Monomandato: Trump e i presidenti Usa non confermati


12 Nov , 2020|
|Visioni

Il meccanismo statunitense premia il presidente in carica e gli consente di governare per due mandati, ma non sempre. Ecco le storie di chi non ce l’ha fatta

Trump ha perso. Da gennaio 2021 sarà Biden il nuovo inquilino della Casa Bianca, mentre The Donald finirà nel sottoinsieme degli undici presidenti non confermati. Nonostante i sondaggi di ottobre mostrassero vincente lo sfidante, la sconfitta di Trump non era scontata. Tralasciando che le previsioni del 2016 si rivelarono errate, la posizione di incumbent, ossia di Presidente in carica, dava a Trump molti vantaggi. Per prima cosa, la sala ovale garantisce un’esposizione mediatica impareggiabile e le azioni presidenziali costituiscono una campagna elettorale permanente. Seconda cosa, solitamente il programma che si presenta agli elettori è pensato per attuarsi in otto anni perché accade spesso che il partito vincente non abbia la maggioranza contemporaneamente alla Camera dei Rappresentanti e al Senato. I primi quattro anni servono dunque per porre le basi per i successivi e sono infatti pochi i presidenti che non hanno ottenuto la rielezione.

Andando a ritroso, l’ultima volta fu nel 1992, quando il repubblicano George H.W. Bush fu sconfitto da Bill Clinton. Bush sr., padre di George W. e di Jeb, aveva ereditato l’amministrazione da Reagan e si era guadagnato consenso con la Guerra del Golfo nel 1991. Gli anni di crescita ultraliberista si arenarono in seguito al picco del prezzo del petrolio dovuto all’invasione irachena del Kuwait e alla crescita della disoccupazione di due punti percentuali (da 5.4 a 7.4), dando a Bill Clinton e al terzo sfidante, Ross Perot, un forte argomento con cui attaccare la performance presidenziale.

Prima ancora, a non essere rieletto fu il democratico Jimmy Carter, l’ex presidente americano più anziano ancora in vita. Nonostante alcuni successi diplomatici – come gli accordi di Camp David del 1978 e la successiva pace israelo-egiziana firmato nel 1979 a Washington, o come la firma per gli accordi Salt II, in cui Usa e Urss si impegnavano a limitare l’uso bellico dell’atomica – Carter non riuscì ad ottenere il secondo mandato e nel 1980 fu eletto Ronald Reagan. Il motivo è riscontrabile nell’inasprimento della Guerra Fredda e della crisi mondiale: furono gli anni dell’invasione in Afghanistan da parte dei sovietici, della rivoluzione islamica in Iran guidata dall’ayatollah Khomeini e del sequestro all’ambasciata americana a Teheran, l’incidente nucleare di Three Miles Island e il fallimento degli accordi Salt II stessi, a cui seguì il boicottaggio statunitense delle Olimpiadi di Mosca nell’estate dell’80. Insomma, un periodo in cui gli elettori americani avvertivano il declino della superpotenza.

La crisi favorì quindi i repubblicani, nonostante fosse stata proprio la stessa crisi ad averli ostacolati nell’elezione precedente. Carter fu infatti eletto dopo aver sfidato Gerald Ford alle elezioni del ’76. Anche Ford fa parte della cerchia dei non rieletti, concludendo la sua presidenza dopo un solo mandato. Per l’esattezza, i suoi furono meno di quattro anni perché divenne presidente dopo le dimissioni di Richard Nixon, causate dallo scandalo Watergate, ma solo dopo esser diventato vicepresidente in sostituzione a Spiro Agnew, dimessosi per un caso di corruzione e riciclaggio di denaro. In precedenza, Ford era il leader della minoranza alla Camera dei rappresentanti, ma la sua ascesa rocambolesca, imitata da Frank Underwood in House of Cards, dovette scontrarsi con la realtà il giorno delle elezioni, quando la crisi del partito repubblicano e la sconfitta in Vietnam pesarono sulla scelta.

Escludendo Kennedy, morto a Dallas nel 1963 dopo due anni dalla sua elezione, e Johnson, che lo sostituì e che non si ricandidò nel ‘69 a causa della situazione in Vietnam, si arriva a Herbert Hoover.

Hoover, repubblicano, è stato presidente dal 1929 al 1933 e il motivo della sua sconfitta è facilmente immaginabile: la Grande depressione. La crisi finanziaria ed economica del ’29 devastò il paese, portando la disoccupazione al 25%. Le sue politiche non furono efficaci per risanare la situazione e il suo nome fu associato alla disperazione dei cittadini: le baraccopoli dei senzatetto sorte ai confini delle città furono ribattezzate Hoovervilles, i giornali usati come lenzuola furono chiamati Hoover blankets, le tasche vuote rivoltate erano le Hoover flags, il cartone usato per risuolare le scarpe era detto Hoover leather e infine c’erano gli Hoover Wagons, automobili senza motore trainate da un cavallo. La vittoria di Franklyn Delano Roosevelt fu quindi scontata.

Per completare il secolo, il primo presidente monomandato fu il repubblicano William Howard Taft, noto ai posteri per la Diplomazia del Dollaro, secondo cui era necessario sostenere i governi latinoamericani utili all’economia statunitense, indipendentemente dalla loro democraticità. La sua sconfitta fu dovuta ad una lotta intestina con il suo predecessore, Theodore Roosevelt, che favorì il democratico Woodrow Wilson.

Il denominatore comune di queste vicende è una crisi, economica o partitica, troppo grande per chiedere agli elettori di continuare a fidarsi. La presidenza Trump ha dovuto affrontare la pandemia da coronavirus e i numeri dei malati e dei morti negli Stati Uniti hanno indebolito la sua leadership, premiando Biden che ha proposto soluzioni più chiare per combattere il Covid-19. Altri fattori hanno probabilmente contribuito, come “Black Lives Matter” e la conseguente mobilitazione delle minoranze, che hanno preferito il candidato democratico. Che piaccia o meno, l’economia americana aveva beneficiato delle politiche protezionistiche di Trump ed è plausibile che sarebbe stato rieletto se quello che lui definisce “virus cinese” non avesse stravolto il mondo.

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