Pandemia e dissesto istituzionale


7 Nov , 2020|
|Sassi nello stagno

I provvedimenti anti-Covid assunti dai nostri dirigenti politici (nazionali e regionali) sono tutti molto discussi e discutibili. Non intendo qui discuterli anch’io, ma porre alcune questioni di metodo, nella premessa che Covid-19 esista, sia parecchio pericoloso e da fronteggiare adeguatamente.

 Data questa premessa, l’assunzione di provvedimenti di contrasto della pandemia si presenta come assolutamente necessaria. Ma, trattandosi di provvedimenti a contenuto spiccatamente tecnico, è da vedere a quali professionalità i decisori dovrebbero far riferimento nell’informativa e nella valutazione che precedono e condizionano i contenuti decisori.

 Nella comunicazione, anche ufficiale, sono accreditati, e si accreditano, quali consulenti unici, o assolutamente prevalenti, dei decisori, i medici di varia specializzazione: virologi, infettivologi, immunologi, igienisti, pneumologi, rianimatori ecc., i quali sono anche ricercati dai mass-media per guidare la comunità nella raccomandazione delle condotte corrette. A parte che più di qualcuno ha commesso gravi errori (come quel componente del CTS che, all’inizio della pandemia, assicurava che la mascherina era utile solo alla persona contagiata!), si dovrebbe avere a mente che i provvedimenti contenuti nei dpcm, che ci toccano tutti, non sono di carattere sanitario: limitano le libertà individuali e varie attività di impresa o certi servizi pubblici. Norme giuridiche, dunque, la cui ratio è il contenimento dei contagi: il contenimento, ovviamente, nella massima misura possibile. Semplicemente in questo sta il nocciolo di ogni discorso decisorio che dovrebbe sostenere i dpcm.

 Il paradigma da tenere presente è quello della pertinenza; e i decisori dovrebbero riferirsi ai consulenti in grado di introdurre argomenti pertinenti: il che è, a sua volta, connesso alla loro competenza. Nel vortice turbinoso dei conflitti religiosi cinquecenteschi il giurista Alberico Gentili affermava appunto il criterio della competenza nelle decisioni pubbliche: sua la famosa massima – Silete theologi in munere alieno – con cui si respingevano le pretese invasive dei religiosi nella formulazione dei provvedimenti di governo. Insomma quando si governa, specie se il provvedimento sia – o sia anche – di natura tecnica, il governante deve ascoltare color che veramente sanno nei vari settori di decisione: gli incompetenti non dovranno allargarsi ed entrare nei settori altrui (in munere alieno).

 Ecco la domanda: questo paradigma è stato osservato dai consulenti del governo e dal governo stesso? IL CTS è formato da persone altamente competenti? In grazia di quali meriti uno entra nel CTS? Son domande che nessuno ci ha proposto e, tanto meno, a cui nessuno ha dato un inizio di risposta. In campo, anche a livello mass-mediatico, abbiamo visto e sentito quasi esclusivamente sanitari: molte facce, di consulenti ufficiali o, anche, di cattedratici non consulenti, a cui è stata consegnata, consapevolmente o meno, la comunicazione pubblica da febbraio in avanti. Sbaglio nell’affermare che i sanitari, di cui abbiamo assoluto bisogno, dovrebbero dare indicazioni sul come un individuo (contagioso) possa contagiare un altro individuo (ovviamente non contagiato)? Oppure sul come l’infezione da Covid-19 possa curarsi? O ancora sul vaccino e sulla sua validità e/o efficacia? Sbaglio se aggiungo che i sanitari mediatici, tutti cattedratici, hanno gran voglia in primis di farsi conoscere, farsi vedere, farsi ammirare dal grande pubblico e dai colleghi non intervistati, cioè ignorati? Sbaglio nell’aggiungere ancora che, magari, si dovrebbero sentire anche coloro che si prodigano tutti i giorni nei pronto-soccorsi e nei vari reparti Covid? É sbagliato, per esempio, domandarsi se sia corretto che un’immunologa, come Antonella Viola, suggerisca i provvedimenti normativi da assumersi da parte del governo nazionale?

 Concepire i contenuti dei provvedimenti di contenimento dei contagi sembra essere un affare di altri più che dei sanitari. Per decidere congruamente, ed efficacemente, occorre individuare quali siano le situazioni ambientali che statisticamente favoriscono il proliferare dei contagi; e poi individuare le misure che, in questi ambienti, siano idonee a spezzare la catena contagiosa. Dubito che ciò rientri nelle prerogative dei sanitari, anche dei più titolati. Indagini di questo genere (ma si tratta solo di un esempio) sono state eseguite? Oppure sono state eseguite e però non ci sono stati comunicati gli esiti?

A intuito propenderei per questa seconda alternativa. I tracciamenti, lo sappiamo, sono solitamente curati. Ma nessuno ci ha riferito a quali ambienti e/o situazioni essi mediamente conducano. Nessuno ci ha nemmeno descritto le frequentazioni e, in genere, lo stile di vita osservato dalle persone contagiate nel tempo che abbia preceduto il contagio. Ora, non è poi così difficile intuire la ragione di queste omissioni. Additare pubblicamente i luoghi del contagio può essere politicamente inopportuno per varie ragioni: perché si mettono le carte in tavola e ciò finisce con il limitare alquanto la discrezionalità dei decisori; perché allontanerebbero radicalmente le persone da quei luoghi; perché nascerebbero polemiche e proteste forti; perché si toglierebbe a taluni la possibilità di affermare che quei luoghi sono sicuri e dunque che si deve lasciarne libero, o quasi, l’accesso. Tra questi taluni vi potrebbero essere – e vi sono – gli stessi decisori politici ognuno dei quali difende il proprio settore come incontaminato: così è avvenuto, per esempio, per le scuole.

 È probabile che i ‘tracciatori’ abbiano acquisito la conoscenza di questo genere di circostanze di fatto. La loro divulgazione sarebbe stata utile per i cittadini da cui si esigono condotte responsabili senza però che venga loro fornito un corredo sufficiente, ma soprattutto adeguato, di informazioni. Così ci si potrebbe pure domandare perché si sia omesso di offrire ai cittadini i dati delle proiezioni matematiche che offrono previsioni abbastanza attendibili circa l’andamento futuro della curva epidemiologica: i cittadini ne dovrebbero essere avvertiti se la speranza è quella che essi o, almeno, la maggioranza di loro, comprendendo la situazione, cooperino ai fini del contenimento dei contagi. Insomma si direbbe che la comunicazione pubblica sia stata metodologicamente carente; e le conseguenze di queste carenze non sono state certo utili per combattere il virus, nemico comune.  

 In questo contesto era abbastanza scontato che i provvedimenti anti-Covid risultassero inefficaci al punto che il Presidente del Consiglio si è visto costretto a rinnovare i suoi dpcm a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro e con disposizioni progressivamente più restrittive, ma costantemente tardive rispetto alla situazione del momento.

 Da un altro punto di vista i provvedimenti di cui si parla non sono affare da sanitari: si tratta di testi normativi e allora sono affare (anche) di giuristi e, direi, da giuristi all’altezza – colti, padroni di grammatica e sintassi, esperti delle cose della vita – dovrebbero essere scritti. Se i testi debbono applicarsi immediatamente e direttamente ai cittadini, essi dovrebbero essere coerenti, privi di contraddizioni e comprensibili da tutti o quasi. Ma i dpcm sono stati redatti osservando il protocollo, cioè il metodo, del buon legislatore? Sulla qualità di questi dpcm sono state già espresse forti riserve. Per esempio, Guido Neppi Modona ha denunciato che il dpcm del 24 ottobre è troppo lungo (26 pagine), con un art. 1 che occupa nove pagine fittissime e il cui comma 9 si estende, da solo, per ben otto pagine: dentro vi è un autentico guazzabuglio, condito da vaghezza e indeterminatezza, che ha incoraggiato interpretazioni addirittura contrarie allo scopo perseguito con i dpcm (come quelle introdotte da alcune Federazioni sportive in tema di attività sportiva). Ma poi, si sono mai visti testi normativi in cui molte norme sono in realtà mere raccomandazioni? Ha ragione Silvanio Moffa: “come si fa” – egli scrive su Il Dubbio del 31 ottobre – “ad accettare che un dispositivo avente forza di legge si riduca a semplice raccomandazione?”.

 L’Italia ha di fronte una gravissima crisi sanitaria ed economica. Ognuno avrà la sua opinione se debba prevalere l’aspetto sanitario su quello economico o viceversa; o se piuttosto debbano considerarsi entrambi sullo stesso piano. In tema di pandemia sarebbe necessaria una catena di comando semplificata e diretta. Ne beneficerebbero gli stessi provvedimenti; mentre l’ultimo dpcm risulta a dir poco farraginoso con quei ventuno criteri con cui identificare i colori (rosso, arancione, giallo) delle tre aree nei quali si è diviso il territorio nazionale e, dunque, si sono discriminate le regioni al fine di imporre restrizioni più o meno intense. Ancora una volta una grave defaiance di metodo. Ma questa dipende anche dalla struttura del nostro ordinamento a cominciare dal confuso regionalismo introdotto in una repubblica che non è federale, anzi è una e indivisibile. Le persone contano, ma il contesto politico-costituzionale non è irrilevante. Non si può, in un’emergenza qual è quella che stiamo vivendo, discutere su tutto e con una pluralità indefinita di poteri e pezzi di potere. Se non abbiamo chiari i percorsi decisori, nemmeno è chiaro chi debba decidere. E siccome decidere implica l’assunzione di responsabilità, la confusione che da noi regna a proposito della catena di comando agevola la sottrazione all’onere decisorio che implica, in questa pandemia, l’adozione di misure impopolari, almeno presso certe categorie di cittadini. A questo abbiamo assistito nei giochi di potere tra governo nazionale e presidenti di regione: lo sforzo è stato quello di lasciare il cerino all’altro, avendo in mente soprattutto le prossime tornate elettorali.

 Covid-19 sta facendo emergere quel che è, da tempo, nelle strutture della nostra Repubblica. La speranza è che la massa ne acquisti consapevolezza e batta finalmente un colpo, imponendo le necessarie modifiche negli assetti di potere e affidandone il compito, quando sarà tutto finito, a persone nuove, realmente competenti, non dominate dal proprio ego, con percorsi di formazione ricostruibili e non intorbidati da opacità varie.

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