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Gli USA, il finto dualismo e noi
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Le elezioni statunitensi hanno, al solito, mostrato l’enorme stato di subalternità culturale in cui versano il giornalismo e l’opinione pubblica italiana. Nel Belpaese, si è deciso di adattarsi, senza se e senza ma, alla narrazione proveniente dall’impero americano e questo da entrambi i fronti: quello liberal, tutto pronto a manifestare a favore di Biden, neo-redentore del mondo libero; da destra, alimentando la narrazione tossica dei brogli e delle frodi ai danni di Trump. I commentatori sono stati, in questo, più imbarazzanti del solito e ancora peggio sono riusciti a fare alcuni dei nostri grotteschi politici, come Salvini, il quale, creando analogie senza senso, è l’unico genio della tattica in grado di intestarsi una sconfitta elettorale non sua.
Non aiuta, per l’analista europeo in buonafede, un sistema elettorale che ai nostri occhi appare molto complicato, pur se storicamente e geograficamente giustificato; sul punto bisogna essere chiari: per molta minore opacità e molto meno caos, in passato e recentemente, il mondo “libero” avrebbe gridato alle elezioni “scandalo”, eseguito sanzioni (se non invasioni). Non si può che sorridere pensando ai grandi leader nostrani – uno su tutti, Renzi – che qualsiasi riforma elettorale proposta è sempre “per sapere già la sera delle elezioni il vincitore, come negli U.S.A.”
Ora, bisognerebbe essere chiari: entrambi i candidati erano il peggio possibile dei loro rispettivi campi. L’uno, il presidente uscente, un narciso evidentemente disturbato e con un principio di realtà non funzionante, con il quale non si può né deve solidarizzare; l’altro, vecchissimo, impresentabile politicamente e non solo, scelto solo per dinamiche interne al suo stesso partito – i Dem sono stati chiari da subito su questo: era meglio perdere contro Trump che vincere con Sanders – e perché poteva ricordare, nella narrazione, lo spirito del premio Nobel (…) Obama, avendogli fatto da vice. Biden è l’esponente “etichetta” di un partito al soldo della grande finanza, delle lobby, dell’apparato della Silicon Valley; Trump il difensore degli U.S.A. più reazionari, complottisti, in parte suprematisti, vicini a forme di religiosità malsana e putrida – ma il punto è che è percepito come “migliore” da tutte le fasce più povere della società, ed è questo che deve muovere l’analisi. Raccontare di un’elezione del Bene contro il Male, dei buoni contro i razzisti, è solo una riproposizione di schemi classici, tra l’infantile e il richiamo mitologico.
Non si tratta solo di sparare a zero, ma di quadri obiettivi. Gli U.S.A. (e buona prova di libertà mentale è rifiutarsi di chiamare gli statunitensi “America”, come se il continente si riducesse a loro: per fortuna non è così) hanno un “ruolo storico” assolutamente slegato dal presidente del momento. Non si tratta di essere più o meno contenti della vittoria di Biden – chi scrive non ha alcuna simpatia per Trump, e costretto a scegliere avrebbe preferito il candidato democratico – ma di considerare che la potenza egemone statunitense segue delle logiche imperiali, tecnico-economiche e militari assolutamente indipendenti dal partito al potere in un determinato momento, ancor più data la difficoltà a distinguere le reali differenze tra i due schieramenti. Ovviamente, lungi dall’essere ininfluente, il Presidente mantiene un potere rilevante: ma alcune cose cambiano, invece, solo forma e non contenuto. Che la politica sia urlata clownesca stile Trump o impettita e mediaticamente rigorosa come potrà portarla avanti Biden, gli statunitensi non rinunciano al ruolo di poliziotto dei loro interessi e, parzialmente, di quelli di certe classi occidentali. Protego ergo obligo, protezione (ossia, forza militare ed economica) dunque obbedienza, è la cartina di tornasole delle loro politiche; che essa sia fatta di bombe o di embarghi criminali, la sostanza è il dominio mondiale. Dall’Iran al Venezuela, dalla Bolivia ad altre realtà, gli U.S.A. non hanno rinunciato, nei quattro anni di Trump, a strangolare economie e figure politiche dei paesi nel loro mirino, i “non allineati”. Per caos elettorali assai meno pronunciati di quelli che hanno visto protagonisti proprio loro in questi giorni, hanno promosso golpe e influenzato pesantemente tutte le organizzazioni pseudo “neutrali” di cui la politica mondiale è fatta. Allo stesso tempo, la politica delle “sanzioni” (che sono bombe, ma in giacca e cravatta) rende risibili i sostenitori italici di Trump, per i quali “almeno lui non ha fatto guerre”: la guerra è la verità costante dell’egemonia statunitense – talvolta, al massimo, mette il trucco.
In particolare, una costruzione mediatica merita di essere smentita con più attenzione: Trump come “anomalia” politica, come “Joker”, elemento di caos nel sereno migliore dei mondi possibili. L’uomo arancione non è eccezione né anomalia. Esso è invece la più metodica ed estremamente coerente rappresentazione dell’iper-capitalismo in salsa occidentale, anche se non di stretta osservanza neo-liberista. Lungi dall’essere elemento fuori luogo, egli è invece prototipo delle possibilità del capitalismo spinte al loro limite, con la sola differenza del declinarle senza buone maniere politiche, su un versante schiettamente razzista. Egli rappresenta, infatti, l’individualismo più sfrenato, l’insofferenza più radicale a ogni forma di associazione umana che non sia basata sulla produzione di valori economici, con la parziale novità che tale spaventoso atteggiamento non si nasconde dietro formule politicanti, ma si è insediato in un posto di comando senza vergogna nel mostrarsi “brutto sporco e cattivo” come in effetti è. Il suo atteggiamento, il suo disprezzo per ogni regola, per ogni essere umano non portatore di valore economico, il suo egoismo narcisistico, il suo patologico e criminale richiamo alle armi – da bambino isterico, che però può spargere sangue – per una sconfitta evidente, sono il disprezzo per ogni forma di vita e associazione insita in ogni pratica sociale dell’odierno ordine mondiale. Lungi dall’essere una mina vagante, egli – e da qui si deduce il suo consenso – è, semplicemente, il protettore di un certo capitalismo contro un’altra forma dello stesso: il suo è il capitalismo “interno”, meno vicino alla globalizzazione e più volto a favorire la produzione (e la predazione) interna. Questa forma di protezionismo rispetto a merci e persone – ma che mai si sognerebbe di intaccare il capitalismo finanziario, di gran lunga il dominante e più pericoloso per il futuro della specie umana – è percepito, da una fetta di popolazione, come un argine alla perdita di potere economico rispetto al rinnovato scacchiere internazionale e fornisce, a tutta la popolazione del versante “interno” degli U.S.A., da un lato una sorta di “percezione” di difesa e, dall’altro, un attacco anche “culturale” contro le élite delle coste statunitensi, le più vicine, invece, al capitalismo avversato dalle politiche di Trump e, non a caso, compattamente schierate dalla parte di Biden. Difatti, così come in alcuni paesi europei (Francia e Italia in particolare) la forbice non solo economica ma di “visione del mondo” tra i due settori della popolazione è in aumento costante. A conferma dell’analisi, i flussi elettorali mostrano la cosiddetta “America profonda” ossia gli Stati centrali – meno avvezzi a forme di scambio globaliste, più legati a un’economia di prossimità territoriale, vicini ad alcuni “valori” propriamente statunitensi – tutti schierati con Trump; e al contrario, gli stati costieri, cosmopoliti, più finanziarizzati, su posizioni politiche liberal; e, anche all’interno dei singoli Stati, vediamo una polarizzazione enorme tra centri densamente abitati e piccole realtà, con differenze enormi addirittura a distanza di pochi chilometri, a seconda di reddito, identità culturale, impatto della crisi in atto.
Questa polarizzazione devastante si è tramutata finanche in differenza radicale di percezione dell’esistenza. Gli “esclusi”, impauriti, non trovano di meglio, nel menù elettorale, che un Trump, e detestano il mondo degli pseudo-colti; dall’altra, gli abitanti delle grandi città, non sono capaci di altra analisi politica che quella che definisce razzista e ignorante chi si affida al leader percepito (perlopiù a torto) come “novità” anti-sistema – non che non possa essere vero, d’altronde; con l’aggiunta inoltre, adesso, di un esito elettorale contestato, viziato – piaccia o meno – da formule di voto assurde (anche se hanno favorito il “buono”) le quali forniranno materiale fenomenale alla narrazione “complottista”.
Tutti questi discorsi, ovviamente, avvengono sulla testa e sulle spalle di elettori e cittadini disperati e inconsapevoli della loro funzione nei grandi scenari, in una “democrazia” che costringe decine di milioni di persone a non accedere alle cure mediche più basilari, mentre rivolte culturali e sociali sconvolgono il tessuto politico statunitense, le cui classi superiori assistono terrorizzate al dilagare delle violenze – quelle evidenti, non quelle sommerse.
Si ritorna sempre lì: la politica non si fa solo sui valori etici “astratti”, ma su “umanissimi” scontri economici tra interessi diversificati. La frattura interna alle società occidentali è integralmente racchiusa nelle elezioni statunitensi, con, ovviamente, alcune particolarità legate al luogo specifico, alle forme “postali”, all’emergenza Covid, la cui atroce gestione è stata probabilmente un grande fattore di vantaggio per Biden. Questa polarizzazione riguarda tutti noi, da vicinissimo. Finché l’alternativa sarà fasulla, la scelta sarà sempre tra il morire per le scelte dei colletti bianchi o il morire per le scelte di qualche pseudo-leader che guida i forconi: si è inseguita l’americanizzazione della politica europea, e ci si è riusciti.
È lecito preferire Biden a Trump, ancor più se manterrà l’impegno di rientrare subito negli accordi sul clima e cercherà di depotenziare il conflitto interno. La sua vittoria è anche un vantaggio strategico per una narrazione controcorrente, perché non permetterà di attribuire a Trump ogni scelta malsana dell’impero statunitense, ma le mostrerà necessarie al loro stesso ruolo nel mondo, e non il frutto di questo o quel folle; ma anche qui, bisogna star certi che i cani da guardia del giornalismo italiano saranno molto meno attenti.
Ci si renda però conto che si è, in ogni caso, davanti a una forma di riposizionamento politico che non cambierà ruolo e azioni del dominio statunitense: ma in Italia, bisognerebbe avere in primis uno Stato consapevole dei propri interessi, e poi una narrazione sincera, per rendersene conto.
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