Decreto ‘ristori’ o decreto ‘avanzi’?


30 Ott , 2020|
|Sassi nello stagno

Dopo mesi passati a programmare un risposta efficace alla seconda ondata, dopo mesi impiegati a varare protocolli, linee guida e regole di condotta anti-contagio per tutte le attività economiche, eccoci nuovamente catapultati indietro nel tempo, a marzo. Direttamente in “prigione” senza passare dal via.

Molto si è discusso degli errori, delle incongruenze o talvolta delle vere e proprie mancanze nella predisposizione delle rete di sicurezza (sanitaria ed economica) che il Governo avrebbe dovuto costruire per salvaguardare il Paese intero dal rischio di una seconda e devastante ondata di contagi.

Intendiamoci, era chiaro sin dall’inizio della vicenda che si dovesse trovare un delicato equilibrio nel difficile trade-off tra salute ed economia. Un bilanciamento ragionevole poteva, ad esempio, essere il “congelamento” delle attività chiamate al sacrificio per contenere i contagi: ossia salvaguardare le posizioni economiche penalizzate per evitare fallimenti a catena e, conseguentemente, disoccupazione dilagante.  Il punto è che, ad oggi, siamo al contempo ad un passo da un nuovo lock down totale e dal tracollo dell’economia.

Al riguardo, è ovvio che il Governo dovrebbe assumersi l’incommensurabile responsabilità politica e la (forfettariamente) quantificabile responsabilità economica. Tuttavia, il Governo sembra voler fare orecchie da mercante tanto sulla prima quanto sulla seconda responsabilità. Nel primo caso, continua a barricarsi dietro all’inaccettabile retorica del generico “sacrificio necessario” e al non più accettabile “provateci voi, al posto nostro” (che, in realtà, non fa che mostrare la totale insipienza dell’esecutivo nella gestione della situazione). Nel secondo caso, è il cd. ‘decreto ristori’ ad essere chiamato a indennizzare i lavoratori e le attività penalizzate dal nuovo lock down. E’ il caso di dirlo senza troppi giri di parole: le misure economiche previste in quest’ultimo decreto sono assolutamente insufficienti, ancora una volta irragionevoli e, a tratti, ai limite dell’offesa alla dignità del lavoro.

Entriamo nel dettaglio. Dato che le attività coinvolte dalle ultime restrizioni anti-contagio sono molte e molto eterogenee, sarebbe impossibile in questa sede esaminare tutte le specifiche criticità che il decreto ‘Ristori’ presenta. Possiamo, però, procedere ad una simulazione assumendo la prospettiva di un’immaginaria piccola impresa: ad esempio, una start up di tipo pub gestito in forma societaria, con codice Ateco 56.30.00, che abbia iniziato la propria attività nel giugno 2019 che chiameremo per comodità “Chicelohafattofare s.r.l.”.

Partiamo proprio dall’articolo 1, che disciplina i tanto decantati contributi settoriali a fondo perduto. Il sistema previsto dalla disposizione calibra l’ammontare del fondo perduto in base ad un coefficiente correlato al codice Ateco dell’attività coinvolta da restrizioni causa covid-19. Si prevedono quattro fasce di coefficiente che, almeno nelle migliori intenzioni del legislatore, variano a seconda del grado di invasività e durata nel tempo delle restrizioni: 100% (taxi e trasporto a noleggio), 150% (pub, alberghi, villaggi turistici, bar, centri benessere, organizzazione eventi ecc.), 200% (ristoranti, palestre, centri sportivi, piscine, stadi ecc.) e, infine, 400% per discoteche e sale da ballo (chiuse ormai da mesi). Tale coefficiente si applica sul contributo a fondo perduto già percepito con il cd. decreto rilancio, ossia commisurato alla perdita di fatturato tra il mese d’aprile 2020 e lo stesso mese del 2019.

Qui la prima macroscopica anomalia per la nostra “Chicelohafattofare s.r.l.”: in quanto start up, essa non aveva fatturato alcunchè nell’aprile 2019, così da rendere nulla la differenza di fatturato tra 2020 (chiusura causa covid) e 2019 (apertura successiva dell’attività). Così, il combinato disposto dei commi 4 e 6 dell’art.1 del decreto ‘ristori’ prova a risolvere il problema ammettendo le start up (imprese attivate dopo l’1 gennaio 2019), all’accesso al contributo, ma con il minimo: soli 1000€ per le persone fisiche, 2000€ per persone giuridiche. La situazione che ne deriva è paradossale: proprio le imprese di recente attivazione, con minor avviamento e posizionamento di mercato meno solido, vengono addirittura penalizzate rispetto ad imprese di lungo corso già avviate e magari con un cuscinetto di risparmi aziendali da cui attingere. La situazione non è solo paradossale, è probabilmente anche incostituzionale per violazione del principio di ragionevolezza ex art. 2 comma 3 della Cost, soprattutto ove si pensi che sarebbe bastato prevedere un contributo legato alla perdita di fatturato media mensile dei mesi di attività (pre-covid e post-covid) o, ancor più semplicemente, sullo stesso mese di settembre (e non più su aprile, come nel caso del decreto ‘Rilancio’ emanato a maggio).

Sempre in merito a questo ai coefficienti per il contributo a fondo perduto dell’art. 1, c’è anche un’altro aspetto che quasi offende la dignità del lavoro della “Chicelohafattofare s.r.l.”: ai pub, attività che solitamente aprono al pubblico dopo le 18, viene riservato un coefficiente solo del 150% insieme ad attività che oggettivamente possono continuare a restare aperte nonostante un fisiologico calo di fatturato dovuto alla crisi covid. Tra le righe, il messaggio del governo è chiaro e provocatorio: i pub possono restare aperti…basta vendere gin tonic o un aperitivo dalle 10 del mattino alle 18, facile, no?!

Passiamo ad esaminare ora un altro articolo meno sponsorizzato: l’art. 8, che estende le previsioni sul credito d’imposta (al 60%) per gli immobili commerciali anche ai mesi di ottobre, novembre e dicembre. Almeno due sono le criticità generali, che non riguardano solo la nostra “Chicelohafattofare s.r.l.” ma tutte le imprese beneficiare. In primo luogo, è del tutto evidente che per attività di fatto chiuse ex lege, una percentuale del 60% non è per nulla sufficiente: al fine di “congelare” la posizione economica di queste attività serviva una vera e propria moratoria sugli affitti commerciali unita ad un blocco degli sfratti per morosità per tutto il periodo di durata dell’emergenza. In secondo luogo, nei fatti non si tratta neanche di un vero e proprio aiuto in termini di liquidità, giacché per essere fruito l’affittuario deve prima corrispondere al proprietario dell’immobile l’intera mensilità come pattuita nel contratto di locazione. Sarebbe stato anche molto semplice, oltre che costituzionalmente conforme, prevedere il credito d’imposta direttamente a favore del proprietario dell’immobile locato. Sarebbe stato anche questo un modo per spostare parte del costo della crisi covid dal lavoro al capitale.

C’è, infine, una terza macroscopica “svista” che riguarda le start up (come la “Chicelohafattofare s.r.l.”): le start up che non possono dimostrare una perdita di fatturato rispetto ad aprile 2019 (ad esempio, perché non erano ancora attive) sarebbero tagliate fuori. Tale criticità era già riscontrabile nel decreto ‘Rilancio’, salvo, fortunatamente, essere poi stata sanata in via interpretativa con circolare dell’Agenzia dell’Entrate, per salvare la norma dalla censura di incostituzionalità.

Andiamo, quindi, alle famose misure a sostegno dei livelli occupazionali e del reddito dei lavoratori dipendenti: l’art. 12 disciplina l’estensione della Cassa integrazione (ordinaria e in deroga). Vengono previste ulteriori 6 settimane di Cassa Integrazione tra il 16 di novembre e il 31 gennaio. Non serve la calcolatrice, né avere particolare intuito per capire chi pagherà la differenza tra le 6 settimane fruibili e le oltre 10 totali del periodo di emergenza (dal 16 novembre al 31 gennaio). Non è, infine, possibile comprendere perché il periodo non sia stato fatto decorrere dalla data dell’ultimo Dpcm o almeno dal 1 novembre.

In effetti, è forse possibile rinvenire la risposta a tutte queste criticità all’art. 34 che chiude l’articolato sulle fonti di finanziamento adoperate: al contrario delle solite roboanti dichiarazioni di ‘potenza di fuoco’ da “oltre 5 miliardi” [1], ben 4 miliardi di quei 5,4 non sono altro che risorse derivanti da riduzioni di spese già previste nel “Cura Italia” (d.l. 17 marzo 2020 n. 18, conv. con mod.dalla legge 24 aprile 2020, n. 27) e nel “Decreto Rilancio” (d.l. 19 maggio 2020, n. 34, conv., con mod., dalla legge 17 luglio 2020, n. 77).

Dunque risorse già stanziate in precedenza, non utilizzate, ‘avanzi’ riclicati nel d.l. “Ristori” che non sono per nulla sufficienti a “congelare” le attività chiamate al sacrificio, in vista di una quanto mai incerta piena riapertura.

Ma ogni buon ristoratore si accorge quando gli vengono serviti degli ‘avanzi’.

Ci vediamo in piazza.


[1] Ex multis, si vedano i seguenti link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/27/dl-ristori-gualtieri-per-i-piccoli-ristoranti-contributo-medio-di-5-173-euro-per-i-grandi-25mila-euro-ai-teatri-da-5mila-a-30mila-euro/5981963/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/27/dl-ristori-gualtieri-per-i-piccoli-ristoranti-contributo-medio-di-5-173-euro-per-i-grandi-25mila-euro-ai-teatri-da-5mila-a-30mila-euro/5981963/

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