Spazio e tempo


28 Ott , 2020|
|Voci

L’impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo

Una mattina di ottobre Paolino si svegliò di soprassalto e sgranando gli occhi urlò contro il soffitto: «Ma allora è davvero così, siamo soli nell’Universo!». 

Si catapultò in piedi e si affacciò alla finestrella. Fuori pioveva forte. Una pioggia incessante e talmente silenziosa da sembrare finta. Tutte le cose gli apparivano aliene come nel sogno che aveva appena fatto: sedeva all’esterno dell’abitacolo di un’astronave che vagava nello spazio siderale, senza alcuna direzione, da sud a est, da nord a ovest, nella totale oscurità. Tutti i suoi sensi fluttuavano nel magma dello spazio-tempo ed erano tutt’uno con il vuoto in cui erano immersi. Il corpo umano, nudo, percepito come un’assenza, sembrava un elemento fuori posto. Soltanto il pensiero era in attività e gli suggeriva la sensazione del moto. L’astronave volteggiava nello spazio profondo, guidata dal pensiero per l’eternità, nel vuoto, senza direzione. L’unica divagazione erano le stelle che brillavano in lontananza.

«Ma quanto sono lontane le stelle!» – disse a voce alta. E udì nel viale il suono elettronico della sirena che annunciava ai sudditi l’inizio di una nuova giornata di lavoro. Paolino decise all’istante che quel giorno al lavoro non ci sarebbe andato. Aveva centocinquanta crediti accumulati per buona condotta, e li barattò tutti con un giorno di riposo. Da quando l’Impero Tecnologico d’Oriente aveva vinto la guerra contro la Lega delle Democrazie Occidentali, l’intero assetto europeo era mutato. Le vecchie città erano state rimodellate secondo un criterio architettonico efficientista e la gente era stata messa ad abitare in grattacieli di vetro e cemento, sui quali vigilavano grosse telecamere, giorno e notte. Il regime aveva diviso la società in dieci caste. In alto spiccava l’oligarchia amministrativa e finanziaria che esercitava, in accordo con l’imperatore, il potere decisionale. Non vi era alcun organo legislativo né giudiziario e tutto veniva pianificato e deciso ai vertici. Man mano che si scendeva le cose cambiavano radicalmente. Alla classe media veniva garantito un reddito di sussistenza, e l’unica attività sociale che i loro rappresentanti potevano svolgere era gonfiare le file dell’esercito mettendo al mondo futuri soldati e soldatesse. Le classi più miserabili venivano massacrate da estenuanti turni lavorativi. Erano gli ufficiali regionali, nominati dal Consiglio Amministrativo, a scegliere il lavoro che i sudditi più sfortunati avevano l’obbligo di eseguire. Paolino apparteneva per discendenza familiare alla casta degli artisti, quelli che occupavano il penultimo posto d’onore nella gerarchia sociale. Più in basso c’erano soltanto i dissidenti. Loro però non godevano di buona reputazione e nemmeno avevano una vita lunga. Negli ultimi tre mesi il plotone di esecuzione ne aveva giustiziati 142, fucilati con le spalle al muro, nel distretto nord della città. Il lavoro di Paolino consisteva nel fare da cavia per gli esperimenti scientifici e tecnologici. Passava tredici ore al giorno nel capannone Y della città a bere pozioni chimiche, assumere pasticche e subire torture. A lui il governo aveva concesso un tugurio di otto metri quadri dove c’erano un piccolo fornello, un frigorifero, un sofà letto, un affaccio sul cemento ed un vecchio pianoforte verticale, fabbricato nel 2019, molti anni prima dell’ultima guerra.

Sporse il capo al di là del davanzale e guardò il cielo. Grigio. Poi guardò verso il basso e vide  tante pozzanghere di acqua e fango. Grigie, anch’esse. Tutto ciò da cui era circondato si presentava ai suoi occhi come un grande ammasso di materia grigia, di nero su bianco, di bianco su nero. A nord. A sud. A est. A ovest. Proprio come nel sogno. Paolino ormai conosceva bene il suo destino di uomo sulla Terra. Sapeva di essere uno schiavo, di essere stato poco fortunato. Era un artista e quelli come lui valevano zero, come nel sogno orribile che aveva fatto. Anche lì, nell’universo profondo, in una dimensione naturalmente estranea  all’uomo, anche lì era da solo, in balia del moto impazzito di un’astronave che vagava e fluttuava nel Niente. Anche lì si sentiva come lo Zero.

E mentre la pioggia batteva forte sui vetri pensava: Ma forse tutto l’Universo è uguale a Zero. Forse tutte le cose che percepiamo con i sensi valgono niente. Siamo circondati dal grigio in Terra e in Cielo, e la luce delle stelle è soltanto un’illusione della nostra povera mente. L’Infinito è uguale a Zero. L’infinito che da bambino si celava ai suoi occhi dietro i tasti bianchi e neri del pianoforte. Quell’infinito che non poteva comprendere, perché i suoi genitori non erano riusciti a pagargli un maestro. Inoltre da più di dieci anni quella dittatura perversa impediva alla popolazione di ascoltare musica colta. Forse perché si credeva, e chissà se erroneamente, che potesse accendere gli spiriti ribelli e spingerli al sovvertimento dell’ordine. Impiegò meno di un passo a raggiungere il pianoforte. Si sedette sullo sgabello e aprì il coperchio. Non lo faceva da più di tre anni.

La prima cosa che notò fu l’alternanza dei tasti bianchi e neri. Ne contò dodici per ogni ottava, sette bianchi e cinque neri. Sapeva che i bianchi corrispondevano alle sette note naturali do, re, mi, fa, sol, la, si, e che i neri erano le alterazioni di semitono. Dunque, partendo dal donaturale e risalendo la tastiera, cominciò a suonare do diesis, re diesis, fa diesis, sol diesis, la diesis. Poi fece la stessa cosa in discesa, suonò le stesse note e le chiamò ad alta voce si bemolle, la bemolle, sol bemolle, mi bemolle, re bemolle. Che strano pensò, lo stesso suono su una scala ascendente lo chiamano diesis e su una discendente lo chiamano bemolle. Una stessa vibrazione di corda che porta due nomi differenti a seconda del contesto. Paolino pensò che questa era un’evenienza comune nella realtà. Una persona può avere due nomi. Il do suonato su una tastiera non corrisponde mai perfettamente al do suonato su un’altra tastiera, c’è sempre una variazione di frequenza, benché minima, che dichiara l’assoluta unicità di una nota. Un colore non è mai uguale a sé stesso, c’è sempre una sfumatura di giallo più accentuata in un blu e meno accentuata in un altro blu. Uno stato d’animo non si ripresenta mai uguale, così come una goccia di rugiada non cade mai allo stesso modo. Una nuvola può deformarsi fino ad assumere forme infinite. Un fotone non emette mai la stessa energia. Una particella subatomica può trovarsi addirittura in due posti nello stesso istante. Ed un istante può essere infinito e soprattutto unico, come unico è il tocco di ciascun musicista. Si, perché tutte le cose del mondo, visibili e invisibili, hanno una loro unicità che viene rivelata nell’istante medesimo in cui si palesano e vengono percepite dai sensi. Ecco perché non c’è nulla di strano nel chiamare il primo tasto nero della tastiera do diesis quando una scala è ascendente e re bemolle quando la stessa scala è in discesa. E quel suono ha sempre una sua unicità a seconda del tipo di scala che viene eseguita, dalla forza con cui il martelletto colpisce la corda e dall’accordatura del pianoforte.

E non finirono lì le riflessioni di Paolino.

Perché tra il mi e il fa, e tra il si e il do, non c’è più l’alternanza perfetta tra bianco e nero? Perché le note naturali sono sette e sono bianche e le alterazioni di semitono sono cinque e sono nere?

«Convenzioni della musica tonale occidentale che sottostanno ad una naturale attitudine delle genti a sentire, esplicitare e regolamentare i suoni!» gli aveva detto molti anni fa suo nonno.

Paolino si domandava come fosse possibile che da quell’alternanza di bianco e nero  potesse derivare un cromatismo così inteso, uditivamente percepibile soprattutto nella musica più colta. E gli venne in mente una composizione che amava tanto, Reflets dans l’eau di Claude Debussy. Quando aveva abbastanza credito sociale si prendeva spesso lo svago di spendere qualche unità per andare su internet a riascoltare la registrazione fatta da Arturo Benedetti Michelangelo. Quante scale ascendenti e discendenti! Quante note che si adagiavano, saltellavano e si riposavano su accordi sospesi. Una gioia per le orecchie e per la mente. Ma come poteva realizzarsi una tale perfezione?

Si sentì di nuovo smarrito. Fissò la tastiera con disperazione e suonò un accordo largo minore. Che schifo! Il pianoforte era chiaramente scordato, non veniva suonato da più di tre anni. Sbatté il coperchio con violenza e appoggiò la testa tra i pugni chiusi. Gli tornò in mente la voce del nonno: «Tu hai per natura un orecchio occidentale, nella tua anima è scritta la grande sapienza di Bach, Mozart e Beethoven. Ci si può adagiare senz’altro nei suoni della musica atonale, si può godere a dissacrare le forme, ma perseverare in tali sperimentazioni ci costringe a rimanere impigliati davanti a specchi che riflettono soltanto il lato oscuro del nostro subconscio. E guarda un po’ che fine ha fatto la nostra società per aver osato esaltare esclusivamente l’individualismo. È finita nel caos. Da questa esaltazione verrà fuori la peggiore delle dittature. Se vuoi raggiungere le stelle, Paolino, devi tornare alla bellezza delle regole».

Come poteva essere possibile! Persino il regime imponeva ai sudditi di sottostare a un sistema di regole. Le regole possono essere disumanizzanti! Ma sarà veramente così? Beh, ci sono regole e regole! Alcune sono conformi alla natura delle cose, altre invece tendono alla degenerazione. Ecco, è senz’altro così. Questa disumanizzante dittatura ha deformato l’ordine naturale delle cose. È alla natura che bisogna tornare, è soltanto attraverso la natura che si ritorna al bello

Paolino pensava alla grandiosità dei canti degli indigeni d’America. Non era di certo gente che leggeva quella, lontana dal canone artistico della vecchia Europa, eppure le loro espressioni musicali sottostavano in maniera naturale a un sistema di regole. Il canto veniva fuori come un istinto primordiale intriso di un forte e innato rigore logico. Ogni forma musicale del mondo, prima del degrado della globalizzazione del neoliberismo, ancor prima dell’ultima guerra, era stata sempre codificata secondo una logica naturalmente intrinseca al sentire delle genti. Da svariati decenni, invece, senza regole e codici, si era sprofondati nell’appiattimento più banale. La musica del regime era diventata rumore, un banale e volgare tappeto sonoro che accompagnava le giornate delle persone, annientandole. Organizzata da software digitali, non aveva più alcun valore etico ed educativo. Il mondo si era uniformato e imbruttito. Grigio, tutto grigio. Bianco su nero. Nero su bianco.

Riaprì il coperchio del pianoforte e guardò la tastiera. Si rivide che volteggiava nello spazio siderale, senza direzione. Ecco, quei tasti bianchi e neri erano la sua astronave con la quale partire in rotta per le stelle. Da dove cominciare però? Non aveva di certo la sapienza di Chopin o di Debussy, né il tocco di Michelangelo. Da dove cominciare? Dalla tonalità, mi diceva il nonno! Dalla tonalità! E come si poteva mai pensare di ripartire dalla tonalità con uno strumento tutto scordato come quello che aveva di fronte? 

Ritornò alle immagini del sogno. Ecco, l’astronave. Fluttua e danza nel vago divenire. Tutto intorno è nero. In lontananza intravedo il bianco delle stelle. Ed io al centro dell’Universo. Io corrispondo all’Infinito. L’Infinito corrisponde allo Zero. Ma io non posso valere zero! Non posso!

Capì che con quei tasti bianchi e neri poteva trasformare il valore negativo dell’Universo infinito in qualcosa di positivo. Soltanto in questo modo si sarebbe potuto ricongiungere con le stelle. Ecco, l’Infinito doveva però essere coniugato attraverso una sapiente combinazione di suoni. Ma se il piano è come una campana stonata come posso assemblare le regole? Come posso tornare alla tonalità? Le riflessioni durarono a lungo. Venne il pomeriggio e quando smise di piovere Paolino trovò una soluzione. Non sapendo accordare il pianoforte intuì che l’unico modo per uscire da quell’impasse era creare equilibrio tra le note che suonavano meglio. Si rese conto che alcune ottave funzionavano più di altre e che il re e il fa dell’ottava di basso andavano evitati.

Riuscì a costruire così il suo senso, la sua immagine armonica del mondo.

Impiegò ore ed ore per assemblare i suoni più belli che aveva. Trasformò lo Zero, il suo centro, in un punto infinito di colori e partì alla volta delle stelle. Quando si fece sera suonò e risuonò la sua composizione, e quando vide calare la notte si stese sul letto con leggerezza, chiuse gli occhi e sognò finalmente il mondo a colori.

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