Maradona e i giudizi possibili


26 Nov , 2020|
|Visioni

Le categorie di giudizio del neoliberismo organizzato si ribellano ai grandi riti collettivi, i quali, in alcune forme, possono essere, anche, tensione verso il bello, elementare radicamento patriottico, quasi sempre impolitico ma, almeno in nuce, potenzialmente identitario. Il tifo per una squadra è un riconoscersi immediato non filtrato dal mercato. Non che un’industria a tutto tondo come il calcio contemporaneo non sia, evidentemente, parte di un’organizzazione capitalista capillare, che stupra continuamente lo spirito del gioco per mostrarne solo i lati iper-agonistici e concorrenziali. Ma qualcosa sembra sfuggire al controllo del dominio, un momento di connessione sussiste, e chi ha messo piede, senza preconcetti, in uno stadio, ne è perfettamente consapevole.

Negatore di identità collettive, iconoclasta del sentimento diffuso, foriero di moralismo becero: ecco come si mostra una parte del sistema mediatico quando qualcosa sfugge al suo controllo. Cosa c’entra questo con la morte, a 60 anni, di Diego Armando Maradona? C’entra.

C’entra, perché si è assistito, in tutto il mondo, e in Italia più che altrove, a una profonda commozione trasversale per la scomparsa del più grande calciatore di ogni epoca (certo, si accettano, a malincuore, opinioni contrarie). Ma soprattutto perché, allo stesso tempo, in qualche “altura” del pensiero, si è assistito anche alla reazione della platea pagante: “beh, sì, il più grande giocatore in campo, ma fuori…”.

Ora, in quel “ma”, c’è il mondo intero. C’è la mancata comprensione delle identità collettive; c’è un che di ferocemente anti-popolare.

Il perché, è molto chiaro. Maradona è il nome collettivo di un fenomeno di pancia, ancestrale e presente: Maradona era il Sud del mondo. Il Sud nel mondo, il Sud Italia, il Sud interno finanche ad ogni Nord.

Attenzione, chi scrive non pensa che Maradona e il calcio debbano per forza essere considerati come fenomeni estetici e sociali di rilievo assoluto (per me lo sono, ma tant’è). Il punto è non avere la benché minima capacità di comprensione psicologica o di distanza critica e storica per considerare che i “ma” riguardano ogni essere umano, mentre il genio riguarda pochi. Che se qualcosa di così profondo si è scatenato, evidentemente le caratteristiche del Maradona uomo biografico interessano poco o nulla ai più.

Essere “contro” a ogni costo è stupido quanto l’essere a favore e disegnare mondi inesistenti. È l’ebbrezza di sentirsi qualcuno negando il sentire comune. È un modo di definire la propria identità per negazione, con un segno meno. È il dover dire sempre il contrario della maggioranza pur di sentirsi esistenti. È disprezzo per ogni radice fieramente popolare – è rifiuto del nazionalpopolare.

I giudizi su Maradona non sono semplici perché Maradona era simbolo e proiezione della vita intera. E i giudizi sulla vita non sono facili. Non è semplice l’etica, non è semplice l’estetica, non è semplice la politica. Diego Armando Maradona non ha mai voluto essere d’esempio, e difatti non lo è stato. È stato un generoso, ma non con se stesso; ha compiuto almeno un errore gravissimo, che ha cercato poi di ripianare (e per i diretti interessati, lo ha fatto) non riconoscendo per decenni suo figlio Diego jr. Ha frequentato, con incoscienza inconsapevole, personaggi meschini. Ha distrutto il suo corpo.

Ma giudicare la vita di Maradona con le modalità preconfezionate del “buono e cattivo” è la necessità di chi per inquadrare il mondo ha bisogno di schematizzare la realtà con una forma di manicheismo grezzo – e si dica sommessamente che, quando i moralisti del giorno prima avranno fatto sognare milioni di persone come Maradona, li ascolteremo con molto più piacere.

Poteva forse piacere a tutti uno che ha apertamente sfidato il potere costituito della sua disciplina, che ha fraternizzato con i più grandi leader del Sud del mondo, che ha detto di voler essere “l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli come di Buenos Aires”? Un uomo amico di Fidel Castro, di Chavez, di Maduro, di Lula, di Morales; un uomo che aveva tatuato sul polpaccio Fidel Castro e sulla spalla Ernesto Che Guevara?

Maradona è il nome collettivo di chi, in mancanza di politica, si è riconosciuto – in tutto il mondo e immediatamente – in un ragazzo riccioluto che sfidava, oltre i suoi demoni, anche l’arroganza delle élite. Un colossale “si può fare”; una rivalsa. Spesso sconnessa dalla realtà, spesso ancora di dubbia comprensione della realtà: eppure, quel doppio gol all’Inghilterra, quanti ne ha fatti godere? Emozionarsi per la morte di un Maradona significa riconoscersi appartenenti al consorzio dell’umanità, internazionalista e non cosmopolita, perché ogni popolo ha le sue battaglie. Diego Armando Maradona, resterà; e lo farà come uno dei simboli del ‘900, come una forma di conflitto forse archiviata, come un personaggio che è stato indebolito dalla frenesia del denaro e dai piaceri distruttivi, ma senza mai esserne corrotto. Al contrario, i ridicoli e posticci eroi di oggi – epoca incapace di far sedimentare la memoria – influencer della vuota immagine e della manipolazione – senza talento, senza qualità – saranno dimenticati, si spera, in meno di quindici minuti (che sono almeno un tempo supplementare), forse giusto il tempo di un ultimo calcio di rigore.

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