Il Recovery Fund non salverà l’Italia dall’austerità


21 Ott , 2020| and
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La tragicità della situazione lavorativa italiana appariva già nel 2013, quando l’Ikea di Pisa metteva 200 nuovi posti di lavoro sul mercato. Al bando si sarebbero presentati in 28000. Tutti giovani disoccupati. Tutte vite future senza speranza. Un triste scorcio su quello che sarebbe stato il futuro del paese dove, ancor prima della scoppio dell’attuale crisi, il tasso di disoccupazione giovanile risultava pari al 28% con picchi oltre il 50% nel sud. Se, in aggiunta ai disoccupati ufficiali, vengono presi in considerazione anche i sottoccupati e gli scoraggiati, allora il tasso di disoccupazione effettivo superava già il 20%, mentre il numero di italiani in povertà assoluta è passato dai 2 milioni del 2008 ai 5 di oggi. E tali numeri ancora non tengono conto della crisi dovuta al coronavirus, i cui effetti non stati ancora del tutto stimati.

Eppure tutto ciò non è il frutto di eventi eccezionali, bensì la manifestazione di una profonda crisi strutturale, le cui origini vanno ricercate almeno a partire dall’inizio degli anni ’90. «Lost in deflation»: è con tale titolo che, poco più di un anno fa, l’economista olandese Servaas Storm dipingeva il quadro dell’economia italiana. «Persa nella deflazione»: con tale monito il professore della Delft University of Technology descriveva l’esito, inevitabile, del modello economico sperimentato dal Bel Paese a partire dall’inizio degli anni ’90.

Come tenta di dimostrare l’economista olandese, l’impoverimento e la perdita di ricchezza che hanno riguardato l’intera popolazione italiana mostrano una drastica svolta a partire dal 1992. Di fatti, fino all’inizio degli anni ’90, l’Italia aveva goduto decenni di una robusta crescita economica, durante i quali era riuscita a toccare il PIL pro capite delle altre principali nazioni della futura zona euro, Francia e Germania comprese, e la cui ricchezza era oltremodo testimoniata dal maggior risparmio privato al mondo, stabilmente sopra il 20% del reddito medio delle famiglie italiane.

Tuttavia, è a partire dal 1992 che ha inizio un costante declino, tanto che il reddito mediano delle famiglie ha subito una caduta di quasi 15% in termini reali dal 1991 ad oggi, con un declino registrato anche dagli altri principali indicatori economici: PIL pro capite, produttività, investimenti.

Tale repentino cambiamento può esser difficilmente attribuibile al caso, ma trova il suo inizio precisamente a partire dal processo di consolidamento fiscale che avrebbe visto implementazione a seguito della firma del trattato di Maastricht. L’Italia, ben lungi dall’impropriamente attribuita fama di «spendacciona», si è invece comportata da allievo modello della futura zona euro, impegnandosi in un processo di consolidamento fiscale e riforme strutturali, ben più di Francia e Germania. È infatti esattamente a partire dal 1992 che l’Italia si avviava in uno stato di austerità fiscale permanente, registrando, in media, avanzi primari del 3 per cento circa fino al 2008, ed ulteriormente rafforzando tale dinamica dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008-2009. E per questo ha pagato un prezzo altissimo: il perpetuo consolidamento fiscale, accompagnato da una persistente moderazione salariale e un tasso di cambio sopravvalutato, ha distrutto la domanda interna italiana, e la carenza di domanda, a sua volta, ha bloccato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. E come avrebbe ammesso l’allora Presidente del Consiglio Mario Monti in un’intervista alla CNN nel 2012, la disciplina fiscale era la priorità assoluta, anche se ciò voleva dire «actually destroying domestic demand through fiscal consolidation».

In tal maniera l’Italia ha determinato una carenza cronica di domanda interna. Questo è il risultato dell’austerità fiscale permanente, assieme al persistente contenimento dei salari e alla mancanza di competitività tecnologica delle imprese italiane, che è acuita dalla caduta degli investimenti. Il tutto,

in combinazione con un tasso di cambio sopravvalutato, riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato a fronte della concorrenza dei paesi a più basso reddito. Questi fattori deprimono la domanda; riducendo l’utilizzazione degli impianti e dunque la redditività delle imprese; le cui conseguenze si traducono ulteriormente in minori investimenti, minore spesa in ricerca e sviluppo, frenando ulteriormente l’innovazione e la crescita della produttività, e infine determinando una stagnazione – quando non una recessione – permanente.

In particolare, Storm individua quattro cicli che hanno bloccato l’Italia in tale stato di declino perpetuo.

In primo luogo, la competitività tecnologica dell’Italia è indebolita dalla mancanza di investimenti e di ricerca e sviluppo, limitando la diversificazione della produzione e l’innovazione tecnologica. Per tal ragione le industrie esportatrici vedono ridotta la propria competitività dinanzi alla concorrenza dei paesi a più basso reddito.

In secondo luogo una stagnazione degli investimenti implica una rallentamento della crescita della produttività, impedendo un rinnovamento di impianti industriali, così come l’innovazione tecnologica da parte delle aziende. La relazione tra la crescita della produttività e la crescita della domanda è ben descritta dalla legge di Kaldor-Verdoorn, secondo cui un aumento della domanda, in particolare quella estera, induce le imprese ad aumentare la produzione attraverso un incremento della dotazione di capitale, così producendo maggiore output per ora lavorata. Tale meccanismo risulta confermato empiricamente nel caso italiano: a fronte di una crescita media degli investimenti, in termini reali, di circa il 3% tra il 1960 e il 1992, si era registrato un aumento della produttività di un 3,5% annuo, ma che di seguito si riduce ad una media dello 0,3% fino ad oggi, a fronte di un incremento degli investimenti in termini reali ridotto ad uno 0,4% annuo.

In terzo luogo, il rallentamento della produttività mette ulteriormente sotto pressione i salari, il cui contenimento risulta necessario al fine di mantenere la quota di profitto delle imprese, così come la competitività sui mercati internazionali. Tuttavia tale misura si tradurrà in un’addizionale compressione della domanda aggregata, alimentando ancora una volta il processo sopra descritto.

Infine, la stagnazione, e adesso la recessione, economica impedisce una riduzione del rapporto debito PIL. Il che viene interpretato come un’ulteriore necessità di ottenere ancor maggiori avanzi primari, innescando così il ciclo di austerità permanente. Tuttavia misure di riduzione della spesa pubblica e incremento della tassazione si tradurranno in una riduzione del denominatore del rapporto (il PIL) più di quanto possano tradursi in un contenimento del numeratore (il debito pubblico), pertanto determinando un aumento del debito sul pubblico PIL . Questo è esattamente quanto avvenuto tra il 2011 e il 2015.

É solo con lo scoppio della pandemia che in Europa si è iniziato, almeno parzialmente, a mettere in discussione il modello economico che vede nella disciplina dei conti pubblici la priorità. È stata innanzitutto la Germania a varare un piano di stimolo già nel mese di marzo, seguito da un secondo nel mese di giugno, per un valore complessivo di 1300 miliardi di euro, comprendenti sgravi fiscali, sussidi alle famiglie, così come finanziamenti a fondo perduto o prestiti a tassi agevolati per le proprie imprese. Allo stesso tempo, la Francia annunciava un piano di riduzione delle imposte ed incremento della spesa pubblica del valore di 100 miliardi.

Cifre ancor più imponenti sono state impiegate al di fuori della zona euro: i piani di stimolo attuati dagli Stati Uniti hanno superato la cifra di 3000 miliardi di dollari (oltre il 15% del PIL), tra misure dirette di espansione fiscale e prestiti a condizioni agevolate alle imprese, mentre il Giappone, che pur vanta il maggior debito pubblico del mondo (il 250% del PIL), ha varato due piani di stimolo

del valore complessivo di 2200 miliardi di dollari, ovvero il 40% del proprio PIL. Analoghi piani di stimolo sono stati messi in atto in altri paesi avanzati, quali Regno Unito, Svezia, Canada, Australia, Nuova Zelanda, così come in economie emergenti: Ungheria, Polonia, Turchia India, Indonesia, e altre ancora.

Eppure, nonostante una messa in discussione a livello planetario del modello economico, l’Italia non ha più saputo rivedere il proprio assetto economico, confidando, al contrario, in una solidarietà europea, tramite lo stanziamento di fondi da parte di paesi terzi. É esattamente in tale ottica che ricade il Recovery Fund.

Di fatti l’accordo raggiunto in sede europea prevede l’istituzione di un nuovo strumento, il Next Generation EU, un fondo che avrà il compito di raccogliere e dunque redistribuire, tra il 2021 e il 2026, 750 miliardi di euro. Secondo le stime ad oggi fornite, l’Italia dovrebbe ottenere 127 miliardi di euro di prestiti bilaterali e 81 miliardi di trasferimenti a fondo perduto (a meno di ricalcoli). Tuttavia l’accordo stesso impegna l’Italia a versare circa 55 miliardi di euro al fondo stesso. Al dunque, i trasferimenti di cui sarà beneficiaria l’Italia ammonteranno a circa 5 miliardi l’anno per 5 anni (a partire dal periodo 2021-2022, fino al 2025-2026), mentre per quanto i 127 miliardi di prestiti, l’unico vantaggio risiederebbe nell’ottenimento di tassi di interessi leggermente inferiori rispetto a quelli dei titoli di Stato emessi sul mercato.

Come se non bastasse, i fondi ricevuti tramite il Recovery Fund saranno sottoposti a strette condizioni, tramite l’attuazione una sorveglianza rafforzata dei bilanci nazionali. In primo luogo, i fondi ricevuti saranno destinati a progetti di scelta della Commissione europea e, a tal proposito, si prevede l’istituzione di programmi di digitalizzazione e lo stanziamento di “investimenti verdi”. In secondo luogo, la ricezione dei fondi sarà condizionata all’implementazione di riforme strutturali, ovvero nulla di diverso di quanto richiesto dalla Commissione europea negli ultimi anni: contenimento del disavanzo di bilancio, riforme del mercato del lavoro, del welfare, delle pensioni, etc. Inoltre, al fine di assicurare l’implementazione delle riforme richieste, l’Olanda è riuscita ad ottenere l’inclusione nell’accordo di un “super freno di emergenza”, che consentirà a uno o più Stati membri, qualora insoddisfatti dall’attuazione delle riforme da parte di uno degli Stati beneficiari, di appellarsi al Consiglio europeo, il quale potrà decidere a maggioranza qualificata di sospendere l’erogazione dei fondi.

La conclusione risulta quanto mai ovvia: il Recovery Fund altro non è che un’ulteriore implementazione di quello stesso approccio economico che ha condotto l’Italia al disastro negli ultimi 28 anni. E una semplice messa in discussione del modello economico dell’austerità appare esclusa da qualsiasi dibattito politico, così rinunziando definitivamente agli indispensabili piani di ripresa in atto in tutto il resto del mondo. Ma noi abbiamo sacrificato quanto rimaneva dell’autonomia fiscale dello Stato in cambio di una manciata di euro.

Bibliografia

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