Ritorna la critica della economia politica


29 Nov , 2020|
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Emiliano Brancaccio, “Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione”.

Ci sono molte ragioni, specie per chi intende ancora oggi perseguire la via del pensiero critico, per trovare assai utile la lettura dell’ultimo libro dell’economista Emiliano Brancaccio. Il testo è costruito in modo tale da potere essere apprezzato anche da chi non possiede specifiche conoscenze di economia: non si tratta del solito “papers”, come sfotte la categoria Giulio Sapelli, infarcito di inglese e di tabelle micragnose. Siamo convinti che Brancaccio sia anche un ottimo analista economico ma fortunatamente qui non ce lo dimostra, preferendo concentrarsi sui principali nodi di politica economica che attanagliano il presente. Dopo la chiara introduzione del curatore, Giacomo Russo Spena, il lettore incontra tre parti: in primo luogo, una serie di interviste che datano dal 2007 al 2020; poi, i resoconti di confronti che Brancaccio ha intrattenuto in occasioni pubbliche con alcuni autorevoli economisti (spicca su tutti per valore quello con Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ma figurano anche dialoghi con Mario Monti e Romano Prodi); ed infine, un terzo momento è costituito da un recente saggio che costituisce una ideale chiusura teorica di tutto il lavoro.

Dovendo sintetizzare in una sola battuta l’intero libro verrebbe da dire: “finalmente ritorna la critica dell’economia politica”, intendendola proprio nel senso più genuinamente marxiano del termine. Si ha l’impressione, ascoltando e leggendo Brancaccio, di ritornare in quei luoghi dove tutto cominciò, di riascoltare quel gergo al contempo scientifico e politico che produsse la critica di classe al capitalismo; di riconnettersi cioè con la consapevolezza teorica che fu alla base di quel vasto mondo che si chiamava movimento operaio. Ricompare lo spirito di Marx della Introduzione del 1857, quella che disegna una epistemologia materialista di indagine della società e della storia, che prova a comprendere i meccanismi di formazione dell’ideologia dominante. Oggi di quel metodo materialista non c’è praticamente traccia nel dibattito pubblico, e meno che meno nella cultura politica ed economica della sinistra intesa nel senso più benevolo e largo possibile. Basta vedere il senso acritico con cui i “progressisti” nostrani sono diventati i fidati esecutori della austerità del vincolo esterno; o l’involuzione della sinistra cosiddetta radicale smarrita nella parcellizzazione morale della lotta politica globalista senza nulla comprendere dei processi economici (“è solo una moneta!”).

Chissà se la cosa ha a che fare con la tradizione storicista e idealista che ha dominato il marxismo italiano, potenzialmente esposta a esiti nichilistici: se muta il corso della storia deve mutare anche l’analisi, per poter comunque guidare i processi con il Partito che decifra il senso di marcia. Non è la sede per rispondere. La domanda non è però peregrina e non svia dal lavoro di Brancaccio perché egli, in più occasioni nel testo, rimarca la fedeltà ad una epistemologia materialista eretica come quella di Althusser. Se Marx ha scoperto il “continente Storia” ponendo al centro il modo di produzione capitalistico, la via è quella di individuare proprio quelle leggi “della riproduzione e della tendenza” (pp. 186 ss.) del capitale che contrassegnano la fase storica attuale. Questa è la vera premessa teorica che regge tutto il testo e che lo rende a tratti persino affascinante. Storia ed economia si tengono assieme nel senso di una rigorosa scientificità del discorso. Non c’è motivo, dice Brancaccio, di “ritenere che quella economica sia scienza ‘molle’ rispetto alla fisica e alle cosiddette scienze dure” (p. 187). Ma anche la storia richiede una sua comprensione scientifica e sul punto “l’approccio neoclassico è intrinsecamente muto” (p. 188).

Non bisogna però credere che il richiamo forte alla visione storica dei processi economici, al posto di quella ragionieristica su cui sta distesa per comodità ideologica e per difetto di cultura parte della scienza economica, sia l’esito della retorica emergenzialista da pandemia che avviluppa, in parte necessariamente e in parte maggiore esageratamente, il dibattito delle scienze sociali in questo frangente. Tra le parti del libro concepite prima che si manifestasse il virus e quelle più attuali non c’è una frattura netta, anzi, ancora la retorica di sui sopra del “nulla sarà più come prima” non trova fortunatamente spazio in un tessuto tematico dove la crisi ha una sua collocazione autonoma. Alla non troppo originale domanda sul “ritorno alla normalità”, Brancaccio replica che “Non si può parlare di una ‘normalità’ capitalistica. Sia nel senso convenzionale di tracollo, che in quello etimologico di ‘separazione’ e ‘cambiamento’, la crisi è connaturata al modo di riproduzione del capitale”. Per certi versi, il virus ha amplificato processi già ampiamente in atto, moltiplicando la recessione per proporre una vera “apoteosi della crisi capitalistica” (p. 78).

Questa insistenza sulla crisi capitalistica è solo il punto di vista di un economista eretico di una Università del meridione italico? Magari alla Bocconi si teorizza un bell’equilibrio neoclassico delle libere forze del mercato. Ecco, si può dire che la migliore scienza economica, anche mainstream, che non si copre gli occhi di fronte alla realtà, dimostra una consapevolezza maggiore delle difficoltà del presente. Assumono a questo proposito un valore paradigmatico le parole, più volte riprese nel testo (p. 134 e p. 186), di Olivier Blanchard, che già nel 2019 osservava che per scongiurare una futura “catastrofe” sociale occorre una vera e propria “rivoluzione” nella politica economica. Già ben prima della recessione economica da pandemia, quindi, l’ex economista capo del FMI ammetteva preoccupazione per le sorti del compromesso sociale; mentre a crisi da virus già palesata nelle stanze della BCE ancora ci si baloccava con “la prospettiva confortante di una ‘crisi a forma di V’, cioè con una rapida caduta e un altrettanto rapido recupero del ritmo ‘naturale’ di crescita”, secondo la “mistificazione tipica” dei modelli neoclassici su cui ancora oggi si basano le previsioni della BCE e di altre istituzioni (p. 78).

Crisi, catastrofe e rivoluzione stanno dunque assieme. Ma esistono davvero spazi per una reale inversione di rotta nella politica economica? Il punto di avvio deve essere la corretta individuazione della legge di riproduzione e di tendenza del capitale. Per Brancaccio il nesso tra riproduzione e tendenza consiste oggi nel “moto della centralizzazione capitalistica: un fenomeno pervasivo e forse più insidioso della ‘tendenza dei ricchi sempre più ricchi’, perché a differenza di questa può imporsi anche in base al controllo di un capitale di cui non si è formalmente proprietari” (p. 192). La tendenza del capitale a crescere rispetto al reddito e a centralizzarsi può avere esiti potenzialmente catastrofici. Gli effetti anche politici e istituzionali sono diversi. In primo luogo, ne scaturisce una lotta, interna al capitale, tra l’aggressività dei più grandi e le resistenze dei soggetti più piccoli: una dinamica, questa, che contrassegna il globalismo economico e politico, offrendo una dialettica tutta circoscritta a fazioni del capitale, dove i progressisti stanno coi grandi e le destre con i piccoli, vedendo escluda la classe lavoratrice. In secondo luogo, la centralizzazione del capitale e la sua prevalenza sul reddito determinano anche la concentrazione di potere politico. Ciò ha conseguenze sulla democrazia liberale e sul sistema stesso delle libertà: la “centralizzazione capitalistica erode la democrazia e la libertà” rischiando di smentire seccamente “la vecchia eppur tenace credenza kojeviana secondo cui il capitalismo rappresenterebbe il meraviglioso equilibrio finale di tutta la storia” (p. 194). Insomma, non è del tutto improbabile che il compromesso tra le due fazioni del capitalismo in lotta possa anche sfociare in un “neoliberismo autoritario” che proverebbe a tenere insieme istanze di chiusura sovranista e centralizzazione.

Se questo è il quadro, quale deve essere la nuova politica economica? E soprattutto, quale può essere il ruolo, anche politico, di chi promuove una analisi critica materialista del presente? Il ritorno a Keynes che ogni tanto riecheggia, sotto forma di politiche di bilancio espansive, espansione del welfare sotto forma di sussidi di base o forme di controllo dei capitali, è una novità importante che segna una oggettiva inversione di tendenza rispetto ai dogmi della austerità neoliberale così duri a morire specie nella opinione pubblica progressista (la vicenda nazionale del Mes basta e avanza). Tuttavia, Brancaccio avanza dei dubbi sul possibile uso reazionario e non rivoluzionario di Keynes, ove questi impiegato “nello scontro tutto interno alla classe capitalista” possa “muovere contro Marx” (p. 197). Nello scontro tra capitalisti grandi e meglio strutturati, aperti al mercato globale, e piccoli capitali che rincorrono mercati nazionali spesso con problemi di solvibilità, si può incuneare un keynesismo nazionalista, anche sostenuto da politiche xenofobe, che presti soccorso alla fazione più in difficoltà del capitale. Il punto, però, è che la dialettica politica non sembra offrire altro, mancando il punto di vista autonomo del conflitto di classe. Eppure, dice Brancaccio, la centralizzazione capitalistica produce polarizzazione sociale e uniformizzazione di classe, fenomeni potenzialmente in grado di stemperare le differenze tra i subalterni e ridefinire un nuovo universalismo di classe. Se dalla crisi del 2008 sono sortiti i populismi non è detto che qualcosa di inedito non possa sorgere dopo che il coronavirus avrà accentuato la questione di classe.

Se Keynes potrebbe non bastare a correggere le storture e le irrazionalità che il sistema capitalistico continuamente produce, e che la pandemia ha reso quanto mai evidenti ad esempio nei meccanismi di produzione e distribuzione dei presidi di prevenzione e nella partita della ricerca scientifica, la proposta che Brancaccio lancia è quella di indagare “la modernità della pianificazione collettiva”. Il piano è una leva forte per contrastare la centralizzazione del capitale e controllare la finanza, vero strumento di libertà individuale: “la libera espressione dell’individualità si manifesta, in altre parole, solo nella repressione della libertà finanziaria del capitale e nel comunismo pianificatore della tecnica”; anzi, “Piano è libertà, lo si chiami libercomunismo, in senso non liberale ma addirittura libertino” (p. 210-1). Dire che è una tesi eretica è forse persino poco.

Quello che davvero manca per far emergere anche nell’economia dei punti di vista veramente alternativi è però un forte soggetto politico. Brancaccio ne è consapevole come riconosce che il pungolo del socialismo (quello reale e non immaginario) fu la vera spinta che trasformò il capitalismo in un regime più aperto alle istanze democratiche e sociali. Oggi un simile ‘vincolo esterno’ del capitale non si vede proprio. Non sembrano avere le credenziali per esserlo i movimenti ambientalisti o quelli che pongono al centro la questione generazionale o le varie questioni fondate sulla differenza a sfondo etico: in questo modo non si comprende la centralità del modo di produzione sulle forme della vita sociale. Serve la formazione di una intelligenza collettiva matura, che sappia che fare con gli attrezzi della critica materialistica della economia politica: senza critica del capitale non c’è libertà. Questa è la strada indicata nel libro, che ne costituisce un primo importante tragitto.

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