Tu ci chiudi, tu ci paghi


24 Ott , 2020|
|Sassi nello stagno

Dopo le furiose proteste di ieri sera a Napoli, è emerso immediatamente l’atteggiamento tipico del nostro tempo, cioè quello di condanna verso ogni protesta di piazza che possa sfociare nella violenza.

Nella nostra società iper-individualistica, infatti, ogni sommossa che possa assumere mosse violente non viene vista nelle sue ragioni profonde, politiche e sociali, ma viene concepita come somma di individui balordi e delinquenti.

Questo è in fondo il discorso che sosteneva tempo fa  Margaret Thatcher: la società non esiste, esistono gli individui.

Un movimento sociale di protesta, dunque, non può avere, secondo questa narrazione, una dimensione collettiva, ma può essere concepito unicamente come somma di singoli criminali e facinorosi.

La violenza viene inestricabilmente legata ad una degenerazione morale, secondo un meccanismo dimentico di come, al contrario, anche persone “oneste” e “normali”, non appartenenti cioè al sottoproletariato criminale, possano trovare ragioni che sfocino poi in proteste violente.

Questa narrazione dimentica tutte le rivolte dal basso dettate da condizioni sociali disastrate, a partire da quelle tardomedievali come la jacquerie francese del ‘300 o la rivolta dei Ciompi del medesimo secolo a Firenze; dimentica il profondo disagio sociale di fine settecento che portò alla presa della Bastiglia in Francia oppure più tardi alla rivoluzione d’ottobre in Russia. Ma rimettendo mano ai libri di storia se ne potrebbero citare a bizzeffe di rivolte simili.

Ebbene, queste rivolte erano criminali? Erano rivolte di delinquenti e facinorosi?

Evidentemente no, come evidentemente non può essere bollata in questo modo la rivolta napoletana di ieri sera.

Non è forse vero che il sud Italia versa in una condizione sociale spaventosa oramai da decenni?

Il sud Italia viaggia da anni su tassi di disoccupazione simili a quelli greci; si contano due persone su cinque a rischio povertà e negli ultimi 15 anni fino a 2 milioni di persone sono emigrate al nord, come se tutta Napoli e mezza sua provincia avesse abbandonato la città e i comuni limitrofi.

Dinnanzi ad una situazione del genere e ad un tessuto economico che va avanti quasi soltanto per la mera sussistenza, quale reazione ci si può attendere se non una violenta?

La regione Campania, a distanza di quattro mesi dalla prima ondata, non ha investito un soldo nei posti letto necessari per accogliere malati covid e tutte gli altri malati, né tantomeno ha investito per incrementare le corse dei mezzi pubblici (il vero veicolo del contagio), oppure per ridurre il numero di alunni per classe nelle scuole.

A distanza di quattro mesi né la regione né il governo si sono preoccupati, nel bel mezzo di una pandemia, di tutto questo ed oggi, non riuscendo a contenere il contagio con gli investimenti pubblici che non ci sono stati, si caldeggia una nuova chiusura totale.

Chiudere, però, significa bloccare nuovamente un tessuto socio-economico già debole, significa letteralmente sottrarre denaro dalle tasche dei cittadini.

Questo i lavoratori e i commercianti l’hanno capito perfettamente a differenza di qualche commentatore da salotto e ce l’hanno detto con uno slogan sintetico, ma efficace: “Tu ci chiudi, tu ci paghi”.

Sì, perché se l’economia non gira più e da lì non escono più le paghe, la responsabilità deve assumersela la regione, deve assumersela lo stato, che però preferiscono fare orecchie da mercante.

Si è detto che questo movimento di piazza è stato infiltrato immediatamente dalla camorra, ma se si riuscisse ad identificare qualcuno dei protestanti come appartenente alla criminalità organizzata non sarebbe una meraviglia, semplicemente perché la criminalità organizzata sguazza nel disagio sociale, ormai tristemente noto, prodotto da anni a Napoli.

Una Napoli nuovamente in chiusura totale sarebbe terreno fertile per la compravendita criminale di piccole attività destinate a chiudere, per prestiti a tassi d’usura alle attività più bisognose o semplicemente per creare nuovo consenso verso i settori criminali grazie al sostegno al reddito che può offrire proprio il crimine organizzato.

Allora non può essere una meraviglia l’infiltrazione camorristica della protesta; tuttavia, si può credere che la rivolta sia stata unicamente camorristica? Anche questo è difficile pensarlo.

La camorra può soffiare sul fuoco, ma il fuoco del disagio dev’essere acceso e a Napoli è acceso da troppo tempo.

Allora, per una volta, svestiamo i panni del ceto medio garantito e buonista che si scandalizza davanti ad una città che a sua volta s’è vestita da guerrigliera, non pensiamo che la protesta di ieri sia stata una somma di rissosi, ma rendiamoci conto che è stata, al contrario, un movimento sociale fondato su un disagio concreto, reale, diffuso.

La violenza non è appannaggio della sola delinquenza, ma può essere anche appannaggio delle persone che amiamo chiamare per bene e oneste. L’unica differenza tra il primo tipo e il secondo è la possibilità di mettere il piatto a tavola.

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