La madre di tutte le pandemie


18 Nov , 2020|
|Visioni

È molto probabile, per molti di noi, aver sentito parlare poco (se non genericamente) della spagnola prima dell’inizio di questo dannatissimo 2020. In sintesi: fu una pandemia di portata storica che uccise milioni di persone all’inizio dello scorso secolo, riportando alla mente dell’Occidente maggiormente colpito incubi secolari sopiti da sette secoli di amnesia selettiva. Per decenni se ne è sentito parlare come di “madre di tutte le pandemie”, visto l’imprecisato numero di vittime individuato dagli storici e demografi più importanti tra i 20 e i 100 milioni. Se la cifra delle vittime non dovesse rendere bene l’idea (tenendo sempre a mente che la Seconda Guerra Mondiale causò 60 milioni di morti), può farlo la portata del contagio: un terzo della popolazione mondiale, che tra il 1918 ed il 1920 veleggiava sui 1800 milioni di persone. L’Europa, per capirci, perse in 6 anni (complice anche la Prima Guerra Mondiale) quasi 50 milioni di abitanti.

La medicina dell’epoca era cosciente dell’alto grado di trasmissibilità dell’influenza da persona a persona, ma individuava l’origine del morbo in un batterio, non in un virus; oltretutto il primo antibiotico fu scoperto solo un decennio più tardi, nel ’28, ed il primo vaccino contro l’influenza fu disponibile solo dagli anni ’40 in poi. Naturalmente, il diritto alla salute ed il lusso di poterne usufruire era riservato a pochi. Ciò comportò una rapida diffusione sin dalla fine del 1918, quando dopo i primi casi rilevati sul fronte occidentale ed il ritorno in massa a casa dei soldati dopo la fine della guerra in novembre la situazione precipitò velocemente.

Se l’attuale pandemia di COVID-19 miete purtroppo la maggior parte delle sue vittime negli strati più anziani della popolazione mondiale, con notevoli ripercussioni nei paesi occidentali dove il silver-aging la fa ormai da padrone, la particolarità della spagnola fu l’età assai giovane delle vittime, soprattutto nelle prime fasi: principalmente maschi con un’età compresa tra i 20 ed i 40 anni. Un’intera generazione di uomini, molti dei quali sottonutriti negli anni della trincea, spazzata via in un colpo solo. Più difficile il conteggio nei paesi più poveri, dove censimenti e contabilizzazioni statistiche erano ancora rarissime, eccezion fatta per l’India britannica, dove la spagnola uccise 17 milioni di cittadini.

La particolare demografia delle vittime colpì moltissime donne, coinvolte in prima linea nel primo dei molteplici effetti collaterali scaturiti da una situazione sfuggita da ogni controllo: la mancanza di manodopera e, più precisamente, di giovani uomini. Il particolare assetto socioeconomico dell’epoca vedeva ovviamente la stragrande maggioranza dei lavoratori di sesso maschile, e aziende, fattorie, fabbriche e negozi si trovarono improvvisamente senza personale da arruolare. Qui si inserirono abilmente le donne, che conobbero per la prima volta il mercato del lavoro in maniera diffusa ed ebbero modo di dimostrare in pochissimo tempo un alto grado di emancipazione.

Molte di queste, però, dovettero rinunciare a formare una famiglia negli anni a seguire, poiché molto semplicemente la situazione del mercato matrimoniale aveva largamente ristretto la loro possibilità di scelta. Nelle situazioni più rurali, per chiarire meglio, dopo il 1920 i pretendenti non esistevano più, e sappiamo certamente quanto il matrimonio fosse centrale per la società dell’epoca. Allo stesso tempo, però, nello stesso anno le donne riuscirono a formare il 21% della forza-lavoro statunitense.

Da un punto di vista genetico, c’è chi teorizza che la pandemia abbia avuto un effetto anche su persone vissute decine di anni dopo ma nate tra il 1918 ed il 1920. Misurazioni statistiche britanniche e brasiliane cercarono di dimostrare che, da un punto di vista statistico, le classi ’18, ’19 e ’20 tendevano ad avere meno possibilità di accedere a gradi di istruzione superiore, o addirittura di tenere ritmi di lavoro serrati. Nell’esercito statunitense, durante la Seconda Guerra Mondiale, un certo stigma sulle reclute della leva del ’19 si diffuse nei piani gerarchici più alti: erano più basse, più deboli, meno reattive delle altre. La comunità scientifica spiegò che una possibile causa potesse essere il grande quantitativo di stress assorbito dalle donne in stato di gravidanza durante quel terribile biennio.

L’URSS fu la prima, nel corso degli anni ’20, a rendere pubblico il proprio apparato sanitario. Fu conseguenza diretta della pandemia, e la terribile accoppiata con la Grande Guerra pose le basi del welfare state in molti stati occidentali. Nel ’23 la Società delle Nazioni fece nascere sotto la propria ala protettiva l’Organizzazione della Sanità, antenata dell’attuale OMS nata nel ’48.

Sebbene non siano augurabili buona parte delle presunte conseguenze della spagnola su certe fasce demografiche, porterebbero a riflettere, invece, altre concatenazioni di eventi ad essa legati. La totale inettitudine (voluta o meno) delle autorità inglesi nella gestione della pandemia in India portò ad una rapida crescita, negli anni ’20, del movimento indipendentista indiano, che tra le altre cose accusava la Gran Bretagna di aver volutamente lasciato diffondere il morbo tra la popolazione.

L’alta mortalità, purtroppo appannaggio delle generazioni più giovani, rese competitivo il mercato salariale soprattutto in Europa Occidentale. Le donne e gli uomini che vi entrarono dal ’21 in poi percepirono stipendi più alti e poterono anche far valere la propria parola nelle contrattazioni sindacali con maggior vigore; sulla lunga distanza, dunque, l’economia ne beneficiò e pose le basi dei roaring twenties. Il sopracitato vuoto demografico concentrato soprattutto nel Vecchio Continente, però, fu uno dei pilastri della crisi economica globale di dieci anni dopo, che vide una delle cause scatenanti nel crollo verticale dei consumi. Senza fare troppi voli pindarici, è possibile azzardarsi a teorizzare che la spagnola pose le basi per la crisi economica e conseguentemente ideologica degli anni ’30 e ’40.

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