Dopo il referendum


26 Ott , 2020|
|Visioni

É passato all’incirca un mese dal referendum popolare del 20 settembre e quasi non se ne parla più. Forse la questione non era poi così determinante per le sorti della nostra democrazia come certuni, anche commentatori autorevoli, sembravano credere e, soprattutto, volerci far credere nelle settimane che hanno preceduto il voto. Eppure molti, anche giuristi autorevolissimi, hanno suscitato una strana equazione – meno parlamentari meno democrazia – per convincere gli italiani a votare NO. Se poi si considera quel che hanno fatto i politici, cioè i decisori, risulta che non pochi di loro – e anche qualche partito – abbiano cambiato radicalmente opinione, cominciando ad argomentare contro la riforma pur avendola sostenuta e approvata nelle votazioni in Parlamento (e c’è stato anche chi, come il PD, ha votato variamente durante le tre votazioni parlamentari: due volte NO e la terza SI). 

È difficile non pensar male e cioè che la riforma – non una legge qualsiasi ma una legge costituzionale – sia finita con l’essere miseramente strumentalizzata per opportunismo politico o a fini elettorali. A un certo punto da certuni si è anche capito che poteva non essere conveniente che il Movimento Cinque Stelle ottenesse una vittoria referendaria. Poi avrebbe vinto il SI, ma è anche difficile pensare che il risultato sia prova del rinnovato gradimento, da parte dell’elettorato, verso i pentastellati.

Grosso modo dovrebbe star così la strategia che, all’approssimarsi del voto, ha manipolato, provenendo da diversi attori politici, la vicenda referendaria. Ora, però, ogni analisi dietrologica non è molto significativa e resta il fatto ‘costituzionale’ non irrilevante e cioè che il numero dei deputati e senatori è vistosamente diminuito: da 650 a 400 alla Camera, da 315 a 200 al Senato. L’esito referendario non ci ha consegnato un’anomalia: la conferma mediante un rapido passaggio da internet da cui consta, dalla comparazione con gli altri parlamenti occidentali, che l’anomalia, tutta italiana, era il numero consegnatoci dalla Costituzione. 

Vi sarebbe da interrogarsi sulle ragioni di questa anomalia genetica e sul perché, prima dell’iniziativa pentastellata, praticamente nessuno non abbia non dico pensato, ma certamente provato a far rientrare, almeno per quest’aspetto, la nostra Costituzione nella regolarità. 

È una ricerca che postula la consultazione dei lavori preparatori della Costituente in sede di formulazione degli articoli 56 (Camera) e 57 (Senato).  Ora emerge che in Assemblea si discusse sul numero dei parlamentari. Sia per la Camera che per il Senato si era proposto il rapporto di uno a duecentocinquantamila abitanti, con la conseguenza che, se questo rapporto fosse stato versato nella Carta, il numero dei parlamentari sarebbe stato ab origine quello che avremmo nella prossima legislatura, quando si produrranno gli effetti della riforma costituzionale. Per quel che può valere, si può aggiungere che l’introduzione di questo rapporto era stata sostenuta, per il Senato, non da un costituente qualunque, ma da Costantino Mortati: se della Camera dei deputati, così aveva argomentato Mortati, «s’è voluto fare un’espressione analitica della volontà popolare, appare opportuno che invece il Senato adempia alla funzione di una rappresentanza più sintetica di grandi nuclei regionali».

Dai lavori preparatori risulta inoltre che fin all’ultimo si cercò di contenere il numero dei deputati: un tentativo tenacemente portato avanti dal Comitato di redazione e dallo stesso Presidente della Commissione, Meuccio Ruini. Ma non se ne fece nulla perché si imposero i due maggiori partiti, D.C. e P.C.I., in questo sintonici, con l’argomento che solo aumentando (consistentemente) il numero si sarebbe assicurato il più stretto rapporto tra parlamentari ed elettori. 

In questo argomento, una giustificazione più che altro, si può forse cogliere la reale ragione dell’anomalia italiana: non è detto espressamente e nemmeno implicitamente, ma vi è margine per ipotizzare che un numero così cospicuo di parlamentari fosse funzionale, particolarmente ai due partiti maggiori, per garantire non solo o non tanto il rapporto con gli elettori quanto la partecipazione al potere dei (molti) potentati locali, conformemente a una morfologia del potere, o meglio del sotto-potere, quale caratterizza storicamente l’Italia.

Che questo possa essere il modulo cripticamente sotteso all’ampio numero dei parlamentari è, forse, possibile coglierlo anche dalla riforma del 2001 degli articoli 56 e 57, con la quale si è creata una “circoscrizione estera” ad hoc, assegnandole una quota di rappresentanti specifica e differenziata (alla Camera, dodici eletti; sei al Senato): com’è stato osservato, disposizioni del genere non hanno alcun riscontro nelle costituzioni degli altri paesi europei dove pur è previsto il voto dei cittadini residenti all’estero.

In questa prospettiva i numeri dei rappresentanti quali stavano scritti in Costituzione prima della riforma sembrano più a tutela degli stessi rappresentanti, e di chi stia dietro loro, che dei cittadini elettori. L’Italia era allora – ed è tuttora – un Paese in cui pullano potentati, corporazioni, formazioni sociali portatori di interessi più o meno particolari e talora particolarissimi: per essere tutelati adeguatamente queste organizzazioni divise e divisive, e non sempre corrette o lecite, sono protese a cercare e avere una qualche rappresentanza istituzionale. È logico che, in presenza di un numero elevato di parlamentari, crescono le possibilità di averne uno o più a disposizione. Paradossalmente può così darsi il contrario di quel che temeva Rousseau e cioè che i rappresentanti, una volta eletti, espropriassero il popolo della sovranità che ad esso compete: se un potentato è in grado di imporre uno o più rappresentanti, la conseguenza è che ad essere espropriati del loro potere deliberativo saranno l’eletto o gli eletti. Ora non è mai accaduto questo in Italia? Difficile negarlo; e allora, da questo punto di vista, l’art 67 della Costituzione può esso stesso sciogliersi e ridursi a una pia intenzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. 

Si potrebbe obiettare che, da un diverso punto di vista, il male è che troppi parlamentari passano da un gruppo a un altro durante una legislatura; però se ciò avviene la causa non è l’indipendenza del parlamentare, al contrario il più delle volte è la sua dipendenza da mutevoli interessi particolari, coagulati presso fazioni di varia natura e, talora, possono essere determinanti addirittura interessi strettamente personali. 

In questa realtà la riduzione del numero dei parlamentari è stata una cosa ben fatta perché – come ha dichiarato Lorenza Carlassare – “molti membri della Camera non sono attivi, ma appaiono passivi, quindi scarsamente utili, e possono costituire, nel peggiore dei casi, canali di accesso alle istituzioni che potrebbero anche dar luogo a fenomeni corruttivi”.

Una recente indagine condotta da Ipsos Italia ha evidenziato quel che tutti avvertiamo: la disaffezione degli italiani verso la democrazia e i rappresentanti e, nel contempo, il loro desiderio di democrazia diretta, da incanalarsi in referendum popolari e leggi di iniziativa popolare (istituti a cui, però, la Costituzione offre uno spazio assai scarso). Così stando le cose, era scontato che gli elettori approvassero la riduzione del numero dei parlamentari. 

Nonostante tutto, occorre, però, dare anche atto a questo Parlamento di aver votato la legge costituzionale. Anche se è probabile che ciò sia espressione non tanto di un apprezzabile self-restraint da parte dei parlamentari, quanto di adesione a un dictat imposto da una strategia di potere delle segreterie di partito a cui, è bene ricordarlo, ogni parlamentare deve la candidatura, nonché (e soprattutto) l’eventuale ricandidatura. Ovviamente tutto ciò incide sulla questione della rappresentanza, che si è agitata prima del referendum. Ma il numero dei parlamentari non incide, né può incidere, sulla loro capacità di rappresentare gli elettori: occorrerà semplicemente curare alcuni meccanismi normativi e, in primis, mantenere una proporzione. La capacità rappresentativa dipende da altro: dall’attitudine dell’eletto ad essere e a mantenersi indipendente a fronte della pressione di interessi particolari fin dal tempo della campagna elettorale. Ma dipenderà anche dal sistema normativo in cui sarebbe necessario assumere l’idea che la rappresentatività, in questi tempi ‘veloci’, dev’essere testata con frequenza. Cinque anni di attesa prima di rinnovare il Parlamento (e sette per la Presidenza della Repubblica …) sono probabilmente troppi. Altrove l’intervallo tra un’elezione e l’altra è minore e, addirittura, negli USA la Camera dei Rappresentanti ha una legislatura di due anni. Forse è il caso di cominciare a riflettervi.     

Di: