Ricordo di un uomo dalla missione impossibile


2 Dic , 2020|
| Voci

Se ne è andato qualche giorno fa in punta di piedi un uomo straordinario, che sta facendo sprecare vuoti obituarii all’establishment globale. Jim Wolfensohn è stato Presidente della Banca Mondiale per due mandati, uno dei quali è coinciso con il mio all’ONU.

Banchiere, musicista, filantropo, internazionalista ai vertici del poliziotto buono uscito da Bretton Woods (quello cattivo è il Fondo monetario), Jim è stato l’unico amico sincero che ho avuto nel sistema multilaterale. “Sei un Lorenzo de’ Medici puritano, perché usi i soldi degli altri e non ti puoi permettere eccessi. Ma si vede che ti dispiace” era la mia battuta preferita, e da lui molto gradita.

Ma il vero cruccio di Wolfensohn non era la mancanza di trasgressioni personali, bensì la difficoltà a praticarne una, non individuale ma di suprema importanza: dirigere davvero la Banca Mondiale, costringendola a rispettare la sua missione originaria di alfiere della crescita dei paesi poveri.

Jim è stato l’esempio perfetto del direttore di un’orchestra che non si fa dirigere, perché suona un diverso spartito. Uno spartito che sopravanza il direttore del momento, al quale non resta altro che stare al gioco fingendo di condurre i musicisti, o andarsene.

Wolfensohn è passato alla storia come il Presidente che ha imposto alla Banca di combattere la povertà e la corruzione, cambiando radicalmente rotta rispetto ai 50 anni precedenti. E la facciata esterna della Banca Mondiale di oggi sembra testimoniare il successo di un’impresa colossale.

Ma le cose non stanno così. La corruzione di più alto profilo – quella dei potenti dell’uno per cento, che non si chiama neppure corruzione – regna indisturbata, e la riduzione della povertà si è verificata in prevalenza dove la Banca non è intervenuta. Cioè nei luoghi del pianeta come la Cina che hanno schivato le polpette avvelenate dei funzionari della Banca e dei loro compari del Fondo monetario. Gente accecata dal fanatismo neoliberista, che tutto ha fatto (e fa) tranne che prendersi cura dello sviluppo sostenibile.

Jim Wolfensohn sapeva di correre in salita, e la nostra amicizia era anche solidarietà tra chi ha ingaggiato una lotta impari e sa di non poter tornare indietro. Me la sono cavata meglio di lui. Uno dei due progetti che mi stavano più a cuore – la Convenzione antimafia universale di Palermo, il sogno di Giovanni Falcone – è andato in porto mentre ero all’ONU. Un risultato che mi è costato caro, perché per conseguirlo ho dovuto ammazzare una parte dell’orchestra, ed i sopravvissuti me l’hanno fatta pagare. Ma ce l’ho fatta.

Ma Jim era più solo di me. E la sua orchestra era un estensione diretta dei padroni dell’universo. La sua lotta contro la disuguaglianza e l’illegalità, perciò, è stata sabotata senza tregua e fin dall’inizio. L’alta burocrazia, lo stato profondo della Banca, non ha mai dato credito neppure per un minuto alle parole del suo capo. E non ha mosso un dito per attuarle. Consapevole, tra l’atro, di avere le spalle coperte dalle amministrazioni USA post-Clinton.

È vero che Jim è andato via da Washington con l’onore delle armi, avvolto dal mito di uomo del Rinascimento. Ma il primo a sapere che quella popolarità era un contentino privo di sostanza – “la squisita merda della gloria” evocata da García Márquez – era lui stesso.

Ho visto Jim l’ultima volta tre anni fa. Era un uomo disilluso e triste. Ricordo bene la smorfia amara e la scossa ai capelli d’argento con cui ha accolto la mia battuta che, essendo un banchiere, non poteva, come potevo fare io, prendersela con il capitalismo neoliberal per giustificare frustrazioni e sconfitte che non finiscono mai di bruciare dentro.

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