Torna il capitalismo “buono”!


16 Nov , 2020|
|Visioni

Il futuro che si prospetta davanti a noi potrebbe essere magnifico e carico di opportunità: una globalizzazione dal “volto umano”, con una netta diminuzione delle disuguaglianze e un’intensa cooperazione internazionale fra le maggiori potenze. Un capitalismo verde, eco-sostenibile, che garantisce opportunità di crescita a livello planetario, soprattutto per le classi medie e povere. Un mondo dove la combinazione virtuosa fra lo Stato imprenditore e il settore privato ha permesso di eliminare il neoliberismo predatorio, riavviando il ciclo positivo del famoso trentennio d’oro keynesiano. Il tutto sconfiggendo i paradisi fiscali, lo sfruttamento, il cambiamento climatico e tanti altri problemi. E così, concludendo in modo poetico, potremmo dire che il “il capitalismo rigenerato concederà a ogni uomo nuove speranze, così come il sonno porta i sogni” (parafrasando Larry Ferguson, di Caccia a Ottobre Rosso).

Tutto questo grazie alla sconfitta elettorale di Donald Trump, alle nuove politiche economiche messe in campo per contrastare la pandemia e l’ascesa della nuova “via Bideniana”. Così si delinea il futuro dei prossimi anni leggendo l’analisi dell’economista Emanuele Felice (1), che però non è il solo a descrivere scenari così carichi di speranza e ottimismo (2). Tutto bello, tutto giusto, ma poi ci tocca tornare alla realtà. Alla realtà del nostro Sistema industriale-tecnologico.

La narrazione che si sta imponendo, o che sta tentando di imporsi negli ultimi tempi, è quella del revival delle politiche keynesiane, ovviamente in modalità 2.0, in seguito al fallimento del modello “neoliberista reale”, con crisi multiple annesse. Quindi un ritorno a pieno regime dello Stato con pesanti interventi economici, investimenti in infrastrutture, riconversioni industriali, etc, a deficit crescenti, e con le banche centrali al servizio del debito pubblico e delle politiche fiscali dei vari Stati. Il tutto accompagnato da una redistribuzione delle risorse a danno delle classi più abbienti. Un nuovo capitalismo verde molto promettente sulla carta, che però si scontra con una realtà estremamente problematica.

Il primo fattore che lascia veramente perplessi è la mancata rivoluzione politica e sociale. Tutto questo grande cambiamento dovrebbe avvenire con le stesse classi dirigenti, soprattutto i potentati economici e finanziari, che hanno guidato il modello globalizzato degli ultimi decenni. Le quali negli ultimi 10 anni sono diventate più ricche e potenti che mai, e che ora, non si sa bene in base a cosa, dovrebbero auto-demolirsi senza reagire.

Per spiegare questa strana transizione pacifica alcuni citano i cambiamenti avvenuti sotto il presidente americano Roosevelt negli anni ’30 e ’40, dove la leadership statunitense mise da parte le tesi liberiste grazie a nuove correnti di pensiero. Ma questi paragoni sono francamente ingenui.

Il cambiamento di quegli anni, così come il successivo boom economico occidentale del dopoguerra, sono stati possibili grazie ad una serie di combinazioni economiche, sociali, politiche e culturali irripetibili. La via socialdemocratica keynesiana prese forza dopo una guerra mondiale, l’annientamento di varie classi dirigenti e la spinta industriale determinata dallo sforzo bellico. Il successivo periodo storico, soprattutto a partire dagli anni ’50, ha potuto beneficiare della ricostruzione post-bellica combinata con la spinta tecnologica, la progressiva apertura di nuovi mercati con annesso feroce colonialismo economico occidentale e la paura della rivoluzione comunista, fattore che ha spinto le élite occidentali a concedere un generoso welfare state alla classe media e povera per evitargli tentazioni da socialismo reale.

Un mondo con il baricentro, a livello geopolitico ed economico, pienamente in Occidente, egemonico nei confronti dei Paesi decolonizzati e un blocco contrapposto (quello comunista) decisamente meno efficiente rispetto al capitalismo rampante.

Tornando ai nostri giorni troviamo un quadro decisamente diverso: la globalizzazione tecnologica ha prodotto il mutamento di innumerevoli variabili che vanno ad inficiare le politiche degli Stati nel controllare i flussi finanziari e le delocalizzazioni industriali, a meno di voler smantellare gli accordi commerciali e le organizzazioni multilaterali create negli ultimi decenni (cosa che non si trova in nessun programma dei “progressisti” occidentali). E di sicuro non basta semplicemente paralizzare il WTO.

Il potentissimo sistema dei paradisi fiscali si è radicato in ogni angolo del pianeta ed è uno dei principali strumenti di arricchimento delle classi abbienti, in combinazione con tutto il sistema finanziario sempre più fuori controllo e tenuto in piedi dall’azione delle banche centrali.

Il baricentro economico del pianeta si sta spostando progressivamente ad Oriente e vede il declino del potere occidentale, l’evidente debolezza delle democrazie liberali e l’ascesa di nuove popolazioni e nazioni, sempre meno disposte a farsi sfruttare come nel passato.

Il tutto nel bel mezzo di molteplici crisi globali, a partire da quella climatica, con un sistema industriale-tecnologico di 7,8 miliardi di persone che nessuno fondamentalmente controlla.

Di fronte ad un quadro del genere bisogna essere veramente ottimisti, o follemente utopici, per pensare che nel giro di 10 o 20 anni il capitalismo globale verrà reso “socialdemocraticamente green friendly” con il consenso delle stesse élite che ci hanno portato nelle crisi globali, senza scontri feroci, senza estese rivoluzioni e sconvolgimenti nei cosiddetti “rapporti di forza”, ma solo con del timido riformismo democratico come lo abbiamo visto negli ultimi tre decenni.

Al contrario del paradiso promesso potremmo assistere entro breve all’emergere di un leviatano emergenziale in risposta alle pesanti crisi, con molteplici conflitti a tutti i livelli.

La pandemia in corso ha mostrato in modo evidente la debolezza occidentale, messa a confronto con il pervasivo ed efficiente apparato statale-tecnologico asiatico, il quale presenta un concetto della privacy e della libertà del cittadino decisamente inferiore a quello che siamo abituati in Europa e negli Stati Uniti. Le sfide future, fra invecchiamento della popolazione, tensioni nel mondo multipolare, insidie tecnologiche e crisi climatica-ambientale, potrebbero comportare un ricorso a continue logiche emergenziali, con una progressiva limitazione della democrazia liberale fino al suo annullamento per manifesta inefficienza.

Permangono fra l’altro in seno alle società occidentali le fratture culturali, etniche e sociali, a cui i governi “progressisti” anti-sovranisti non hanno fornito minimamente una risposta chiara ed efficace, se non solenni promesse legate al problematico “NextGenerationEU”(3), e confidando nel salvifico governo di Biden. Il quale fino a poco tempo fa ammansiva i suoi facoltosi donatori facendogli capire che vale la legge del Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”(4).

La stessa “rivoluzione verde” potrebbe configurarsi come una mutazione tecnologica guidata da grossi gruppi industriali e dalle maggiori Potenze, senza le famose politiche per risollevare la classe media e povera, ma con un mantenimento delle risorse e ricchezze nelle mani di una ristretta cerchia. Fra l’altro senza necessariamente raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (operazione estremamente difficile), ma anzi sfruttando le opportunità offerte dal riscaldamento globale come sta accadendo in questo momento nell’Artico (5).

Concludendo possiamo dire che il tentativo della “globalizzazione dal volto umano” ricorda sinistramente la “terza via” degli anni ’90 con il suo carico di promesse, trasformatesi poi in devastanti tradimenti. Data la situazione odierna in cui versa il Sistema globale, ormai non basta più un restyling di Keynes in versione 2.0.

Serve un rapido ed esteso ripensamento del nostro modello di sviluppo, instabile e altamente pericoloso, con annesse soluzioni di “adattamento profondo” e mitigazione accelerata, cercando di preservare le nostre comunità dalle varie onde d’urto che si paleseranno nei prossimi anni.


(1) https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/lue-con-biden-per-una-globalizzazione-diversa-dq1pg54c

(2) https://time.com/collection/great-reset/5900739/fix-economy-by-2023/

(3) https://bscfederico.medium.com/sprecare-il-recovery-fund-844e92f907f6

(4) https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-06-19/biden-tells-elite-donors-he-doesn-t-want-to-demonize-the-rich

(5) https://valori.it/artico-petrolio-gas-terre-rare-superpotenze/

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