Una coscienza sotterranea: l’arte politica del nuovo mondo


29 Ott , 2020| -
|Visioni

Iniziamo con qualche semplice considerazione di carattere generale. Per esempio: è importante velocizzare i processi di una conversione energetica che mettono al centro l’energia rinnovabile rispetto all’energia fossile? Certamente. È fondamentale promuovere una informatizzazione degli apparati pubblici e statali, attraverso la quale velocizzare i tempi della giustizia, come denuncia da anni il Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, e favorire una sburocratizzazione che è da sempre uno dei mali del nostro Stato? Ovvio che sì. E ancora: è un punto dirimente quello di voler attivare una riformulazione delle cosiddette strutture partitocratiche, che da decenni non fanno altro che polarizzare la discussione pubblica confondendo le priorità di uno stato di diritto con pratiche atte a consolidare lo status quo, e a portare avanti metodi consociativistici se non direttamente clientelari? È chiaro che sì. Resta una priorità mondiale quella di impedire alle multinazionali, tra cui le “grandi aziende della Silicon Valley” – come ripete da anni l’attivista canadese Naomi Klein – di sfruttare ogni shock (pandemico) per intrecciare i loro interessi commerciali e di potere finanziario con la debolezza degli apparati politici, così da “imporre un futuro a loro immagine e somiglianza”[1]? Nessuno lo mette in dubbio. Ma allora: come mai tutto questo passa quotidianamente in secondo piano? Come mai l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra su inezie di carattere particolare, invece di stare giorno e notte su temi strutturali, come quelli ora citati?
Per rispondere bisogna prima completare l’analisi generale ricordando che il dislivello culturale venutosi a creare fra l’opinione del cittadino medio e la classe politica di questi ultimi decenni è uno dei motivi per cui chi governa è sempre in cerca di consenso (sempre meno ottenuto) a breve termine e chi si fa governare spesso non riesce a comprendere ciò che gli viene detto di fare. È un dislivello culturale perché chi governa e chi si sente governato, nella maggior parte dei casi, si identifica nella “massa” (seppure finge d’essere altolocato); così l’assenza di un livello culturale profondo, fondato e interiormente radicato in una posizione altra rispetto alle logiche della società contemporanea, ha trasformato velocemente la democrazia in demagogia (come avrebbe detto Platone), e la vitalità politica in un insieme di individui concentrati solo su se stessi, mossi esclusivamente da interessi di tipo edonistico o del tutto velleitari. Ma c’è di peggio. Già nel 1995 lo storico statunitense Christopher Lasch in un suo libro che ebbe meritato successo dal titolo La ribellione delle élite[2], scriveva:
“Una volta era la “ribellione delle masse” che minacciava l’ordine sociale e le tradizioni di civiltà della cultura occidentale. Ai nostri tempi, invece, la minaccia principale sembra venire da chi si trova al vertice della gerarchia sociale, non delle masse”. Concludendo poi da storico sottolineava: “Questa straordinaria svolta degli eventi confonde le nostre aspettative sul corso della storia e mette in discussione assunti stabiliti da tempo”[3]. Ecco perché oggi la confusione fra l’élite non all’altezza delle sfide del nostro tempo, legate proprio a questa messa in discussione storico-collettiva degli assunti tradizionali, e i cittadini che – sempre per citare Lasch – sembrano aver “perso interesse per la rivoluzione”[4], questa terribile confusione, ha fatto sì che le prime venissero a costituirsi come potenti oligarchie cosmopolite, sganciate da qualsiasi interesse di tipo culturale autentico, mentre le seconde, si ritrovassero nella posizione di sottomissione al potere ipnotico della pubblicità e della gossip Politik, per essere in fondo teste stordite, isolate, mai del tutto pronte alla reazione contro-elitaria.

L’élite è traslocata a un piano superiore rispetto alla dialettica pubblica, come ormai hanno ben compreso tutti, non solo i filosofi, trasformandosi – per esempio – in monopolio della comunicazione, in oligarchia finanziaria e, in ultima istanza, in dittatura della sorveglianza. In questo modo vengono a mancare i sostegni culturali, le classi dirigenti sapienti, che potrebbero contrastare tele sistema tentacolare con la forza del pensiero: “È il pensiero – scriveva Simone Weil – che fa l’unità”[5]. In assenza di questo, vincerà sempre il neocapitalismo e la disinformazione, che si fondano sulla separazione fra pensiero e vita. Fino all’annichilimento di entrambi. 

A questo proposito uno potrebbe domandarsi se siano mai esistite élite di questo tipo. Persone di rilievo con un potere culturale da mettere non al servizio dei tiranni, ma al servizio di ogni essere umano. Il discernimento è arduo. Se si dovesse azzardare una risposta poco confortante, ma sincera, forse si sarebbe tentati di rispondere di no. Anche se rispetto allo strapotere oggi in mano a pochi individui ultra miliardari che governano il mondo senza nessuna resistenza, qualsiasi classe intellettuale del passato è una formica a confronto. Eppure, tentare di raggiungere un equilibrio fra il potere dirigenziale (democraticamente eletto e consapevole della sua missione di attuatore della Costituzione) e il potere del popolo sovrano (démos-krátos), questo contrappeso, è in realtà il vero obbiettivo di una forma autentica di governo. È questo equilibrio/compromesso il vero principio politico regolativo. Esso è il camino da tenere sempre acceso, l’unico capace di riscaldare gli animi da tempo raffreddati e rendere la politica uno scenario creativo per l’essere umano, e non il lugubre obitorio al quale siamo purtroppo ormai abituati. Occorre non perdere mai di vista lo scopo della politica, intesa come partecipazione comune per il raggiungimento del “pieno sviluppo della persona umana” (art. 3); altrimenti si rischia di dimenticare una delle motivazioni più avvincenti che ha attraversato l’anima di molti in passato, fino ad arrivare alle ultime contestazioni (rilevanti) della seconda metà del Novecento. Non si può pensare che siccome non si è mai raggiunto un tale equilibrio fra i poteri, allora la missione è fallita. Anzi! Semmai questo tempo ci invita a rilanciare tali orizzonti comunitari. Ecco perché urge ridestare nelle coscienze istituzionali e sociali non solo italiane, ma anche europee, quello spirito rivoluzionario (epurato da ogni violenza e infantilismo) che in fondo non è che la dimensione collegiale, e laicamente spirituale, dell’uomo politico. Persino a livello epistemologico il caos da delirio di onnipotenza (che il Covid19 ha reso ancora più palese, basta vedere il successo mass mediale di alcuni virologi diventate vere e proprie pop stars) non è riuscito a sovvertire completamente il pensiero di tutti i ricercatori liberi da interessi corporativi. Allora ecco che si può osservare come in biologia, per fare alcuni esempi, da qualche anno a questa parte si prova a parlare di con-dividui, invece che di in-dividui (pensati come meri automi indivisibili). Ma anche in sociologia termini come empatia, relazione e rete sono termini che trovano spesso ampia risonanza. Oppure, ancora, in ambito giuridico parte del dibattito si concentra da anni su quello che il giurista Ugo Mattei, sull’onda del pensiero del Professor Stefano Rodotà, chiama “Benicomunismo”[6]. Per non parlare della rivoluzione copernicana avvenuta in fisica, ormai più di un secolo fa, con il salto quantico e la scoperta di una pluridimensionalità della realtà che se da un lato ci esorta a rapportarci con le cose fuori di noi in un modo meno determinato e fisso, dall’altro, ci invita a riflettere sul carattere intrinsecamente relazionale che ci costituisce in quanto materia cosmica vivente. E potrebbero esserci molteplici altri esempi da citare. Ma ciò che è importante è constatare che c’è una coscienza diversa che si sta sviluppando nascostamente. Nonostante l’ottundimento generale. Una coscienza sotterranea, perché si muove al di sotto della crosta sempre più ingiallita di quei dibattiti pubblici tutti intenti a osservare il proprio ombelico come fosse il centro del mondo. Tale coscienza è la svolta che ci attende; ed è con essa che bisogna iniziare a interagire.


In molti hanno sottolineato il fatto che il mondo post Covid19 sarà un mondo nuovo, diverso. Questa pandemia sembra, nel bene e nel male, segnare uno spartiacque fra la vita per come veniva pensata nei mesi di gennaio e febbraio duemilaventi, e la vita di oggi. A sentire la maggior parte degli opinionisti, scienziati e giornalisti più in voga, questo balzo epidemiologico dovrà condurci a uno stato ancora più di dipendenza dalle tecnologie (App, Smart working, JustEat, Amazon, telelavoro, scuola on-line), oltre che di distanziamento sociale e ipocondria universale (Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute: “Abbiamo previsto che, nella fascia della fragilità, siano compresi i bambini e abbiamo abbassato l’età dell’anzianità, facendola scendere a 60 anni”[7]).


Tutti questi scenari non sono una novità per chi teneva le orecchie bene aperte. Queste forme di storpiatura democratica erano già bene avviate da tempo. Il Covid19 sotto questo punto di vista ha reso visibile ciò che era latente nella psiche e nei lineamenti della società, per come è stata impostata da molti decenni a questa parte. Perciò, era inevitabile giungere a queste conclusioni. La perdita del mondo vecchio, quello pre-Covid19, era da augurarselo. Il problema è che la riconfigurazione del mondo nuovo, quello post-Covid19, non è dovuta al fatto che il pensiero ha trasportato l’uomo verso un cambiamento radicale della sua forma mentis, del suo modo di intendersi come essere umano relazionale, e non come merce di scambio al pari di dati elaborati algoritmicamente, bensì, tale configurazione sta avvenendo a partire dallo sgretolamento del tessuto sociale e dalla deformazione dell’immagine dell’uomo, che è sempre meno capace di indirizzare il proprio scopo ultimo verso fini che non siano legati al contingente, al mero profitto individuale. In altre parole: la rivoluzione che alcuni di noi auspicano, e nel piccolo cominciano a realizzare, è una rivoluzione prima di tutto interiore. Del proprio rapporto con se stessi, e poi con il resto del mondo. L’unica possibilità di vedere un vero cambio di direzione rispetto a tutta la storia delle relazioni – più o meno efficaci – fra la classe politica e il cosiddetto “popolo”, risiede nel capovolgere il principio economico, tecnico e demagogico imperante, per ripartire dalla domanda che chiede “Cos’è l’uomo?”. Senza però accontentarsi di una risposta capace di stabilire unicamente ciò che deve fare quest’essere chiamato “uomo”. Già porsi in questa prospettiva, in ogni momento in cui pensiamo alla politica, all’economia e alla scienza, significa fare la rivoluzione. È inutile attendersi un cambiamento che cominci dall’esterno. L’unico cambio di direzione, anch’esso acclamato da più parti, è quello che prende l’abbrivio nel cuore, nel fegato e nella mente di ogni singola persona. Rivoluzione oggi non può che significare fare i conti con se stessi. Mettersi dinnanzi allo specchio e affrontare il futuro prossimo con spirito critico e creatività. C’è bisogno di spiriti leggeri che siano artisti, poeti e visionari, soprattutto in quanto politici, cioè, amanti delle polis. Il futuro non può essere solo il ripararsi, il distanziarsi e il curarsi attraverso “dosi” più o meno anti-virus. C’è un altro futuro! Un futuro che, come scriveva Leonardo Boff: “Affronta, al tempo stesso, sia grandi rischi sia grandi promesse”[8]. È in questa consapevolezza che risiede la rivoluzione inedita che ci auguriamo, coscienti del fatto che sia ancora intravista da pochi, ma che sarà presto indispensabile per la “comunità terrestre” nel suo progetto di “destino comune”. 


[1] https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/06/11/news/la-dottrina-dello-shock-pandemico-naomi-klein-1.349358?preview=true

[2] Christopher Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, 1995

[3] Ibidem, pag. 29

[4] Ibidem, pag. 31

[5] Simone Weil, Lezioni di filosofia, Adelphi, Milano, 1999 pag. 154

[6] Ugo Mattei, Il benicomunismo e i suoi nemici, Einaudi, 2015

[7] https://www.agi.it/cronaca/news/2020-10-02/tar-annulla-ordinanza-lazio-obbligo-vaccino-influenza-9830103/

[8] Leonardo Boff, Ethos mondiale. Alla ricerca di un’etica comune nell’era della globalizzazione, EGA, Torino, 2000 pag. 89

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