Michael Sandel: “Il contraccolpo populista è stato una rivolta contro la tirannia del merito”


4 Nov , 2020|
|Visioni

Intervista di Julian Coman per «The Guardian», 6 settembre 2020

Il filosofo Sandel crede che la ricerca della meritocrazia da parte della sinistra liberale abbia tradito le classi lavoratrici. Il suo nuovo libro sostiene una politica incentrata sulla dignità.

Michael Sandel aveva 18 anni quando ricevette la sua prima importante lezione nell’arte della politica. Il futuro filosofo era presidente del corpo studentesco al liceo Palisades, in California, in un momento in cui Ronald Reagan, allora governatore dello stato, viveva nella stessa città. Mai a corto di fiducia in se stesso, nel 1971 Sandel lo sfidò a un dibattito davanti a 2.400 adolescenti di sinistra. Era il culmine della guerra del Vietnam, che aveva radicalizzato una generazione, e le università studentesche di ogni tipo erano diventate un territorio ostile per un conservatore. Con grande sorpresa di Sandel, Reagan raccolse il guanto di sfida che gli era stato lanciato, arrivando alla scuola in grande stile in una limousine nera. L’incontro che si verificò di lì a poco confuse le aspettative del suo giovane interlocutore.

«Mi ero preparato un lungo elenco di quelle che pensavo fossero domande molto difficili», ricorda Sandel, adesso 67enne, tramite collegamento video dal suo studio a Boston. «Sul Vietnam, sul diritto di voto ai 18enni – a cui Reagan si era opposto – sulle Nazioni Unite, sulla Social Security. Pensavo che me la sarei cavata rapidamente contro di lui di fronte a quel pubblico. Invece Reagan rispose in modo geniale, amabile e rispettoso. Dopo un’ora mi accorsi che non avevo avuto la meglio in questo dibattito, anzi, avevo perso. Ci aveva conquistati senza averci persuaso coi suoi argomenti. Nove anni dopo sarebbe stato eletto alla Casa Bianca in quello stesso identico modo».

Imperterrito da questa prima battuta d’arresto, Sandel è diventato uno dei più famosi intellettuali e oratori nel mondo di lingua inglese, venendo assunto ad Harvard dopo aver conseguito un dottorato a Oxford con una borsa Rhodes. È stato descritto come «un filosofo con il profilo globale di una rock star», avendo raggiunto un pubblico online di milioni di persone dalla sua base di Harvard. Gli ascoltatori della sua serie sulla BBC Radio 4, The Public Philosopher, avranno acquisito familiarità con lo stile socratico dei dibattiti dove Sandel si cimenta nell’arte di mettere alla prova le ipotesi sottostanti agli argomenti del suo pubblico. Mentre i milioni che lo hanno guardato su YouTube, dov’è possibile accedere liberamente alle sue lezioni sulla giustizia, avranno familiarità con la sua fronte alta e seria ed il suo parlare gentile e sommesso.

La politica di Sandel si colloca decisamente a sinistra. Nel 2012, ha dato lustro intellettuale al progetto di Ed Miliband di rinnovamento del Labour, parlando al congresso del partito di quell’anno dei limiti morali dei mercati. Quel discorso e il suo libro dello stesso anno, What Money Can’t Buy, hanno contribuito a ispirare la critica di Miliband al “capitalismo predatore”, che è stato il contributo distintivo del leader laburista al dibattito politico post-crisi in Gran Bretagna.

What Money Can’t Buy ha sigillato lo status di Sandel come forse il più formidabile critico dell’ortodossia del libero mercato nel mondo di lingua inglese. Ma mentre prendeva piede un’era di politica violentemente polarizzata, partigiana e velenosa, proprio quel primo incontro con Reagan iniziava a tornargli ripetutamente in mente. «Mi ha insegnato molto sull’importanza della capacità di ascoltare con attenzione», dice, «che conta tanto quanto il rigore dell’argomento. Mi ha insegnato il rispetto reciproco e l’inclusione nella pubblica piazza».

La questione di come rilanciare queste virtù civiche è al centro del nuovo libro di Sandel, pubblicato questo mese. Mentre i commentatori americani avvertono di un’elezione “Armageddon” in un paese diviso, come si può rilanciare una vita pubblica meno risentita, meno rancorosa e più generosa? Lo sgradevole punto di partenza si rivela essere un falò di tutte le vanità che hanno sostenuto una generazione di progressisti.

The Tiranny of Merit è la risposta di Sandel alla Brexit e all’elezione di Donald Trump. Per figure come Barack Obama, Hillary Clinton, Tony Blair e Gordon Brown, sarà una lettura decisamente impegnativa. Avendo sostenuto una “era del merito” come soluzione alle sfide della globalizzazione, della disuguaglianza e della deindustrializzazione, il partito democratico e i suoi equivalenti europei, sostiene Sandel, hanno appeso per il collo la classe lavoratrice occidentale e i suoi valori, con conseguenze disastrose per il bene comune.

Mentre parla, il tono è più pacato che mai; e il fraseggio tipicamente elegante e scorrevole. Un senso di frustrazione è però palpabile quando Sandel tratteggia l’ascesa di quello che vede come un corrosivo individualismo di sinistra: «La soluzione ai problemi della globalizzazione e della disuguaglianza – e l’abbiamo sentito su entrambe le sponde dell’Atlantico – era che chi lavora duro e gioca secondo le regole dovrebbe riuscire ad elevarsi fino a dove il suo impegno e talento possono spingerlo. Questo è ciò che nel libro chiamo la “retorica dell’emergere”. È diventato un articolo di fede, un tropo apparentemente incontrovertibile. Creeremo condizioni realmente paritarie, ha detto il centrosinistra, in modo che tutti abbiano le stesse possibilità. E se lo facciamo, e nella misura in cui lo facciamo, allora coloro che emergono grazie al loro sforzo, al talento, e al duro lavoro avranno meritato la loro posizione; se la saranno guadagnata».

La strategia per “emergere” che veniva consigliata era quella di ottenere maggiore istruzione. O, come diceva il mantra di Blair: «Istruzione, istruzione, istruzione». Sandel riprende un discorso del 2013 di Obama in cui il presidente diceva agli studenti: «Viviamo in un’economia globale del XXI secolo. E in un’economia globale i posti di lavoro possono spostarsi ovunque. Le aziende ricercano le persone più istruite in qualsiasi posto esse vivano. Se non hai una buona istruzione, sarà difficile per te trovare un lavoro che ti retribuisca al salario di sussistenza». Per chi era disposto a fare lo sforzo necessario, c’era la promessa per cui «questo paese sarà sempre un posto dove se ci provi puoi farcela».

Sandel ha due obiezioni fondamentali a questo approccio. Primo, e più ovvio, la leggendaria “parità di condizioni” resta una chimera. Nonostante riporti che un numero sempre maggiore di studenti di Harvard è convinto che il loro successo sia il risultato dei loro sforzi, due terzi di essi provengono dal 20 per cento più in alto nella scala del reddito. Un modello che si ripete in tutte le università della Ivy League. La relazione tra classe sociale e punteggi SAT – che classificano gli studenti delle scuole superiori prima del college – è ampiamente attestata. Più in generale, osserva, la mobilità sociale è bloccata da decenni. «Gli americani nati da genitori poveri tendono a rimanere poveri da adulti».

Ma il punto principale di The Tyranny of Merit è un altro: Sandel è determinato a colpire al fegato un consenso liberal di sinistra che regna da 30 anni. Anche una perfetta meritocrazia, dice, sarebbe un bel problema. «Il libro cerca di dimostrare che essa ha un lato oscuro, un lato demoralizzante», afferma. «Ne consegue che quelli che non emergono non potranno incolpare nessuno se non loro stessi». Le élite di centrosinistra hanno abbandonato le vecchie lealtà di classe assumendo un nuovo ruolo di life-coach moralizzatori, dediti ad aiutare gli individui della classe operaia a plasmarsi in un mondo in cui sono da soli. «Sulla globalizzazione», dice Sandel, «questi partiti hanno detto che la scelta non era più tra destra e sinistra, ma tra “apertura” e “chiusura”. Dove l’apertura significava libero flusso di capitali, merci e persone attraverso i confini». Questo stato di cose non solo è stato visto come irreversibile, ma è stato anche presentato come lodevole. «Opporsi in qualsiasi modo a tutto ciò significava essere di mentalità chiusa, prevenuti e ostili alle identità cosmopolite».

La cultura è stata permeata da un’inarrestabile etica del successo: «Quelli al vertice meritavano il loro posto, ma lo stesso quelli che erano rimasti indietro, perché non si erano sforzati in modo altrettanto efficace, non avevano una laurea e così via». Man mano che i partiti di centrosinistra e i loro rappresentanti diventavano sempre più di classe media, l’attenzione alla mobilità verso l’alto si intensificava. «Sono diventati dipendenti dalle classi professionali come loro collegio elettorale e, negli Stati Uniti, anche come fonte di finanziamento della campagna. Nel 2008 Barack Obama è diventato il primo candidato presidenziale democratico a raccogliere più soldi del suo avversario repubblicano. Questo è stato un punto di svolta ma in quel momento nessuna lo ha notato o evidenziato».

I colletti blu ricevevano di fatto un invito a doppio taglio a “migliorare” se stessi o a portare il peso del proprio fallimento. Molti hanno portato i loro voti altrove, covando un senso di tradimento. «La reazione populista degli ultimi anni è stata una rivolta contro la tirannia del merito, così come è stata vissuta da chi si sente umiliato dalla meritocrazia e da questo intero progetto politico».

È un’analisi appassionante. Quindi lei empatizza con il trumpismo? «Non ho alcuna simpatia per Donald Trump, che è una figura deleteria. Ma il mio libro offre un’interpretazione simpatetica delle persone che hanno votato per lui. Nonostante le migliaia e migliaia di bugie che Trump racconta, l’unica cosa autentica di lui è il suo profondo senso di insicurezza e risentimento contro le élite, che pensa l’abbiano sempre guardato dall’alto in basso per tutta la sua vita. Ciò ci dà un indizio molto importante del suo fascino politico.

«Sono duro con i Democratici? Sì, perché è stato il loro abbraccio acritico alle ipotesi di mercato e alla meritocrazia a spianare la strada a Trump. Anche se Trump verrà sconfitto alle prossime elezioni e sarà in qualche modo estromesso dallo Studio Ovale, il Partito Democratico non avrà successo se non ridefinirà la sua missione in vista di una maggiore attenzione alle legittime rimostranze e al risentimento, a cui la politica progressista ha contribuito durante l’era della globalizzazione».

Questo per quanto riguarda la diagnosi. L’unico modo per uscire dalla crisi, pensa Sandel, è di smantellare i presupposti meritocratici che hanno dato un timbro di moralità a una società fatta di vincitori e vinti. La pandemia di Covid-19, e in particolare il nuovo riconoscimento del valore del lavoro apparentemente non qualificato e poco retribuito, offre un punto di partenza per il rinnovamento. «Questo è un momento per iniziare un dibattito sulla dignità del lavoro; sulla ricompensa del lavoro sia in termini di retribuzione ma anche in termini di stima. Ora ci rendiamo conto di quanto siamo profondamente dipendenti non solo da medici e infermieri, ma anche da addetti alle consegne, impiegati di negozi di alimentari, magazzinieri, camionisti, operatori sanitari a domicilio e addetti all’assistenza all’infanzia, molti dei quali nella gig economy. Li chiamiamo lavoratori-chiave eppure questi spesso non sono i lavoratori meglio pagati o più stimati».

Occorre una rivalutazione radicale del modo in cui i contributi al bene comune vengono giudicati e premiati. I soldi che si guadagnano nella City  o a Wall Street, ad esempio, sono del tutto sproporzionati rispetto al contributo della finanza speculativa all’economia reale. Una tassa sulle transazioni finanziarie consentirebbe di convogliare i fondi in modo più equo. Ma per Sandel, la parola “onore” è altrettanto importante della questione della retribuzione. Ci deve essere una ridistribuzione della stima oltre che del denaro, e la maggior parte di essa deve andare ai milioni di persone che fanno un lavoro che non richiede una laurea.

«Dobbiamo ripensare al ruolo delle università come arbitri di opportunità», dice, «che è qualcosa che siamo giunti a dare per scontato. Il “credenzialismo” è diventato l’ultimo pregiudizio accettabile. Sarebbe un grave errore lasciare alla destra la questione degli investimenti nella formazione professionale e nell’apprendistato. Maggiori investimenti sono importanti non solo per sostenere la capacità di guadagnarsi da vivere delle persone prive di un diploma avanzato. Il riconoscimento pubblico che trasmettono può aiutare a mutare gli atteggiamenti in direzione di un maggiore apprezzamento del contributo al bene comune dato dalle persone che non sono state all’università».

Un nuovo rispetto e status per i meno titolati, dice, dovrebbe essere accompagnato da una tardiva ripresa di umiltà da parte dei vincitori nella presunta corsa meritocratica. A coloro che, come molti dei suoi studenti di Harvard, credono di essere semplicemente i meritevoli destinatari del proprio successo, Sandel offre la saggezza dell’Ecclesiaste: «Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti». «L’umiltà è una virtù civica essenziale in questo momento», afferma, «perché è un antidoto necessario all’arroganza meritocratica che ci ha separati».

The Tyranny of Merit è l’ultima raffica di colpi nella lunga lotta intellettuale di Sandel contro un individualismo strisciante che, dall’era Reagan e Thatcher, è diventato pervasivo nelle democrazie occidentali. «Vedersi come autosufficienti e ‘fatti da soli’. Questa immagine del sé esercita una potente attrazione perché in apparenza sembra dare potere: possiamo farcela da soli, possiamo farcela se ci proviamo. È una certa immagine della libertà ma è imperfetta. Porta a una meritocrazia di mercato competitiva che approfondisce le divisioni e corrode la solidarietà».

Sandel attinge a un vocabolario che sfida le nozioni liberali di autonomia in un modo che rimasto fuori moda per decenni. Parole come “dipendenza”, “essere in debito”, “mistero”, “umiltà” e “fortuna” ricorrono nel suo libro. L’affermazione implicita è che la vulnerabilità e il riconoscimento reciproco possono diventare la base di un rinnovato senso di appartenenza e di comunità. È una visione della società che è l’esatto opposto di ciò che divenne noto come Thatcherismo, con la sua enfasi sull’autosufficienza come virtù principale.

Ci sono, secondo lui, segnali ottimistici che un cambiamento etico sta finalmente avvenendo, al di là del momento di “applauso per gli assistenti”. «Il movimento Black Lives Matter ha dato energia morale alla politica progressista. È diventato un movimento multirazziale e multigenerazionale e sta aprendo lo spazio alla pubblica resa dei conti con l’ingiustizia. Mostra che il rimedio alla disuguaglianza non è semplicemente rimuovere le barriere al successo meritocratico».

Nella sezione conclusiva del suo libro, Sandel ricorda la storia di Henry Aaron, il giocatore di baseball nero, cresciuto nel sud segregato, che nel 1974 batté il record di fuoricampo in carriera detenuto da Babe Ruth. Il biografo di Aaron ha scritto che colpire una palla da baseball «rappresentava la prima esperienza di meritocrazia nella vita di Henry». Si tratta però della lezione sbagliata da trarre, dice Sandel. «La morale della storia di Henry Aaron non è che dovremmo amare la meritocrazia, ma che dovremmo disprezzare un sistema di ingiustizia razziale a cui si può sfuggire solo se si è capaci di tirare fuoricampo».

La leale concorrenza non costituisce una visione giusta della società. Anche se Trump verrà sconfitto nelle elezioni presidenziali di novembre, questa è una verità, dice Sandel, che Joe Biden e le sue controparti in Europa devono fare propria. Per trarre ispirazione, afferma, non sarebbe male rifarsi a uno dei suoi eroi intellettuali, il socialista cristiano inglese R. H. Tawney.

«Tawney riteneva che l’uguaglianza di opportunità fosse nel migliore dei casi un ideale parziale. La sua alternativa non era un’opprimente uguaglianza di risultati, ma una “parità di condizioni” ampia e democratica che consentisse ai cittadini di tutti i ceti sociali di tenere la testa alta e di considerarsi partecipanti a un progetto comune. Il mio libro nasce da quella tradizione».

Traduzione a cura di Jacopo Foggi

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