C’era una volta un bancario


27 Nov , 2020|
|Voci

Quella che cercherò sinteticamente di raccontare non è una fiaba ma triste e cruda realtà.

Se volessimo rimanere nell’ambito della fantasia, piuttosto sarebbe un incubo. Un incubo per il diretto interessato, un onesto lavoratore di banca incredibilmente licenziato a causa di un furto subito alla sua postazione di cassiere, ma anche e soprattutto per una intera popolazione di onesti e fedeli lavoratori di banca che vedono definitivamente e irrimediabilmente compromesso un clima di fiducia reciproca verso la propria banca.

Siamo nella BNL, Banca Nazionale del Lavoro, una volta istituto di diritto pubblico controllato dal Ministero del Tesoro, oggi e da quattordici anni privatissima società controllata dal colosso francese BNp Paribas.

A gennaio, questo cassiere commette una di quelle tante leggerezze che tanti bancari, in vari ambiti, commettono per far fronte alle condizioni di lavoro cui sono da anni costretti – tra organici ridottissimi e pressioni commerciali, tra malfunzionamenti informatici e obiettivi di budget inarrivabili – e servire, come personalmente fa da quarant’anni, con soddisfazione la clientela.

Ricevuto un plico da un portavalori, invece di riporlo immediatamente in cassaforte, lo nasconde sotto la sua scrivania mentre termina le operazioni richieste dal cliente di turno. Poi la frenesia con cui oggi è chiamato a lavorare il cassiere di una banca prende il sopravvento e lui viene sommerso dalle varie incombenze, tanto da dimenticarsi per qualche istante di quel plico. In un momento di pausa, mentre lui è lontano dalla sua postazione, qualcuno ruba il plico. Il danno per la banca è di poche decine di migliaia di euro, l’errore del collega c’è tutto, la contestazione disciplinare che seguirà e la sanzione pure. Ma nessuno poteva aspettarsi, così come nessuno oggi riesce a credere, che la sanzione decisa dalla banca sia la più pesante in assoluto: licenziamento per giusta causa.

Il motivo è che è venuto meno il rapporto di fiducia: fredda e cinica formula con cui, come con un colpo di spugna, si cancella un’intera storia di fedeltà e devozione. Non un rimprovero, non un richiamo, non una sospensione. Nulla che salvaguardasse, insieme al posto di lavoro, la dignità di una storia professionale quarantennale immacolata e irreprensibile. A meno di due anni dalla pensione, la condanna a lasciare quel posto di lavoro che per gran parte della sua vita aveva rappresentato pressoché interamente la sua vita!

Non intendo qui perdermi nei tecnicismi ma va evidenziato che la contestazione disciplinare viene aperta dopo ben sei mesi dall’evento e che il licenziamento viene comminato dopo altri tre mesi. E per tutti questi nove mesi, il cassiere resta al proprio posto con le medesime funzioni e responsabilità, peraltro prestando con devozione la propria opera a Milano, al pubblico, nelle settimane di più acuta diffusione della pandemia da Covid-19.

La reazione di stupore, sgomento, incredulità che ha investito tutti i colleghi ha lasciato velocemente spazio ad una reazione emotiva spontanea di testimonianze e riflessioni che, come UNISIN (Sindacato autonomo del settore del credito), abbiamo immediatamente raccolto e ospitato sul nostro sito (consultabile qui) e sui nostri social. L’umanità smarrita nell’alto livello manageriale che ha assunto la decisione senza interrogarsi un attimo su chi fosse il cassiere, sulla sua storia, sulla sua professionalità, perdendo completamente la fiducia in lui nell’attimo fuggente di un errore, fa da contraltare all’alto senso di umanità che la reazione collettiva sta testimoniando. In un mondo e in un’epoca sempre più individualista ed egoista, queste manifestazioni di solidarietà riaccendono la speranza in un mondo migliore.

Mondo che, purtroppo, negli anni è fortemente peggiorato in termini di diritto del lavoro, dove come ben noto ai lettori di questa rivista, una Riforma Monti/Fornero (Legge 92/2012) prima ed un Jobs Act (cosiddetto “contratto a tutele crescenti”) hanno completamente snaturato un basilare principio di civiltà giuridica con lo svuotamento del diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento dichiarato illegittimo dal giudice (e questo, ne siamo certi, si rileverà come tale).

Questa vicenda conferma come anche il mito del posto fisso in banca sia oramai sfatato. Per carità, è sicuramente vero che in termini di gestione degli esuberi, da sempre il settore si è autoregolato dotandosi di “ammortizzatori sociali” propri (non molti sanno, forse, che la cassa integrazione nelle sue varie forme e gli altri ammortizzatori sociali non sono utilizzabili dalle banche) e di strumenti per gestire in maniera non traumatica la costante riduzione di personale che da oltre due decenni interessa il settore. Ma non è assolutamente immune, il bancario, dal rischio di licenziamenti individuali.

Forse nell’immaginario collettivo c’è ancora l’idea del bancario come assoluto privilegiato: posto sicuro, quattordici o quindici mensilità, carriere rapide, premi e chi più ne ha più ne metta. Nessuno si scandalizzi se affermiamo che da oltre vent’anni non è assolutamente più il bancario di una volta. Oggi un neoassunto in banca guadagna quanto un impiegato di qualsiasi altro settore, ha praticamente un solo automatismo di carriera assicurato, ha solo la tredicesima oltre alle mensilità ordinarie e un premio di produzione che, nella stragrande maggioranza delle banche, va sempre più arretrando, raramente superando i mille euro.

Mentre, al contrario, sempre più lauti sono gli stipendi dei banchieri e dei manager e ricchi i loro premi, decisi in autonomia dalla dirigenza delle banche. Premi e incentivi che in buona parte dipendono da risultati commerciali per raggiungere i quali, questi stessi manager generano una catena perversa di pressioni commerciali insopportabili e danno vita a politiche commerciali discutibili di cui sono vittime i bancari che quotidianamente, in presenza o sui cosiddetti canali remoti, si interfacciano con la clientela, subendone anche le contestazioni che, con una frequenza che recentemente si fa preoccupante, si trasformano anche in aggressioni e minacce.

Facciamo chiarezza, quindi, una volta per tutte: esistono banchieri e bancari. Troppo spesso si confondono i primi con i secondi, ma tra di loro vi è un abisso in termini di responsabilità, retribuzioni, potere decisionale e, da oggi, dobbiamo dire di umanità.

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