Il mondo che viene dal covid (1) – fattori di continuità economica: da una crisi all’altra


1 Dic , 2020|
|Visioni

In piena seconda ondata di Covid-19 cosa possiamo capire di come sarà il nostro futuro? Lo scenario è molto mobile, alcune provvisorie conclusioni possono essere tirate. In questa serie di articoli l’autore cerca di gettare uno sguardo sulle dinamiche economiche che sono già fra noi per cercare di capire le sfide future. Con poche certezze, salvo una: allacciamo le cinture, sarà una fase movimentata.

La crisi sanitaria del COVID-19 ha portato nel corso del 2020 un generale sconvolgimento nel campo dell’economia mondiale, radicalizzando alcune tendenze preesistenti e creandone di nuove. Un’ analisi di questa dialettica fra scenario precedente e irruzione di dinamiche nuove è necessaria per capire in che direzione stiamo andando e la misura in cui le risposte date dalle istituzioni siano o meno adeguate alla magnitudo dei problemi in atto.

Le misure di confinamento e la generale sfiducia nelle prospettive immediate già a marzo-aprile configuravano un impatto profondissimo sul tessuto economico; ma la modalità precisa che tale interazione determina non può essere analizzata se non individuando quali tendenze dominanti vengono confermate e consolidate, se non amplificate, e dove, invece, c’è una decisa discontinuità.

Prendendo come punto di partenza alcune dinamiche dominanti, consideriamo rispettivamente:

  • il prolungato ristagno di crescita e commercio;
  • le risposte di protezionismo e deglobalizzazione ;
  • le politiche monetarie espansive delle banche centrali ;
  • l’interventismo degli Stati per salvare banche, aziende e austerità per la spesa sociale.
  • la crisi di legittimità e consenso del progetto di integrazione europea, con una decisa torsione delle strutture istituzionali.

Come vedremo per i primi tre punti sopra elencati notiamo una continuità molto forte, anzi un rafforzamento significativo. Gli ultimi due, invece, evidenziano un rovesciamento drammatico da un lato e un cambio significativo di strategia dall’altro.

Lo scenario che si è configurato negli ultimi dieci anni presenta delle caratteristiche peculiari rispetto alla fase precedente. Vediamone alcuni tratti essenziali, per poi riflettere a quanto presentino una continuità nel 2020.

1. (DE)CRESCITA ECONOMICA

A seguito della crisi del 2007-2008, cui è seguita la crisi dei debiti sovrani nel 2009-2010 in Ue, una ripresa reale e consistente non c’è stata, rimanendo in generale la crescita del PIL a livelli abbastanza bassi e non recuperando quelli precedenti.

A titolo puramente indicativo osserviamo la figura seguente, tratta da database della Banca Mondiale. In essa vengono riportati i valori di crescita % del PIL 2002-2019 per Cina, Sud Asia, mondo, eurozona e Italia. Si vede come in generale dopo la risalita post 2009 l’andamento non sia particolarmente vivace, con la stessa Cina  che, pur collocata su valori più alti, assume una dinamica calante. Si noterà altresì che, mentre le potenze asiatiche crescano più della media mondiale, l’eurozona ed Italia stiano sotto.

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Prima del sorgere della crisi sanitaria le avvisaglie di fine 2019 non solo non promettevano livelli più promettenti, ma al contrario denotavano la prospettiva di una probabile depressione nel 2020; le analisi delle istituzioni internazionali indicavano un deciso rallentamento, possibile prodromo di una recessione nel corso del 2020. Il FMI, nell’Outlook di ottobre 2019, faceva previsioni piuttosco fosche, prevedendo un ulteriore abbassamento della crescita.

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Previsioni condivise anche dal World Economic Situation and Prospects dell’ONU di gennaio 2020, che abbassava drammaticamente le sue previsioni precedenti (la linea tratteggiata in viola, WESP 2019, indica le previsioni di fine 2018 per il 2019; la linea continua in fucsia WESP 2020 è la realtà, la linea tratteggiata del medesimo colore sono previsioni di ora per il 2020-2021).

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Anche il volume del commercio internazionale mostrava una dinamica di significativo indebolimento, come mostrano le stime di fine 2020 dell’autorevole CPB Trade Monitor.

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2. DEGLOBALIZZAZIONE

A fronte di tale contesto le maggiori potenze hanno reagito secondo una globale tendenza a frenare o a recedere rispetto ad un’interdipendenza che viene designata come globalizzazione, concentrandosi su aree regionali più vicine alla loro influenza e ponendo un maggior numero di limitazioni per acquisizione estere di settori strategici o economicamente significativi.

Tale dinamica, viene erroneamente attribuita al colore politico di esecutivi, quali l’amministrazione Trump, ma invece era già forte negli gli otto anni di Obama, ed è trasversale.

Per quanto riguarda le barriere in merito al commercio internazionale, la Commissione europea annota annualmente con somma costernazione ciò che mostra nella figura sottostante la statistica consuntiva  del CEPR, ovvero, la netta prevalenza delle misure protezioniste (quantificate nella colonna a destra) espresse dalla linea rossa (definite “harmful”, cioè nocive) su quelle liberiste (grafico verde in basso).

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Se si prendono in considerazione le famose catene globali del valore (global value chains) è significativa la loro stagnazione. Si tratta di uno dei tratti che viene considerato più tipico della globalizzazione contemporanea, che la differenzia da analoghe epoche di accresciuta interdipendenza, come la seconda metà del XIX secolo: la disseminazione della produzione delle componenti e fasi di lavorazione in aree geografiche differenti, presso diversi fornitori, per la stessa merce. Come ammette a denti stretti la stessa Banca Mondiale nel recente rapporto World Development Report 2020, dopo l’esplosione degli anni Novanta si è avuto un declino dal 2008 in poi. Questa figura indica quanta parte (%) del commercio internazionale afferisca alle filiere globali. Dal 1970 la crescita in punti % è rigogliosa, accelera negli anni Novanta, poi assume un trend in calo.

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A livello di flussi finanziari, il settore che era stato per decenni all’avanguardia dei vari processi di globalizzazione, viene mostrato nel rapporto McKinsey del 2017, come il picco del 2007 resti ineguagliato, segnando la fine della sua crescita e marcando un evidente riflusso. La stessa fonte argomenta che la finanziarizzazione c’è ancora, ma si articola a livello più regionale, cioè i flussi tendono a dirigersi verso paesi più vicini alla rispettiva sfera di egemonia.

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Per quanto riguarda le normative di tutela delle prerogative statali in materie di rilevanza strategica, il Rapporto al Parlamento italiano dei servizi di intelligence del 2018 indica sinteticamente (p.63) gli ultimi provvedimenti presi da vari paesi:

  • la Francia con decreto del 29 novembre 2018 ha esteso le fattispecie di settori vitali per l’interesse del paese ed, in quanto tali, li ha sottratti alla libertà di mercato. Questi sono: cybersecurity, intelligenza artificiale, robotica, fabbricazione additiva (stampa 3D) e semiconduttori;
  • a dicembre 2019 il governo tedesco ha abbassato dal 25 al 10% la soglia nelle acquisizioni da parte di soggetti extraeuropei permettendo così l’intervento dello Stato in difesa, sicurezza e mezzi di informazione. Una modifica estensiva di tali poteri si era già avuta nel 2017;
  • a giugno 2018 il Regno Unito ha abbassato la soglia di fatturato che giustifica un intervento governativo in caso di acquisizioni nell’ambito di difesa e alta tecnologia;
  • gli USA hanno rafforzato ad agosto 2018 la disciplina di vigilanza sugli investimenti esteri in materia di tecnologie, infrastrutture e persino immobiliari in prossimità di porti, aeroporti e installazioni militari o governative.

Si tratta di esempi che definiscono una tendenza mondiale.

3. POLITICHE MONETARIE ESPANSIVE

La vertiginosa crescita dei bilanci delle banche centrali post 2008 è una dinamica di portata storica. Nel 2015 il governatore della Banca di Francia già notava che dal 2007 il valore dei loro asset si era pressoché triplicato.

La figura successiva, la più recente essendo del giugno 2020,  tratta dall’aggiornamento del Global Finance Stability del Fondo monetario internazionale indica quali vertici abbia raggiunto la mole delle loro attività e come essa sia in crescita per tutto il decennio. Il picco sull’estrema destra del grafico indica una ulteriore impennata: quella dei programmi di espansione monetaria in conseguenza della crisi Covid-19.

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Il grafico seguente mostra egualmente la stessa crescita partendo da un indice di 100 come rappresentativo dello status quo nel 2006 per attività delle banche centrali, valuta circolante e PIL; si vede come vi sia una significativa divergenza, tutta a vantaggio degli asset delle BC.

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Fonte: FT si dati BIS.

4. TRE TENDENZA DI CONTINUITÀ

Le tre tendenze sinteticamente delineate – la scarsa crescita, le risposte di deglobalizzazione e l’espansione monetaria – vedono un deciso consolidamento nel 2020 a seguito della crisi Covid-19. Cerchiamo di valutarne le dimensioni.

Il quadro poco confortante sulle prospettive di crescita mondiale sopra richiamate nelle previsioni di inizio 2020 sono state amplificate in misura inedita visto tanto il clima di incertezza generale (che notoriamente deprime previsioni di spesa e investimenti), quanto per le misure di confinamento che hanno determinato una caduta tanto della domanda quanto dell’offerta.

Più specificamente se il primo trimestre (gennaio-marzo) è stato coinvolto nell’arresto delle attività economiche del terzo mese, il secondo trimestre è stato colpito in pieno, restituendo dati sul crollo del PIL della misura di -14,7% per l’eurozona e -13,9% per la UE rispetto all’anno precedente.

A livello globale l’area OECD (37 membri a reddito medio-alto) nel suo report vede una caduta media del -9,8% per lo stesso periodo. La seguente figura indica la caduta del PIL di alcuni paesi.

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Il terzo quadrimestre (lug.-sett.), in cui le misure di confinamento sono state allentate ha fatto sperare in una ripresa (eurozona +12,6%, Ue +11,6%). Va osservato, però, che tale risalita era assolutamente insufficiente a compensare la caduta precedente; in ogni caso la seconda ondata, portando a nuove misure di confinamento, non potrà confermare le prospettive di ripresa, anche perché getta sulle aspettative la minaccia di una terza ondata e la relativa chiusura ad anno nuovo. Infatti le nuove previsioni del FMI nell’Outlook di ottobre 2020 sono le seguenti.

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La seconda dinamica individuata, la tendenza alla deglobalizzazione, viene senz’altro confermata nel 2020 con un ritmo crescente di atti protezionistici: nella annuale rassegna del CEPR vengono censite nei primi dieci mesi (fino al 31 ottobre) ben 2031 misure impattanti il commercio internazionale (un numero superiore del 74% rispetto al 2019 e maggiore del 147% rispetto alla media del triennio precedente) di cui quasi ¾ di stampo protezionistico: più misure e più tendenti alla deglobalizzazione.

Sempre in relazione a tale area si devono citare diversi elementi che suggeriscono un cambiamento nella politiche degli investimenti diretti esteri. La crisi attuale ha danneggiato le catene globali del valore (già, come abbiamo visto, in fase di ristagno), incrementando un trend di ri-localizzazione delle attività produttive. La potente Bank of America (ottava banca al mondo per valore di asset) già a febbraio 2020 scriveva in un rapporto che l’80% di grandi aziende afferenti a 12 settori globali avevano programmi di ricollocare la produzione – o almeno parte di essa – in patria, più vicino ai consumatori o in stati nella medesima sfera di influenza di essa. Un successivo rapporto datato luglio 2020 indicava come in 10 di tali settori i problemi sulle forniture dei semilavorati dovuti alla crisi Covid era un fattore di ampliamento e accelerazione del “riportare la produzione a casa”, comportando costi molti rilevanti, ma affrontabili. Anche in questo caso la discussione sul “colore politico” di tali intenti (in specie le politiche promosse dall’amministrazione Trump negli USA) non pare particolarmente acuta, se confrontata con gli obiettivi d’impresa condivisi dalla comunità del management globale – difficilmente associabili ad una base ideologico-politica.

Infine, anche le politiche di espansione monetaria hanno visto, come già accennato, nuovi vertici: se hanno suscitato attenzione mediati gli annunci della FED di un’ iniezione di liquidità di 1500 mld $ (13 marzo) e della BCE di inaugurazione di un nuovo programma di acquisto con dotazione di 750 mld € (18-19 marzo), un articolo della BIS di giugno 2020 ha previsto sulla base dei vari programmi delle maggiori banche centrali dei paesi avanzati che i loro bilanci cresceranno entro l’anno stesso del 15-23% e resteranno ampi per il prossimo futuro.

5. UNA PRIMA CONCLUSIONE

Da una prima sommaria rilevazione si evince che la crisi Covid-19 è atterrata su un campo orientato su certe dinamiche di fondo, e ne ha amplificato alcune in maniera molto forte.

Queste conclusioni portano innanzitutto ad affermare che le dinamiche descritte – in parte stranote, in parte sconosciute al grande pubblico – non trovano la loro causa in una singolarità catastrofica, ma si radicano in caratteristiche strutturali del sistema economico attuale, quale si è configurato e strutturato nella decade post 2008, con tutti i fenomeni correlati che l’analisi meno allineata ci ha illustrato in questi anni: austerità e scarsa domanda, ripresa delle peggiori dinamiche di finanziarizzazione, crescita dei debiti pubblici e tutela dei settori privilegiati con peggioramento delle condizioni dei lavoratori.

Rimane da analizzare il campo in cui si fa più acuta la discontinuità con l’assetto precedente, il cui contrasto con le tendenze esaminate è al cuore della inadeguatezza delle risposte istituzionali alla crisi, specie nella UE.

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