La rivolta della cultura


10 Dic , 2020|
|Sassi nello stagno

Abbiamo dunque capito cos’è la cultura per il Ministro che dovrebbe occuparsene in Italia: una piattaforma digitale, stile netflix, da foraggiare copiosamente, per uccidere definitivamente l’arte nella sua verità. Ovvero per creare spettacoli virtuali, dominati inevitabilmente da un’estetica para-televisiva, che non vivono più di realtà incarnata, del brivido, del fiato sospeso, anche dell’errore e del fiasco, del rapporto diretto con il pubblico in luoghi reali. Metallici e asettici surrogati, da fruire passivamente sul divano di casa. Una pseudo-realtà parallela, patinata, vagamente pop, o manieristicamente tanto truculenta quanto falsa e compiaciuta, da veicolare ad ogni costo e con cospicui mezzi, mentre i teatri e i cinema restano vuoti, e il pubblico rigorosamente a casa. Non si tratta infatti di diffondere maggiormente, con i mezzi tecnologici, uno spettacolo che si realizza nella sua forma propria, a teatro, con i corpi degli artisti e del pubblico, o di vedere al cinema, cioè nel suo luogo naturale, i film (e magari anche opere e altri eventi, come peraltro già accadeva). Né di ovviare in via eccezionale, e irripetibile, agli effetti nefasti della pandemia (ma anche dell’unica, brutale risposta che si è stati in grado di concepire in quasi un anno: chiudere tutti i luoghi della cultura, anche se per nulla responsabili dei contagi).  No, qui s’intravede qualcos’altro: il kairos, l’opportunità di far fuori definitivamente quanto non interessa – l’arte e il pensiero critico -, sostituendoli con “prodotti” di altro genere. Sarebbe bastata anche solo una parte dell’enorme finanziamento per la piattaforma della non-vita artistica per rilanciare i teatri, la formazione musicale di massa, per ricreare quegli spazi culturali pubblici da troppo tempo  compressi (ciò che spiega perché tanti bravi artisti  fatichino in Italia a trovare spazio per sviluppare i loro progetti e far conoscere il loro talento, e il pubblico si sia abituato alla celebrazione  del nulla dei reality show). Invece quelle risorse non sono state mobilitate per progettare fin d’ora la ripartenza, non appena questo orrore sociale finirà, nonostante questa sia la vera, decisiva urgenza, perché senza un piano straordinario di investimento e rilancio, molti cinema, teatri, sale da concerto rischiano di rimanere chiusi per sempre, aggravando pesantemente una situazione che già non era per nulla allegra. Se un piano del genere fosse messo al centro di un dibattito largo, aperto, che coinvolga tutti gli operatori della cultura, invece di creare nuove società pubblico-private che sono veicolo di potere personale, il coronavirus potrebbe anche essere un’occasione di rinascita. Invece no. Il Ministro ha deciso che la cultura ora debba tacere a prescindere (per quanto? mesi? anni?), e che la compensazione di questo azzeramento di civiltà sia la virtualità alla netflix. Non comprendendo, evidentemente, o forse ritendendo irrilevante, che tutto ciò produce effetti nefasti sulla nozione stessa di arte, di spettacolo, e sulla sensibilità e l’educazione del pubblico. Il tutto mentre la RAI, una volta istituzione di alta pedagogia popolare, viene gestita al solito modo, senza alcun progetto culturale serio, inseguendo banalità e trash. Mentre dovrebbe essere uno dei veicoli privilegiati della promozione e diffusione di tale rilancio culturale di massa (peraltro: perché una nuova piattaforma, quando si potrebbe utilizzare il servizio pubblico, con Raiplay e non solo?).  

Il 7 dicembre abbiamo assistito alla non-prima della Scala. Al netto dei cantanti, del Maestro Chailly, dell’orchestra e del coro della Scala – artisti d’indubbia qualità,  che hanno cercato di fare del loro meglio -, abbiamo visto, purtroppo, una sorta di spettacolo confezionato per la tv (qualcuno ha evocato Sanremo, ma almeno lì il pubblico dell’Ariston c’è),  complessivamente avvilente (fatta salva la musica). Una serie di clip di meravigliose arie d’opera interpretate da bravi cantanti, tutti però danneggiati dall’incongruità del contorno, tenute assieme da un preciso fil rouge, dovuto evidentemente alla “confezione” predisposta dal regista Davide Livermore: una post-produzione di uno spettacolo registrato,  senza la verità di quanto accade in diretta  sul palcoscenico, con in più l’aggravante di una narrazione che legava i vari pezzi patinata, molto politicamente corretta, ispirata da una costante, insopportabile  melassa retorica. Un mix di buonismo e finta trasgressione: i machi che disturbavano la pur brava Marianne Crebassa nell’Habanera da Carmen  gridano vendetta; così come la serie di citazioni letterarie tutte giocate pomposamente, che finivano per costituire una cornice edificante ma falsa, meramente giustapposta alla musica e in grado di svilire i testi stessi, oltre che danneggiare il racconto musicale, il cui valore si sarebbe dovuto cercare nella musica stessa proposta, nella sua travolgente forza, che non aveva certo bisogno di succedanei. Infatti, nel frattempo, la verità della musica e dell’arte svaniva, oscurata dalla cornice scadente, scontata. Come se Verdi o Massenet avessero bisogno  di un “contorno”, perché l’urto della musica,  la verità drammatica, le passioni intense che quelle straordinarie storie musicali contengono, non bastassero. Evidentemente, si ritiene che non arrivino più, che ci sia bisogno d’altro. Certi registi e sovrintendenti, palesemente, non credono nella forza del contenuto artistico che dovrebbero contribuire a veicolare. Un fenomeno annunciato da tempo da un certo teatro di regia (caricatura dell’innovazione),  che  pensa di poter trattare il pubblico come se fosse composto da deficienti, la cui attenzione può essere  attirata solo  da qualche trovata d’accatto (un esempio lampante, al tempo del coronavirus, lo si è avuto con il Rigoletto estivo da Caracalla, anche questo spettacolo allestito essenzialmente per un rito “retorico-televisivo”,  in questo caso affidato alla “cure” di Damiano Michieletto). Ma ora siamo a un passaggio ulteriore, e catastrofico: si rinuncia, quasi beandosi, anche alla forza del teatro in sé, come spazio fisico che sollecita una reazione del pubblico presente, e alla stessa diretta, per imbastire qualcosa che non si sa più cosa sia cosa: più “ballando sotto le stelle”, che uscire “a rivedere le stelle”. Il Maestro Chailly ha dichiarato alla Barcaccia che ritiene quello che è accaduto alla Scala un unicum, e che auspica sia irripetibile. Siamo d’accordo. Certo, è stato  un tentativo di offrire comunque qualcosa – delle emozioni, si dice –  in un tempo triste e deprimente, senza vita sociale né culturale. Ribadiamo: gli artisti ci hanno provato, e vanno rispettati,  ma  tutto il resto era contro di loro. La questione vera è: si è trattato di un brutto episodio da dimenticare, di un’occasione persa, o annuncia ciò che ci attende per il  futuro? Soprattutto, cosa hanno in mente coloro che, nelle istituzioni, dovrebbero provvedere ad evitare tale rischio, e anzi a fare in modo che si possa uscire al più presto da questa situazione, sventando il pericolo che essa si incancrenisca e generi stabilmente una “nuova normalità” degradata, fatta di insulsi surrogati?   Bisogna capire che ciò che accade in un teatro, in una sala cinematografica , in una sala di concerto, in un piccolo locale dove si fa musica dal vivo, in un centro culturale o in un’aula universitaria o è reale o non è. Non sono possibili, non sono accettabili  surrogati, che appiattiscono, omologano, rendendoci passivi e allontanandoci gli uni dagli altri. La tecnologia può essere uno strumento in più di diffusione e partecipazione, non un sostituto. Perché altererebbe la natura della cosa. In ogni caso non può prendere il posto di quanto è stato edificato in millenni. 

Per questo occorre che la rivolta cresca, e si metta in rete. Occorre che gli operatori di tutte le attività culturali, gli artisti, gli studiosi tornino a rivendicare e difendere ciò che davvero pertiene loro, ciò che veramente significa fare arte, formare, costruire un sapere. Dobbiamo riprenderci i nostri spazi: è una battaglia che riguarda tutti, perché quella dei luoghi della cultura è una grande questione-simbolo, una grande metafora di un problema generale:   in gioco ci sono gli spazi stessi della democrazia.  Perciò è urgente una grande alleanza di tutte le forze della cultura, che parli all’intera cittadinanza. Dal mondo dell’arte e dello spettacolo, dall’università e dalla scuola deve venire un messaggio chiaro e netto, che non abbia paura di mettersi di traverso: quella che è accaduto in questo 2020 è inaccettabile, e ciò che si intravede per il dopo non rassicura, anzi inquieta. La “nuova normalità” può essere solo una: tornare alla vita vera, contrastando gli effetti nefasti di un’aggressione alla cultura (e all’economia reale) che ha avuto nel neoliberismo, e nei suoi scherani o utili idioti, i principali artefici. Siamo infatti di fronte all’accelerazione di un processo in atto da tempo, fatto di svalutazione del lavoro e dell’arte (di pari passo), di aggressione al significato pubblico, costituzionale della scuola e dell’università, di mercificazione e plastificazione della cultura popolare, che ha finito per  dequalificare l’ethos collettivo. Le prime responsabili di tutto ciò sono le classi dirigenti subalterne al neoliberalismo, che hanno perseguito la spoliticizzazione della cittadinanza e la riduzione del pensiero critico a gioco vacuo e cazzeggio da social. La religione del mercato ha di per sé ridotto gli spazi per l’arte, la cultura e il sapere indipendenti, omologando e banalizzando. Ma le élites politiche e i media non solo non hanno fatto nulla per evitarlo, ma hanno assecondato tale processo. E quando hanno creduto di recuperare credibilità veicolando cospicue dosi di moralismo, da un lato, e retorica efficientistica, dall’altro, non hanno fatto altro che  svilire ulteriormente il vero lavoro culturale e lo spirito critico. Il “nuovo umanesimo” post-pandemia, tanto invocato a parole, o sarà tagliente come una lama, feroce contro la standardizzazione della mediocrità, o sarà una presa in giro. Dubito che possano farsene banditori responsabili e complici della decadenza degli ultimi decenni. Non a caso, costoro sono pronti  a favorire un nuovo giro di giostra della modernizzazione deviante, anche nell’ambito dell’organizzazione della cultura. 

Di: