L’inverno del nostro scontento


24 Ott , 2020|
|Sassi nello stagno

Siamo di fronte a un fallimento epocale. Dell’Europa e dell’Occidente, certo. Ma anche, e significativamente, dell’Italia. Il nostro è stato il primo Paese in Europa a essere colpito con intensità dalla pandemia, a marzo. Allora fu invocato l’alibi della sorpresa, con qualche ragione, seppur  parziale  (ricordo che lo stato di emergenza fu dichiarato a fine gennaio, e per un mese ci si trastullò). Oggi è impossibile trovare scusanti. Il covid-19 è un virus stagionale. Com’era prevedibile, con i primi freddi (santa estate!…) e l’affollamento dei mezzi pubblici per la riapertura delle scuole, la circolazione del virus si è progressivamente intensificata (anche se la situazione non è, ancora, quella della primavera). Il coronavirus crea un’emergenza di natura sanitaria, e più precisamente dal punto di vista dell’organizzazione della sanità, mettendola sotto pressione. Lo si sapeva: la prima urgenza era potenziare i posti di terapia intensiva e in generale  i reparti covid. Ciò non è accaduto, o almeno non a sufficienza. Tremila posti di terapia intensiva non sono ancora disponibili. Stiano attenti, governo e  maggioranza, a rivendicare risultati che non rispondono alla realtà: non è vero che le terapie intensive reali sono state raddoppiate rispetto alla primavera scorsa: oggi sono poco più di 6000, con la possibilità di attivarne altre 3000, cosa che però ad oggi non è ancora accaduta. La responsabilità se la rimpallano governo, regioni, commissario; resta che la prima e più importante cosa da fare non è stata fatta.

Si sono persi molti mesi, dietro polemiche sterili o questioni secondarie, quando gli interventi necessari erano chiari: sanità, come si diceva (non solo ospedali, ma anche medicina territoriale, in grado di fare prevenzione, diagnosi e cura almeno nei casi non gravi, senza intasare le strutture di pronto soccorso e i reparti: anche perché ci sono altre malattie, altrettanto o più gravi del coronavirus, la cui prevenzione e cura rischia di finire in secondo piano); potenziamento del trasporto pubblico; riorganizzazione dell’orario scolastico, scaglionando gli ingressi e riducendo il numero degli studenti in aula, anche attraverso l’assunzione di un numero congruo di insegnanti per l’emergenza; screening di massa e tracciamento in tempi celeri.

Tutto ciò avrebbe consentito di reggere molto meglio l’urto. Ora invece siamo tornati, quasi, al punto di partenza. La strategia dello scaricabarile sui cittadini (dipende da voi! state a casa!), della criminalizzazione senza fondamento di intere categorie (i runners, i giovani, i frequentatori di palestre costitutivamente “fascisti”: è stato detto anche questo, sì, nel circo mediatico e social, che costituisce un’emergenza perlomeno pari al coronavirus), è servita a nascondere inerzia, inefficienza, assenza di un disegno complessivo centrato su obiettivi essenziali e mirati. Squallide armi di distrazione di massa, che si inseriscono in una precisa strategia comunicativa della disperazione e servono a rendere possibile un paradossale rovesciamento della logica delle responsabilità, per il quale chi governa non spiega, rassicura e orienta razionalmente, ma terrorizza, aggredisce e stigmatizza chi è governato. In questo, De Luca è un maestro.

Dunque rischiamo di tornare alla fase 1. Scuole e università chiuse. Vita sociale azzerata. Coprifuoco. Limitazione degli spostamenti. Sospensione delle libertà costituzionali. E qualcuno quasi quasi sembra provare ebbrezza. O perlomeno si capisce che la negazione della vita “qualificata”, sociale e interpersonale,  non è percepita come un vero problema. O addirittura è perseguita con perfido compiacimento: quasi fosse una punizione meritata. Come quando ci dicevano che, in nome dell’austerità e dell’euro, bisogna mettersi il cilicio e chiedere scusa (di che, poi? Di aver fatto avanzi primari, cioè pagato più tasse di quanto si è speso per i cittadini, da più di vent’anni?). La logica è la stessa. E forse, per qualcuno, il coronavirus è quasi un riscatto, un alibi per giustificare la propria non vita, evitando di affrontare problemi psicosociali preesistenti, legittimando un isolamento atomistico che  qualcosa a che fare con l’antropologia neoliberale del “trentennio inglorioso” deve avere, a naso.  Esattamente come alla “non politica” corrisponde una “mezza cultura” conformista e acritica, figlia di un’ideologia che nega se stessa. Non si va da Freud, non ci si organizza per cambiare un assetto economico iniquo, fallimentare e fanatico, ma ci si affida a un virologo, o sedicente tale (attuale sostituito dell’economista mainstream).  

Un giorno dovremo anche approfondire questa frattura antropologica per cui il terrore sanitario, che è altra cosa dalla produttività razionale di una paura circostanziata rispetto a un problema realisticamente individuato e circoscritto, è diventata un fattore che consente di azzerare millenni di civilizzazione, normalizzando tutto. Ad esempio, come si fa a sostenere a cuor leggero che scuola e università debbono transitare on line? Come si può affermare che la vita culturale – teatri, musica, cinema, convegni – possa e debba essere cancellata perché appartiene al superfluo? Perché ci si può ammassare sugli autobus, mentre non si può fare un evento in presenza, rispettando le norme di sicurezza? Ricordo che studi recenti hanno mostrato come i teatri siano tra i luoghi più sicuri, attualmente. Tutto ciò è rivelativo di una mentalità, che è parte costitutiva del problema, il quale, prima ancora del virus, è rappresentato dalla qualità  della nostra risposta ad esso, da come ci si atteggia. Un discorso che non può essere liquidato volgarmente: qui nessuno sostiene di non prendere gli accorgimenti necessari (anzi, si sta criticando il fatto che non è stato predisposto per tempo quanto serviva davvero), ma si cerca di guardare alla narrazione, all’uso politico-comunicativo del virus.

A proposito di narrazione: visto che le conseguenze del gioco dell’oca che stiamo facendo saranno anche, e pesantemente, economiche, vogliamo dire che bisogna smetterla di fare spallucce sui  “bottegai”, come irrisoriamente, con malcelato disprezzo, vengono qualificati in certi ambienti politici commercianti, artigiani, parrucchieri, gestori di bar e ristoranti ecc.? Cioè un bel pezzo di economia reale, ma anche di cultura materiale del nostro Paese, che dovrebbe difendere queste tradizioni e radici, invece di progettare un’Italia desertificata e plastificata, in mano alla grandi multinazionali finanziarie della distribuzione. Inoltre, sarebbe bene andare cauti quando si dice che in Italia nessuno muore di fame (mentre di coronavirus sì). Perché questo stilema polemico è oltre che semplicista e rozzo, offensivo e falso nel messaggio che pretende di veicolare. Basta leggere le ricerche elaborate dal Forum sulle disuguaglianze, per rendersi conto della dimensione della povertà assoluta e relativa in Italia.  Invece, quando la Confindustria apre bocca, ci si mette sugli attenti. Capisco che possiedano i grandi media. Però, se si rivendica l’autonomia della politica, e di una politica che pretende di riannodare il legame sociale, non si può essere subalterni al finazcapitalismo, e si devono difendere gli interessi dei ceti popolari (tutti: dipendenti e non). Ma, come cantava Scarpia, “è fallace speranza”.

Infine, un dubbio: non è che si vuole realizzare un lockdown mascherato, che ci fa uscire di giorno per lavorare (almeno in tutti i casi in cui non si può evitare)  e ci sequestra per il resto della giornata? Una trovata che consentirebbe di risparmiare ristori e cassa integrazione, scaricando ancora di più sulla cittadinanza (già provata), e in particolar modo sulla parte più esposta e precaria, il costo della crisi, o meglio dell’incapacità di affrontarla. Ma quando una strategia non funziona, quando certe idee si rivelano sbagliate – ad esempio quelle di certi “consulenti” di governo, quelli che a marzo dicevano che le mascherine non servono, per coprire il fatto che non erano disponibili – non è razionale cambiarle? Forse un risveglio si intravede, il che spiega la cautela, finora, del Presidente del Consiglio. Destinata, temo, a essere travolta. Però se nuovo lockdown sarà (totale o parziale, dichiarato o mascherato), non sarà così pacifico e senza conseguenze. Il tempo di stringersi a corte è finito.

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