Il populismo è finito? Una scommessa pericolosa


19 Ott , 2020|
|Visioni

Da quando la pandemia è intervenuta pesantemente nelle nostre vite, e nella vita politica di tutti i paesi, ha iniziato a circolare una scommessa in ambiente progressista, molto rischiosa, ma la cui ipotetica vincita è così allettante che diversi intellettuali hanno deciso di piazzarci i due centesimi di credibilità che gli sono rimasti. Si tratta della scommessa sulla fine del populismo.

In effetti, il populismo era un ospite scomodo e ingombrante, difficile da gestire, di cui tutti i progressisti – anche coloro che avevano iniziato a flirtarci nelle varianti più beneducate – non vedevano l’ora di liberarsi. Se infatti in una certa misura molti intellettuali di sinistra avevano iniziato a dire, con qualche anno di ritardo, che il populismo è un fenomeno che va compreso, rimaneva comunque, nel suo essere ambiguo, sfaccettato, poliedrico, di difficile avvicinamento, proprio perché implicava fare i conti con gli aspetti più inaccettabili del popolo in rivolta. E si sa che una persona di sinistra si trova a disagio con un ospite poco educato. In questo senso è comprensibile che quando il populismo ha iniziato ad essere in crisi, e si è aperta la possibilità che a rispondere alla crisi di rappresentanza e alle richieste di protezione che la crisi degli anni ’10 aveva fatto emergere sotto la bandiera ambigua dei populismi, fosse un nuovo centro-sinistra, abbiano deciso di puntare tutto quello che gli restava in tasca su questa seconda opzione.

È innegabile infatti che in una situazione estremamente complessa come quella della pandemia, in cui la sopravvivenza fisica delle persone viene messa in discussione, la questione sicurezza perda quella sua connotazione fortemente antagonistica, e si coaguli intorno ad un’idea meno pretenziosa e al contempo più pacata e moderata di protezione. Il meccanismo populistico, che si basa sempre su di un’intensificazione dell’antagonismo, ha dovuto lasciare spazio ad una più equilibrata e rassicurante gestione dell’emergenza, nel segno dell’unità politica. Un’unità a bassa intensità, non basata sulla spinta mitica di una rivoluzione da portare a termine, con un grande nemico da fronteggiare, ma sulla prospettiva più sobria della necessità della garanzia di sicurezza da un nemico invisibile. È qui che il meccanismo populista si inceppa, ed è qui che può tornare ad acquisire consenso un polo che rappresenti sobrietà, responsabilità e competenza (cioè capacità tecnica). Se infatti i competenti (in materie economiche, con il Professor Mario Monti come simbolo) avevano perso credibilità nella gestione della crisi economica, di fronte all’emergenza sanitaria, i competenti (in materie mediche, ma di conseguenza tutti gli altri, con il sobrio volto di Conte a rappresentarli) tornano ad acquisire credibilità.

Ma al di sotto dell’emergenza sanitaria le ragioni che avevano prodotto il populismo riemergono. La pandemia non risolve di certo la crisi economica, e anzi l’aggrava radicalmente. In questo senso l’autorevolezza di corto periodo dei tecnici sanitari non può continuare per sempre a far vivere di luce riflessa gli altri, e se si vuole che questa svolta politica si stabilizzi, deve essere seguita da una risposta alla criticità economiche che si producono. E qui si entra nel vero nucleo della scommessa sulla fine del populismo: il governo Conte deve rappresentare rispetto alla crisi una risposta di lungo periodo non populista, tecnica ma allo stesso tempo moderatamente politica, che scongiuri la riemersione del populismo.

L’idea è che sia possibile, sull’onda di tutta una serie di cambiamenti, una presa in carico delle domande inevase che emergono dalla profonda crisi sociale in cui versa il nostro paese, non più populista ma istituzionale, basata su di un profilo moderato, tecnico, a bassa intensità politica, che risponda singolarmente a queste istanze senza permettere che si coagulino intorno ad un nuovo significante che produca antagonismo. La scommessa, espressa, in altri termini, è di un nuovo centrosinistra socialdemocratico e moderato, europeista (con una UE finalmente costretta a cambiare) che si trovi nelle condizioni e abbia la volontà per rispondere alla crisi di lungo corso. La scommessa su questa possibilità in effetti si basa su alcuni dati che le danno una certa solidità, almeno apparente.

In primo luogo la gestione della pandemia ha prodotto un nuovo protagonismo statale. In questo senso l’ipotesi che le sinistre possano riappropriarsi di questo strumento (superando anche una certa avversione ideologica) può sembrare possibile. La domanda semmai è: per fare cosa? Ed in questo senso assistiamo ad un timido tentativo di risposte alla crisi sociale, per ora solo nella prospettiva di tamponare gli effetti più dirompenti nel breve periodo, e non di rilanciare una crescita guidata da una nuova prospettiva strategica. Chi ha deciso di scommettere su questa ipotesi crede che la crisi sia tanto profonda da fare in modo che lo Stato (forse sociale) sia tornato per non andarsene più, che, cioè, si produrrà un vero cambio di paradigma.

Ciò dovrebbe essere reso possibile da un cambiamento nelle politiche economiche e monetarie europee, sempre sull’onda dello shock dato dalla violenza con cui la nuova crisi si concentra in un momento decisivo che non ammette dilazioni nel tempo. In questo senso alcuni segnali positivi possiamo intravederli, ma Mes E Recovery Fund stanno lì a ricordarci che certe regole non possono essere derogate all’infinito (perché i paesi egemoni non lo vogliono).

Infine c’è una ragione strettamente legata ai soggetti politici che sembra incoraggiare chi ha deciso di scommettere. Il governo Conte non è immediatamente il Pd degli anni ‘10. Da un lato è riuscito a fare all’interno della coalizione quello che dovrebbe fare su tutto lo spettro politico: assorbire e normalizzare una forza populista, il M5S, al contempo raccogliendone alcune istanze. Conte nel suo essere passato dal governo gialloverde al giallorosso rappresenta proprio la possibilità di questa trasformazione, incarna continuità (su alcuni contenuti) e rottura (nella forma, e nei contenuti giudicati più strettamente populistici) allo stesso tempo. Vicino alla Cina, più che agli Usa di Trump, ma garante del patto atlantico, conserva il reddito di cittadinanza ma rimette mano (timidamente) al Decreto Sicurezza. Rappresenta l’aufhebung del populismo, il suo superamento in un nuovo statalismo tecnocratico di centrosinistra moderatamente socialdemocratico.

Scommetto che è venuta voglia di scommettere sulla fine del populismo pure a voi. Ma ci sono dei presupposti che vanno meglio esplicitati, per capire se la vittoria è davvero così sicura. Ci sono altre scommesse sottese a quella principale.

Il primo e fondamentale presupposto è scommettere sulla potenza trasformatrice della pandemia, e sulla flessibilità delle istituzioni che dovrebbero cambiare. Cioè sul fatto che le trasformazioni necessarie avverranno per evitare la catastrofe incombente. L’idea è che la situazione si è aggravata così tanto che nessuno negherà all’Italia il suo respiratore, né le forze politiche interne, né il capitalismo nazionale, e nemmeno le tecnocrazie europee e i paesi egemoni. Questa possibilità, di per sé complessa, è messa ancor più a rischio da un problema di tempismo: i soldi per il rilancio dovrebbero arrivare con il Recovery Fund (il quale peraltro non esclude condizionalità che limiterebbero lo stesso progetto ipotizzato), quindi nella migliore ipotesi a giugno, il che significa che nel frattempo la Bce deve continuare a comprare titoli. Se questo meccanismo si inceppasse e se tutto ciò non avvenisse in effetti ci sarebbe con tutta probabilità una riemersione forte del populismo in una forma estremamente autoritaria. L’anarchia della catastrofe può essere governata o dal caos stesso, in cui imperversano diversi signori della guerra (politica, si spera), o da colui che riuscirà a dominarli tutti. In ogni caso la prospettiva non è positiva. A meno che non emerga nel frattempo una forte spinta politica costituente – che potrebbe, e forse dovrebbe, assumere anch’essa una forma populista – che possa costruire un nuovo ordine democratico.

In secondo luogo, anche ammesso che la catastrofe sarà scongiurata, si scommette sulla capacità degli attuali soggetti politici di gestire la ricostruzione, e soprattutto che di ricostruzione integrale e basata su di un diverso paradigma si tratterà. È possibile (per usare un eufemismo) che ciò non avvenga, soprattutto all’interno dell’Unione Europea. Potrebbe, infatti, essere concesso solo quanto necessario per sopravvivere, il che non implica che si uscirà dalla spirale depressiva nella quale ci troviamo. L’ipotesi che la radicalità relativa delle misure messe in atto sia, di fronte alla radicalità assoluta della crisi che si è prodotta con la pandemia, niente di più che un correttivo per tornare più stabilmente sui binari del ridimensionamento del sistema economico e produttivo, nonché dei diritti e delle condizioni di vita degli italiani, è da prendere seriamente in considerazione. L’idea che non si possa tornare indietro, che l’impatto della pandemia produrrà un cambio di paradigma irreversibile, è un’ulteriore scommessa da vincere per vincere l’altra. Se ciò non avviene una riemersione del populismo, simile a quello degli anni ’10, sarà quasi una certezza.

Quelle presentate sono tutte ipotesi, che potranno o meno verificarsi. Personalmente, se fossi un intellettuale di sinistra, in questi tempi di incertezza, eviterei di scommettere i due centesimi di credibilità che mi sono rimasti.

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