Diario di una rappresentante di classe in tempo di Covid 19 – anno astrale 2020


9 Nov , 2020|
|Voci

Quando mi è stato chiesto se volessi scrivere qualche riga sulla riapertura della scuola in tempo di Covid 19, mi sono detta: ma sì, dai… sarà divertente.
E così è stato effettivamente: il tempo di scrivere 1200 battute e la scuola era di nuovo già bella e chiusa.
Adesso sono qui, al computer, con le mie 1200 battute sulla riapertura della scuola e con gli arcobaleni che mi guardano sardonici.
Io lo sapevo che non ci avrebbero portato bene.
Sono Marianna, sono mamma di un bambino delle scuole primarie in Campania e, soprattutto, sono una rappresentante di classe.
Cosa mi sta insegnando questa esperienza in tempo di Covid 19?
Sicuramente che non c’è mai fine al peggio e, questa cosa, se cambi prospettiva, riesce addirittura a farti apprezzare il momento in cui, tuo malgrado, vivi. E non è poco.
Ma partiamo dall’inizio.

Mi è capitato di diventare rappresentante di classe in un lontano Ottobre 2019, lontano perché diverso, tanto diverso dall’ultimo Ottobre.
Eppure, già all’epoca sembrava un’idea bislacca. Ma io avevo voglia di sentirmi utile al di fuori del mio contesto familiare. E poi negli anni ho sviluppato una particolare propensione per gli impegni non retribuiti.
Bene. Non so come funzionasse un tempo, quando non esistevano gli smartphone e i gruppi WhatsApp. Adesso, credetemi, è tutto molto complicato. Parti con le migliori intenzioni del mondo e vieni fraintesa continuamente. La conversazione in chat, che appiattisce i toni, non favorisce la chiarezza della comunicazione. Vuoi essere sintetica e ti leggono distante. Non rispondi perché magari sei attaccata a una flebo (capita anche alle rappresentanti) e sei maleducata. Cerchi di mediare le discussioni e sei tirannica, nel gruppo non si può più parlare
Non ci sono soluzioni per piacere agli altri, né per farti credere nella tua buona fede. L’unica strada è smettere di cercare di piacere e concentrarsi su quello che si deve fare.
Ci sono i pidocchi. Il cibo della mensa non piace ai bambini. Si è rotta la caldaia. La maestra non corregge i quaderni. Domani si festeggia un compleanno: colletta per il regalo al festeggiato.
Il portone della scuola va tenuto chiuso (ah… se solo avessimo immaginato QUANTO l’avrebbero tenuto chiuso quel portone…).
Bei tempi.
Bei tempi perché, credetemi, io a Marzo 2020, dopo meno di sei mesi di “mandato” ero devastata, avendo di mio una sfiancante tendenza al perfezionismo, ma ero anche del tutto ignara di quello che di lì a poco mi sarebbe crollato sulle spalle: la Didattica A Distanza. DAD per gli amici.
Come si stava bene a Marzo 2020, senza la DAD.
Caro Presidente De Luca, se sapessi cos’è davvero la DAD per un bambino delle primarie, crederesti a quella mamma che racconta che la figlia vuol tornare a scuola.
Un bambino che frequenta la prima elementare, oltre ad imparare a leggere e scrivere in corsivo, deve imparare cosa vuol dire stare in una classe e dividere con altri 20 bambini l’attenzione della maestra. Deve imparare le regole, il turno di parola, l’ascolto, la condivisione degli spazi. Deve conoscere l’odore dell’armadietto con i quaderni, la gioia dell’ascolto di una favola dalla voce della maestra, le possibilità della LIM, le regole, il profumo dello zaino e degli astucci.
Ai bambini come il mio, è stato tolto tutto questo, per il secondo anno di seguito.
Inoltre, proporre un regime digitalizzato, in un contesto come il nostro, da un giorno all’altro è stato un bel colpo per tante famiglie impreparate, alcune delle quali non avevano neppure la linea internet a casa. Ben venga, sia chiaro: anzi, sono convinta che tra le cose buone che il Virus ci lascerà, questa spinta verso il digitale di un’istituzione come la scuola, ce la dobbiamo tenere cara.
Ma.
Ma tra le famiglie, il digitale e la didattica c’eravamo noi, le rappresentanti e le maestre.
Nella mia classe le maestre hanno preteso che la classe, una prima elementare, procedesse all’unisono, che nessuno fosse dimenticato… e questo ha comportato lavoro, tanto lavoro.
Ah, quanto mi mancavano i pidocchi mentre facevo lezioni in video-chat a chi non riusciva a entrare in sintonia con Classroom. Quando mi telefonavano a tutte le ore perché gli accessi non andavano, perché i tablet non arrivavano, perché alcuni genitori non consegnavano i compiti, perché, perché, perché…
Eravamo tutti altrove, tutti lontani, tutti rinchiusi. Eppure la DAD, così, ci ha avvicinati.
Io, personalmente, a giugno avevo un herpes sul labbro grande come un vocabolario di latino, ma mi sentivo, finalmente, integrata nel gruppo genitori.
Anche didatticamente, nella nostra classe, la DAD ha funzionato.
Ma MAI avremmo voluto ripetere l’esperienza. Eppure, da tre volte a settimana in prima elementare, siamo passati a DAD per quattro ore al giorno, in seconda.
Ancora una volta, stavamo abbastanza bene, e non lo sapevamo.

Se guardo indietro allo scorso Settembre, che sembra anche questo situato in un tempo lontano anni luce, mi meraviglio del mio ottimismo rispetto alla riapertura della scuola.
Forse non era neppure ottimismo ma necessità di credere che avrebbe funzionato davvero.
Non poteva funzionare, in realtà.
Senza la pretesa di condurre qualsiasi analisi politica, quello che un po’ tutti abbiamo avvertito, è stata la messa in atto di un’organizzazione scarica-barile.
Il Ministero ha scaricato sui dirigenti, che hanno scaricato sulle maestre, che hanno scaricato sui genitori.
Che al mercato mio padre comprò.
In alcuni contesti della mia provincia, i dirigenti scolastici hanno imposto regole assurde per l’ingresso in aula nelle primarie.
A noi non è andata così male. I nostri bambini non avevano strisce gialle da seguire per raggiungere la loro classe, potevano portare a scuola l’ombrello, se pioveva (a quanto pare, tutto quello che poteva un tempo sembrare un inalienabile diritto in tempo di Covid non lo è più) e, anche se obbligati a restare seduti ai propri posti, ben distanziati, non dovevano tenere la mascherina sulla bocca per tutta la permanenza in aula né sigillare zaino e giubbino in buste richiudibili.
Ma.
In una terza elementare di una scuola vicina una bambina è stata costretta a farsi la pipì addosso perché la maestra le aveva vietato di usufruire del bagno fuori dall’orario concordato per la sua classe.
In alcuni contesti si è sfiorato chiaramente il delirio e anche il Ministero non ha aiutato, fornendo moduli di autocertificazione, da utilizzare nell’eventualità di un’assenza, in alcuni casi assolutamente irragionevoli. E chi ha avuto a che fare con L’Allegato 5 sa bene di cosa parlo.
Le maestre hanno fatto il possibile, aiutate dalle proprie risorse personali e impacciate dalle proprie paure: in un mese di scuola e in barba a distanze e mascherine i bambini sono stati capaci di scambiarsi i più vari germi e raffreddori. Alcune sono andate in panico rispedendo i bambini a casa al primo colpo di tosse. Altre, sono andate avanti fingendo di non vedere nasi gocciolanti e fazzolettini sporchi e sperando di non aver sottovalutato la situazione…

Noi, genitori nelle primarie, eravamo usciti dal lockdown con la chiara consapevolezza che fare l’insegnante è un mestiere per pochi eroi.
Non vedevamo l’ora di riaffidarli alle competenze amorevoli delle loro insegnanti che, tra l’altro, e per motivi a noi oscuri, non vedevano l’ora di riaverli tutti in classe.
Personalmente avevo preparato lo zaino di mio figlio il primo di Settembre con una merenda a lunga conservazione, perché, nell’attesa che il nostro Governatore si decidesse a darci il VIA, mi rincuorava sapere che la notizia non ci avrebbe colti impreparati.
Ma non è stato un mese facile nemmeno con tutta questa buona volontà di farcela.
Quanti genitori sono stati chiamati, in orario di lavoro, per riprendere dalla scuola il bambino raffreddato… con notevoli complicazioni organizzative in famiglia.

I pediatri? Non pervenuti.
Alcuni ricevono ancora solo telefonicamente. Altri, i certificati li hanno spediti solo online e previa visita telefonica. Altri ancora, per tre giorni di febbre, non hanno avuto che il tampone come risposta.
Ovviamente, c’è ancora chi fa il suo lavoro… ce li teniamo buoni per la prossima volta. Ma intanto?

I genitori erano palesemente spaesati. Cercavano, ancora una volta, risposte in noi rappresentanti che, alla fine dei conti, ne sapevamo quanto loro. Credo che le maestre si siano sentite come noi. E probabilmente, anche i dirigenti scolastici.

Chi ha sbagliato allora?
O meglio, qualcuno ha sbagliato?

No, a mio avviso.
La scuola DOVEVA cominciare. Non ho dubbi su questo e credo che, ancora una volta, debba ripartire. Un po’ perché sono una pessima insegnante e non sto rendendo un buon servizio a mio figlio, urlo come un’aquila e ho poca pazienza… ma soprattutto perché vogliamo avere la tranquillità di saperli in un luogo sicuro e la scuola E’ un luogo sicuro per tanti motivi.
Certo, sicuramente per i nuovi protocolli, per il distanziamento, le mascherine, le aule arieggiate, il disinfettante per le mani e i bagni (finalmente) puliti, ma anche e soprattutto perché la scuola è il luogo della loro formazione. Il luogo dove si confrontano tra pari e sono amorevolmente accompagnati dalle competenti capacità di chi ha SCELTO una professione tanto complicata e indispensabile.

Non è la scuola il luogo che deve risolvere il problema del contagio. La responsabilità degli adulti deve esercitarsi al di fuori della scuola e in ogni momento della vita quotidiana, seguendo le regole che ci sono state imposte. E’ in questo modo che la scuola si preserva come un luogo sicuro.

Inoltre si è tanto parlato, a suo tempo, del passaggio “dalla scuola dell’insegnamento alla scuola dell’apprendimento” e, in un colpo solo, con la DAD, si pensa che il vecchio modello di insegnamento trasmissivo possa essere riproposto alle nuove generazioni di studenti che vivono questo periodo storico. Perché, purtroppo, la DAD è solo questo: trasferimento di nozioni.
Ed è vero che le Maestre, quelle vere, quelle che ci credono, quelle con la M maiuscola, fanno di tutto per trasmettere, attraverso lo schermo, che in alcuni casi è solo lo schermo di uno smartphone, emozioni e sentimenti… ma i bambini, soprattutto i più piccoli, restano deprivati del necessario per il loro sviluppo.

Ma mi fermo qui.
Io vorrei tornare a svolgere le mansioni per cui sono stata eletta: collette, lamentele, mediazione, … sono stufa di fare l’insegnante di mio figlio, l’ help desk dei genitori e la segretaria personale della maestra.
Che ognuno torni al suo posto.
Che la Scuola ritorni al suo posto.

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