istituzionale. Ciò detto, rivendicare il potere fiscale e monetario dello Stato e mobilitarlo al servizio di obiettivi progressisti diventerà un progetto tecnocratico – oltre che politico.

La tecnocrazia

I tecnocrati formano un sottogruppo di burocrati. Essi possiedono conoscenze specializzate e, a differenza dei semplici tecnici, occupano posizioni di potere nell’apparato dello Stato. La tecnocrazia è «un sistema di governance in cui gli esperti tecnicamente addestrati governano in virtù della loro conoscenza e posizione specializzate nelle istituzioni politiche ed economiche dominanti». Tanto gli stati autoritari quanto quelli democratici fanno forte affidamento sul governo tecnocratico. Tra i casi di spicco vi sono il neoliberalismo autoritario in Cile, il capitalismo autoritario di Stato in Cina, il capitalismo sviluppista di Stato in Asia orientale.

In gran parte del mondo la tecnocrazia era solita mantenere un profilo leggermente più basso: ad esempio nell’operato, svolto per lo più dietro le quinte, in funzione dell’obiettivo di inflazione delle banche centrali indipendenti in Occidente, oppure, nelle altre parti del mondo, nel lavoro di definizione delle politiche volte a soddisfare le richieste delle condizionalità del fmi.

Come ha osservato Robert Dahl, le società democratiche possono trovarsi di fronte a un dilemma tra “efficacia del sistema e partecipazione dei cittadini”. Verso la fine del Novecento, in un clima di trionfalismo postbellico a destra e di capitolazione a sinistra, prese piede una visione ottimistica della tecnocrazia. Nelle scienze politiche vi era consenso sull’idea che la “legittimità in base ai risultati” (output legitimacy) prodotta da una maggiore efficacia, potesse compensare le perdite di “legittimità in ingresso” (input legitimacy) derivanti dalla minore partecipazione dei cittadini. Da allora però sono cambiate molte cose.

L’ambito della governance tecnocratica che ha visto il maggiore incremento di potere non elettivo è stato senza dubbio quello della banca centrale. A seguito della crisi della stagflazione degli anni ’70, e della politica di Paul Volker di schiacciamento del lavoro mediante la stretta antinflazionistica negli Usa nei primi anni ‘80, i paesi di tutto il mondo trasferirono la responsabilità della politica monetaria da coloro che erano direttamente responsabili nei confronti dei rappresentanti eletti, ai tecnocrati che governano le Banche centrali di nuova “indipendenza”. Limitando tale indipendenza al mandato relativamente ristretto di garantire la stabilità dei prezzi – proseguiva il ragionamento – tale assetto istituzionale avrebbe trovato un equilibrio tra le esigenze del capitalismo finanziarizzato e quelle della democrazia. Le cose non sono andate però esattamente così.

Contrariamente alla narrazione secondo cui l’indipendenza della banca centrale costituiva una forma di gestione economica depoliticizzata di massimizzazione del benessere, le banche centrali mantenevano un potere straordinario nel determinare i risultati di tipo distributivo. La dimensione di tale potere è diventata evidente sulla scia della crisi finanziaria globale del 2008. Le operazioni di liquidità illimitata delle banche centrali e gli acquisti di attività finanziarie hanno messo in evidenza la loro capacità di fare “tutto il necessario” per sostenere coloro che ritenevano meritevoli di sostegno pur restando ampiamente al riparo dal controllo democratico.

Per essere molto chiari, il problema delle risposte delle banche centrali al fallimento di Lehman Brothers nel 2008 e alla pandemia di coronavirus nel 2020 non è che queste istituzioni hanno agito rapidamente e su una scala senza precedenti per prevenire ulteriori danni economici. Il problema è che l’attivismo della banca centrale è altamente asimmetrico, perpetuando un sistema finanziario privato profondamente ingiusto e distruttivo. In un certo senso, la buona notizia è questa: la pianificazione della banca centrale c’è già. La cattiva notizia è che questa pianificazione viene condotta in funzione di semplice sostegno, in modo quindi subordinato, rispetto alle capacità di pianificazione orientata al profitto del sistema finanziario privato.

Il peggio di entrambi i mondi: pianificazione della banca centrale ai fini di profitto privato

In teoria, il problema del coordinamento macroeconomico ha due soluzioni “pure”. Può essere risolto (a) in modo centralizzato da un pianificatore sociale; oppure (b) dagli speculatori hayekiani le cui azioni decentralizzate sono coordinate attraverso i prezzi di mercato. Queste soluzioni “pure” sono tipi ideali; in pratica viviamo tutti in economie miste: le istituzioni non di mercato e il meccanismo dei prezzi svolgono ciascuno un buon coordinamento. Il problema è che la capacità di pianificazione rimastaci è stata effettivamente usurpata dal settore finanziario privato.

Nel capitalismo finanziarizzato, l’istituzione centrale più importante è la banca centrale. Questa reca sempre in sé un elemento di pianificazione centralizzata: la politica monetaria comporta la manipolazione intenzionale di un prezzo chiave nell’economia, vale a dire il prezzo della liquidità a breve termine. Dal 2008, tuttavia, dimensioni e portata della pianificazione delle banche centrali sono andate ben oltre. Vi sono esempi ovvi, come gli acquisti di attività finanziarie su larga scala (quantitative easing), che mirano direttamente ai tassi di interesse a lungo termine ponendo una soglia al prezzo minimo delle attività finanziarie. Prima della pandemia di coronavirus, ad esempio, la Banca del Giappone deteneva il 49% delle obbligazioni societarie nazionali e il 65% dei fondi nazionali scambiati in borsa. Le attività delle banche centrali di formazione del mercato sono meno visibili ma parimenti consequenziali. Le banche centrali hanno costruito o ridisegnato i mercati monetari e i mercati dei titoli garantiti da attività, nonché le infrastrutture di pagamento e di regolamento dei crediti. Hanno ulteriormente aumentato il loro impatto sul sistema finanziario istituzionalizzando le linee internazionali di swap in valuta, istituendo strutture permanenti di acquisti di ultima istanza e attraverso regolamentazioni macroprudenziali e stress-test.

La domanda è: quale visione strategica guida il modo in cui i tecnocrati esercitano questo formidabile strumento di potere sovrano? In nome di chi o di che cosa stanno pianificando le banche centrali?

La risposta è, ovviamente: in  nome del sistema finanziario privato. Così, invece di un sistema decentralizzato coordinato dai prezzi di mercato, la stessa finanza privata è diventata sempre più simile a un sistema a pianificazione centralizzata: le priorità di investimento globali sono una funzione non delle decisioni di milioni di speculatori hayekiani ma dei modelli di business di poche decine di banche e gestori patrimoniali estremamente grandi. Le banche investono in mutui; i gestori patrimoniali in qualunque impresa abbia indici ponderati per la capitalizzazione di mercato; le società di private equity nel settore immobiliare urbano; e le società di capitali di rischio in modelli scalabili di riscossione degli affitti. Si tratta di un settore estremamente concentrato al vertice, dove alcune società enormi – banche, hedge funds, fondi di private equity – esercitano un notevole controllo sulla direzione dei flussi di capitale globali. Si tratta, di fatto, dei pianificatori centrali della classe possidente.

Piuttosto che fungere da correttivo delle inefficienze e delle disuguaglianze di questa modalità di allocazione del capitale, la pianificazione della banca centrale è stata a lungo orientata ad espanderla e stabilizzarla. La crisi finanziaria del 2008 non ha modificato questo modello di finanziarizzazione trainato dalla banca centrale. C’è forse la possibilità che il sistema bancario ombra non sarà in grado di creare da solo mercati paneuropei di pronti contro termine o cartolarizzazioni sufficientemente liquidi e standardizzati? Gli verrà in aiuto la Banca Centrale Europea. Il sistema privato di regolamentazione dei titoli è inefficiente e crea attriti nei mercati dei capitali? La bce costruirà un sistema migliore gestito pubblicamente. I mercati delle attività si bloccano regolarmente, minacciando l’espansione del settore finanziario? Le banche centrali creeranno interventi e servizi di acquisti di ultima istanza, garantendo così efficacemente le capacità di hedge fund e private equity di assorbire attività nel bel mezzo di catastrofi economiche.

Il risultato è che mentre la pianificazione della banca centrale esiste già, essa è attualmente orientata al sostegno di un sistema in cui la pianificazione degli investimenti viene effettivamente effettuata dal settore finanziario privato. Questo sistema è profondamente ingiusto e inefficiente. Le banche centrali sono diventate i prestatori di ultima istanza di uno status quo manifestamente insostenibile.

Socializzare la pianificazione della banca centrale

È possibile trasformare le banche centrali in istituzioni progressiste? Tra gli osservatori di tutto lo spettro ideologico si è affermato un travolgente consenso sull’idea che le gli istituti di emissione debbano essere ridimensionati e resi più responsabili democraticamente. I progressisti, tuttavia, dovrebbero prendere in considerazione un percorso alternativo per la democratizzazione di queste istituzioni: ridurre le dimensioni del sistema finanziario privato e raddoppiare la pianificazione della banca centrale.

Anche qui è importante essere molto chiari: mentre le istituzioni finanziarie private esercitano un potere straordinario sull’economia, la fonte ultima di tale potere rimane lo Stato. I giuristi Robert Hockett e Saule Omarova hanno coniato l’opportuna definizione di “franchising finanziario” per descrivere un assetto in cui le banche private agiscono come “franchisee” dei cittadini, con il potere di agire con la piena fiducia e il credito dei cittadini. Questo modello – che negli Stati Uniti ha acquisito la sua forma contemporanea tra l’istituzione della Federal Reserve nel 1913 e le riforme del sistema bancario del presidente Roosevelt nell’ambito del New Deal nei primi anni ’30 – si basava su due presupposti, secondo i quali il capitale era scarso e gli attori privati erano in grado di allocarlo nel modo migliore verso gli impieghi più produttivi. Nessuna di queste ipotesi vale oggi. Il capitale è abbondante e l’allocazione del capitale privato ha creato enormi disparità sia all’interno delle nazioni che tra di esse, e ha portato il pianeta sull’orlo della catastrofe climatica e del collasso ambientale.

Gli operatori in franchising hanno quindi già goduto del loro periodo di vacche grasse. Ora è tempo che i cittadini eliminino l’intermediario. Un compito nient’affatto facile. È necessario che i progressisti riflettano attentamente sull’architettura di un sistema finanziario in cui la creazione di credito e l’allocazione del capitale siano soggette alla pianificazione pubblica piuttosto che privata.

Ancora una volta, la buona notizia è che la pianificazione della banca centrale ce l’abbiamo già. L’attuale realtà della pianificazione di essa ha già minato gli argomenti manualistici per delegare la politica monetaria a banche centrali indipendenti. Innanzitutto, i molti modi in cui le banche centrali guidano, modellano e costruiscono i mercati finanziari invalidano il principio di neutralità del mercato. L’idea che la politica monetaria abbia (o dovrebbe avere) solo un impatto trascurabile sull’economia è stata a lungo un mito, motivo per cui la proposta di mettere tale potere al servizio di impieghi progressisti non dovrebbe destare preoccupazioni. In secondo luogo, le banche centrali hanno molti più strumenti a disposizione di quelli impliciti nella cosiddetta Tinbergen rule, secondo la quale un singolo strumento (il tasso di interesse a breve termine) può essere utilizzato solo per raggiungere un unico obiettivo (la stabilità dei prezzi). Nonostante sia da lungo tempo un principio fondamentale della politica monetaria, l’applicazione della regola di Tinbergen alle banche centrali è privo di senso. È molto più appropriato paragonare la banca centrale ad un coltellino svizzero: un sistema che contiene numerosi strumenti diversi e che può pertanto essere utilizzato per perseguire obiettivi molteplici.

Riorientare la pianificazione della banca centrale dal profitto privato verso finalità pubbliche è sia possibile che desiderabile. Tuttavia, ciò è possibile solo nell’ambito di una revisione su vasta scala del sistema finanziario, le cui componenti chiave dovrebbero essere nazionalizzate. Pur non essendo questa la sede adatta per entrare nei dettagli, vale la pena sottolineare due punti. Innanzitutto, per quanto un progressista debba pensare in grande e in modo audace, è importante anche riconoscere il fatto che in passato abbiamo già dovuto affrontare queste sfide – disuguaglianza estrema, collasso finanziario, depressione economica. Il periodo del New Deal ci offre molti esempi di politiche e istituzioni finanziarie pubbliche che possono esserci da guida. Inoltre, e più importante, i principali pensatori del periodo del New Deal hanno avuto un’esperienza di prima mano nella pianificazione economica effettiva: Adolf Berle è stato consulente legale della Reconstruction Finance Corporation e John Kenneth Galbraith ha contribuito a gestire l’Ufficio di amministrazione dei prezzi del governo durante la Seconda guerra mondiale. Come mostrano Sarah Quinn e i suoi coautori, le idee di Berle per un “moderno kit di strumenti finanziari” forniscono un eccellente punto di partenza per pensare a riforme radicali per democratizzare il sistema finanziario nei giorni nostri. In effetti, la capacità della sinistra di sviluppare schemi di politica economica sofisticati e attuabili sta crescendo rapidamente. Tina (“non c’è alternativa”) era ieri – oggi i progressisti “hanno un piano”.

Il secondo punto degno di nota è che un’agenda progressista per la finanza deve essere un’agenda internazionale. Mentre a posteriori abbiamo visto che la crisi finanziaria del 2008 non era riuscita a farci ripensare tali assetti, le ricadute economiche e politiche della pandemia di coronavirus potrebbe offrirci una rara opportunità di rinegoziare l’ordine finanziario internazionale. Le ripercussioni della pandemia palesano, ancora una volta, la devastante dipendenza del sistema finanziario globale dal dollaro usa e quindi dalla Federal Reserve. Alla fine di marzo 2020, i deflussi di capitali dai mercati delle economie emergenti hanno superato tutti i precedenti episodi di fuga di capitali. Le nostre vite erano già state in bilico nel 2008-09, ma il costo umano del sistema esistente è oggi molto più evidente: una linea di credito (swap line) della Fed è come non mai una questione letteralmente di vita o di morte. Il riscaldamento globale, il degrado ambientale e le pandemie sono problemi globali con effetti di feedback globali – e le prospettive di lotta contro questi problemi sono molto scarse in assenza di un ordine finanziario multilaterale più equilibrato.

Conclusione

Man mano che il mondo emerge dalla pandemia di coronavirus, si presenterà una di quelle occasioni che capitano una volta ogni cento anni di ricostruire l’ordine economico globale. L’età di tina è finita e le alternative non potrebbero essere più evidenti. Mentre l’illusione di una tecnocrazia neoliberista illuminata è ormai defunta, il neoliberalismo sopravvivrà nelle sue varianti apertamente autoritarie e nazionaliste – vedi Brasile e Stati Uniti. L’alternativa è la democrazia sia politica sia economica. Una delle condizioni chiave per renderla una valida alternativa è la trasformazione del ruolo delle banche centrali. La pianificazione fatta dalle banche centrali è già tra noi, ma è orientata a puntellare il tasso di profitto di un sistema finanziario smisurato ed estrattivo. Il rimedio necessita di un’importante rivoluzione politica e di una piccola rivoluzione tecnocratica: trasformare il sistema finanziario in un settore sul tipo dei servizi di utenze di pubblico interesse, e socializzare la pianificazione della banca centrale.


Articolo originale:

https://progressive.international/blueprint/4a74c8a1-1f68-46bb-bc72-a7921b94a376-benjamin-braun-socialize-central-bank-planning/en

Traduzione di Jacopo Foggi

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