Qualche numero, qualche animale e la visione periferica


6 Nov , 2020|
| Sport

Mentre i DPCM si susseguono chiudendo a cassetti più o meno serrati l’Italia che sanguina socialmente, culturalmente ed economicamente, mentre Trump raduna le sue truppe e lancia l’allerta brogli elettorali, mentre in Europa si verificano drammatici eventi di violenza omicida; molti mentre prima del nostro sport. Tutto è difficile da analizzare lucidamente, cercando di rendere leggero e piacevole uno sport che vive il COVID in prima persona con i tanti giocatori più o meno contagiati e la sequenza di partite che stanno dando coordinate interessanti per seguire una serie A con un duetto di testa molto particolare ed inaspettato.

Troverete qualche strano riferimento zoologico nell’articolo, perché calcio e animali ci stanno bene diciamoci la verità.

L’Udinese (che ha scelto la zebra come simbolo per seguire i colori bianconeri della città di Udine) perde il casa con il Milan (che non ha animali bensì il diavolo, scelto nel 1979 dopo anni in cui si ergeva solo la bandiera di Milano nel simbolo) grazie alla coordinazione da karateka di Ibra che rovescia in porta il gol del 2 a 1 a pochissimo dalla fine; la squadra di Gotti dà la sensazione di un’approssimazione in fase offensiva antica, tutti cercano di darla il prima possibile a De Paul sperando che il numero 10 bianconero (….memorie di un 10 con la stessa maglia brasiliano di qualche anno fa) inventi qualcosa, ma non sempre funziona. Così i rossoneri guidati dal gigante svedese segnano pure con Kessie, subiscono il pari con De Paul su rigore e vincono con il calcio volante di Ibra. Milan primo.

Nella storia l’Udinese ha il Milan come la squadra contro la quale ha pareggiato di più (ben 33 volte), mentre questo Milan incamera la striscia di partite sempre a segno più lunga della sua storia, ben 26 di fila.

Segue il Milan a 2 punti di distanza il fantastico Sassuolo di De Zerbi, che dopo aver rischiato l’impossibile a inizio partita espugna il San Paolo di Napoli con le sue idee, il suo gioco e i suoi principi. Gattuso e i suoi hanno di che pensare, il suo Napoli se abbassa di un filo il ritmo esasperato che vuole il suo grintoso allenatore, diventa prevedibile e molto meno pericoloso.

Di Locatelli su rigore e di un nuovo piccolo talentuoso giocatore, Lopez, il secondo splendido gol.

Sassuolo e Napoli, per gli amanti delle statistiche, sono la prima e la terza squadra in serie A per sequenze di almeno 10 passaggi consecutivi riuscite. Il Sassuolo è arrivato a 95 sequenze completate, il Napoli 71.

I neroverdi non sfruttano bestie feroci né demoni dell’inferno, ma utilizzando i loro colori sociali mettono nel loro scudo un pallone e la stilizzazione dei tre colli cittadini, tutto molto morbido ed emiliano; stupenda la storia del “ciuccio” del Napoli, che inizialmente era un cavallo rampante e che, a seguito delle numerose sconfitte della squadra negli anni ‘60, divenne oggetto di un proverbio che recitava così “Cchiú ca nu cavallo, me pare ‘o ciuccio de zí Fechella: nuvantanove chiaje e ‘a coda fraceta” (tradotto “più che un cavallo, mi sembra l’asino di zia Fechella: novantanove piaghe e la coda marcia”).

Cristiano Ronaldo entra e in 20 minuti abbondanti fa 2 gol e batte uno Spezia coraggioso, ma tecnicamente troppo debole per competere contro il portoghese che, aiutato da un Morata da battaglia, può risultare un’arma importante per Pirlo e le sue idee ancora vaghe e poco chiare. CR7 vago e poco chiaro, proprio non lo è. 4 a 1 con un primo tempo alla pari, e un secondo tempo che ha fatto vedere perché nel calcio ci sono i livelli.

La zebra juventina è conseguenza della famosa scelta di Mr. Savage (amministratore juventino di inizio secolo) che, dopo l’ennesimo problema con le maglie scolorite rose scelse di adottare il bianconero Notts County, squadra per cui faceva il tifo. Debolissima l’aquila rampante dello Spezia che nello scudo c’è stato per pochissimo, sostituito velocemente dal nome stilizzato della squadra. Rimane il tema degli “aquilotti” spezzini, che onestamente io ho letto in questi giorni di approfondimento, non me ne vogliano i tifosi liguri.

A Crotone l’Atalanta di un Muriel ispiratissimo torna a vincere e arriva al terzo posto; una partita meritata ma non dominata, con un Crotone legato ai gol di Simy ma con una debolezza mentale preoccupante, sarà dura per Stroppa e i suoi rimanere in serie A. Sarà presto dirlo, ma le sensazioni non sono buone. Mentre scrivo il pezzo l’Atalante ne ha anche presi 5 dal Liverpool in coppa, mettendo in chiaro che no signori giornalisti e opinionisti, non siamo neanche vicini al campionato inglese.

Splendido il simbolo del Crotone che mette due squali (animale simbolo della città… più discutibile la mascotte… Pà..squalo) lateralmente al Tripode che invece campeggia anche nella simbologia cittadina. Se avessero messo pure un riferimento a Pitagora avrebbe vinto la mia classifica personale. Atalanta non era affatto una dea, cominciamo con questo assioma. Quindi la “dea”, come viene chiamata la squadra bergamasca è un’imprecisione. Però la storia del simbolo storico che campeggia nello scudetto neroazzurro è interessante proprio perché umanissima. Atalanta, la prima vera femminista della storia antica, che chiese di far parte degli Argonauti e che vinse nella corsa gli uomini più valorosi, perse per le solite mele che sembra un problema grosso nelle storie delle donne famose. Toglieranno pure il medico di torno, ma hanno un’attrazione fatale.

E poi c’è l’Inter. Sembra l’inizio di un libro di Baricco, ma è l’unico modo con cui iniziare a parlare della rosa più importante della serie A, insieme alla Juve, e alla capacità di perdere occasioni di una squadra che, obiettivamente, Conte sta facendo rendere poco e male.

Recupera (pazza Inter) due gol fatti da uno Gervinho sempre micidiale negli spazi, ma non riesce a convincere senza Lukaku in campo che gli risolve problemi di gol e di idee; respira con una buona prestazione (stile D’Aversa) il Parma di Liverani.

La famiglia Visconti (fondatrice del ducato di Milano) aveva come stemma araldico un bel serpente arrotolato, che nel tempo ha dato vita al secondo logo dell’Ambrosiana Inter, nome di epoca fascista che ha sostituio l’Internazionale Milano, per ovvi motivi politici. L’Ambrosiana scomparve, il biscione rimase. Il Parma è associata alla maglia crociata, allo scudo con la croce, insomma tutto un incrocio ben visibile ma nel post crac di Tanzi, nel 2000 2001 troviamo un riferimento zoologico interessante. La croce gialla della città ducale con un toro rampante, riferimento a Torello de Strada, storico podestà parmense del 1300. I tifosi dissero no, e il Parma tornò al classico gialloblù con croci a profusione.

Nel gruppetto a 11 punti troviamo anche un ottimo Verona che batte un Benevento colabrodo; troppi i gol subiti dai campani in 6 partite, mentre gli scaligeri continuano a dare sfoggio di una condizione atletica monstre; corrono tutti e tutti bene, Barak (signor giocatore) sta crescendo anche in zona gol (doppietta) e Lazovic chiude la partita; il pareggio di Lapadula è stato un fuoco di paglia, il Verona ha meritato nettamente. I mastini del Verona che sono tornati nel simbolo sono una trasformazione animalesca del nome di Mastino I (cioè Leonardino della Scala, condottiero veronese) che Bagnoli stesso propose per modificare uno scudetto troppo anonimo per il periodo d’oro del Verona vincente; sulla strega a cavallo della scopa non credo ci sia molto da spiegare; invocate con la nenia “nguento ‘nguento, mànname a lu nocio ‘e Beneviente, sott’a ll’acqua e sotto ô viento, sotto â ogne maletiempo” le Janare sono il vero simbolo della città e della squadra, un tutt’uno anche nel tifo.

La migliore Roma della stagione strapazza una Fiorentina scesa in campo dapprima senza punte e poi con tre centravanti tutti insieme (Iachini un filo confuso); ma il terzetto over 30 Dzeko-Pedro-Miki sono un piacere per gli occhi e la manovra con Smalling già leader si sviluppa con velocità ed efficacia, anche grazie all’enorme sfogo esterno che dà Spinazzola.

La lupa che allattò nel mito Romolo e Remo fondatori di Roma e figli di Rea Silvia e Marte è da sempre il simbolo della città e della sponda calcistica giallorossa; in tutte le salse, intera, solo muso di profilo, ma c’è sempre stata. Poi, come sempre, nel mito i fratelli si ammazzano tra di loro ma quello è un fardello molto letterario; gli albori del giallo.

Il granmarchese Ugo di Toscana scelse il giglio come stemma araldico, e il giglio rimase nei secoli nella città come simbolo, e nello stemma della sua squadra di riferimento.

I rumors dei tamponi SI, tamponi NO intorno alla Lazio non hanno ritoccato la voglia e la cattiveria “da zona Caicedo” che la squadra di Inzaghi ha mantenuto riuscendo, per l’ennesima volta, a ribaltare una partita che sembrava persa contro il miglior Torino della stagione, che sicuramente non meritava di perderla ma che denota superficialità preoccupante (nel mezzo della settimana riesce a vincere il recupero contro il Genoa) quando si tratta di chiuderla. Il 3 a 4 finale è rocambolesco con Belotti sempre comunque in gol.

Sul toro rampante simbolo della città credo ci sia pochissimo da dire, un luogo della memoria che riporta a successi unici e tragedie inarrivabili; come d’altronde l’aquila che c’è sempre stata nella simbologia laziale, animale che nel cielo bianco e azzurro ci sta molto bene.

Nella sfida rossoblu di Bologna la squadra di Mihajlovic torna a vincere soffrendo e, stavolta, rimontando.

Mattatore Barrow di cui parlammo tempo fa, contro un Cagliari che Di Francesco ha sistemato tatticamente dando a Joao Pedro e Simeone il compito momentaneo di fare la differenza in fase realizzativa. Due volte in vantaggio i sardi, poi Soriano (decisivo) e Barrow (doppietta) costruiscono un 3 a 2 di qualità interessante.

111 anni di storia di Bologna calcistica e solo per un brevissimo periodo (non felice) si è provati a mettere nell’iconografia la maschera cittadina di Balanzone, ma lo scudo con i colori cittadini rimane il solo ricordo per gli incollatori di figurine seriali. Quanto di più antropologicamente attivo nello scudetto del Cagliari; i 4 mori simbolo di tutta un regione (unicuum) identificati in una squadra di una città.

In 5 minuti Jankto e Scamacca risolvono un derby genovese non tra i più belli, ma uno stadio come il Marassi vuoto durante un derby ammoscerebbe chiunque, voglio vederla in questo modo. Complessivamente un tempo per uno come qualità di gioco prodotta; complessivamente pareggio più che giusto, rovinato parzialmente dalla sconfitta del Genoa di metà settimana contro il Torino nel recupero. La squadra di Maran non ha ancora un senso in campo ben visibile, attenzione, la salvezza all’ultima giornata non può essere un fisso.

Il grifone, mezza aquila e mezzo leone, fa da sostegno nello stemma araldico della città e rappresenta storicamente la società più antica del nostro calcio (adoro leggere Genoa Cricket and Football Club); mentre la Samp, la maglia più bella di tutte, il logo più buffo di tutti. L’ombra del pescatore genovese, del lavoratore del mare, dell’operaio che lavora duro sfidando la natura ogni giorno, con ogni clima.

Siamo la Fionda… non possiamo non farlo vincere come il migliore!

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