La questione sindacale


14 Dic , 2020|
|Visioni

La crisi trentennale della rappresentanza sindacale costituisce uno dei problemi cruciali quando si tenta di sviluppare una strategia nuova per il movimento operaio italiano. Le difficoltà non riguardano certo i sindacati confederali (CGIL-CISL-UIL), ormai assurti al rango di istituzioni di sistema con una propria autonomia- naturalmente unilaterale: libertà dal basso, obbedienza all’alto – e strutture finanziarie – i CAF, i fondi pensione, le trattenute salariali- in grado di garantire risorse utili al conseguimento di determinati fini, che possiamo in questa sede sinteticamente rintracciare in due punti. Il primo è quello dell’autoconservazione, in una stasi paludosa che tende soltanto al mantenimento e alla riproduzione dei rapporti di forza dentro la galassia dei lavoratori. Il secondo, più importante, riguarda invece la funzione di «sbirro buono» che dal 1978 la trimurti svolge in nome e per conto del padronato nazionale. Cosa fa il poliziotto buono? Fa credere al prigioniero di pensare al suo bene, di non essere un servo ma un uomo come lui, libero, capace di evitare alla vittima in cattività guai ancora peggiori. Occorre soltanto credere alla sua buona fede, e ritenere coerente il discorso svolto rispetto ai risultati – in genere salvare la vita – che si vogliono perseguire. Metafora calzante al millimetro: basta con la rabbia proletaria, la violenza operaia e le lotte durissime degli anni Settanta! Basta con la difesa di meccanismi arcaici come la scala mobile e gli aumenti salariali, siamo nei rampanti anni OTtanta! Finiamola con lo scontro frontale col padronato, parliamo attorno a un tavolo: la concertazione è la soluzione degli anni Novanta!

E così, di rinuncia in rinuncia, di tradimento in tradimento, i lavoratori italiani hanno subito un furto che assume i connotati di un vero esproprio di classe. Crollo del potere d’acquisto, scadimento vergognoso delle condizioni di lavoro, infame aumento dell’età pensionabile, e via discorrendo nelle forche caudine del declino nazionale. Loro, gli sbirri buoni, erano sempre lì: «salviamo l’occupazione», «difendiamo il salario», «la trattativa ha prodotto degli impegni», «accordo per gli investimenti» eccetera eccetera.

Del resto, tra la minaccia bestiale del padrone alla delocalizzazione e al taglio dell’occupazione e le becere paroline badogliane dei sindacalisti confederali, cosa dovevano fare i lavoratori, ridotti ormai a cavie di una nuova ingegneria delle relazioni industriali? Una volta accettata, nel 1978, la retorica dei sacrifici e l’ingresso dell’Italia dentro il sistema liberale europeo, non si poteva ottenere altro che questo: la distruzione del movimento operaio, con le conseguenze devastanti che ne conseguono in tutti i settori, dalla produzione ai servizi.

Il sindacalismo e il riformismo

Un sindacato, inteso come organo dei lavoratori per i lavoratori, non può non essere un’istituzione di classe operante in senso dialettico: negazione dell’esistente, sintesi per una nuova forma di rapporti sociali. La questione del riformismo rientra sulla scena: un sindacato che si ponga sull’esclusivo terreno dei problemi contingenti – salario, certo, ma anche orario, luoghi e condizioni di lavoro, investimenti – presto o tardi si troverà nell’impossibilità di conquistare una posizione di forza, poiché nel sistema capitalistico ogni concessione del padrone significa un profitto dieci volte maggiore da strappare sulla pelle viva degli operai: la torta dell’utile o va alla quota salari, o alla quota profitti. E ancora, nelle difficoltà cicliche e nei frangenti- come l’attuale- di decisa ristrutturazione produttiva, chi decide? Esiste proporzionalità e equivalenza tra padronato e rappresentanza operaia? No. Per cui stare sul terreno del riformismo, che praticamente oggi si riassume in una mera difesa- patetica perché  perdente- del minimo rimasto in fatto di salario e diritti, significa di per sé firmare la fine: se lotti per quello che è rimasto, appare evidente che non sei mai riuscito a difendere in passato nulla. Quanto detto non significa certo il ritorno al massimalismo parolaio e a slanci utopistici che sono ben al di là della realtà attuale: si vuole solo sottolineare come sia assurdo per una forza autenticamente operaia accettare e condividere il terreno del padrone. E non per un mero orgoglio ideologico, beninteso, ma per la ovvia constatazione che la logica datoriale non potrà mai essere orientata ai bisogni dei lavoratori. In questo senso, un nuovo sindacalismo non può omettere la costruzione, certo faticosa, di un’alternativa che sia totale all’egemonia borghese: sul campo immediato dei rapporti di potere e dei diritti sul luogo di lavoro e, al contempo, nella direzione strategica di una visione antitetica a quella oggi dominante.

Per fare un esempio relativo al campo bancario, in cui è ancora alta la rappresentanza sindacale, non si può continuare a operare in difesa dei lavoratori senza mettere in discussione tutto il sistema della proprietà e della gestione della banca-impresa così com’è stata elaborata dopo le riforme distruttive di inizio anni Novanta. Un confronto tra l’aumento spropositato di valore per gli azionisti – i colleghi in Unicredit potranno ben intendere questo discorso – e le aberranti condizioni di lavoro e di salario (ricordiamo en passant che non esiste più nemmeno un sistema di premio aziendale commisurato all’andamento dell’utile annuale, mentre i benefit dei lacché manager seguono a colpi di milioni “il valore creato” sulla pelle di clienti e dipendenti) mostra, con la brutalità dei dati, che le battaglie contingenti sono tutte destinate alla sconfitta se non si discute, in ogni contesto aziendale, della struttura proprietaria e del potere direzionale dei lavoratori.

Potere operaio e collaborazionismo di classe

La battaglia culturale appare come il primo elemento per una nuova stagione di lotta, in coincidenza con una crisi sistemica che- senza reazione operaia- potrà solo acuire la mostruosa ingiustizia di classe. Per realizzare le condizioni minime per un lavoro culturale di livello, servono perciò compagni che accettino, dentro la logica del sindacalismo autonomo, non la difesa minima dell’esistente, ma la consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale della realtà in cui operano. Per questo, il mondo del sindacato confederale risulta un ostacolo da abbattere senza pietà, poiché ci sembra utopistico un qualsiasi cambiamento interno. L’esempio da prendere, citando ancora una volta la realtà del mondo del credito, è quello del sindacalismo autonomo, scisso da interessi partitici di infima lega, a cui occorre però un collegamento inter-settoriale in grado di evitare ogni chiusura corporativa. Porre a sistema la rappresentanza di base ci pare l’unico elemento oggi a disposizione del movimento operaio per una sua rinascita su fondamenta nuove: il collaborazionismo di classe va spazzato via, creando le condizioni tra lavoratori per una nuova unità che abbia come scopo il potere operaio. Va infatti compreso che in regime capitalistico il salario è solo il prezzo pagato dal capitale per disporre a piacimento della forza-lavoro: gli aumenti miserabili sono solo un obolo pagato dal padronato per quietare i suoi schiavi e giustificare l’esistenza dei traditori confederali. Ancora una volta occorre tornare al Marx de Salario, prezzi e profitto, secondo cui la lotta per i salari non può essere ridotta a momento unico ed esclusivo del conflitto di classe.

Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società . Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”.

Ciò che occorre è dunque il controllo dei lavoratori sulla gestione e la direzione del proprio lavoro, e per farlo occorre indirizzare la battaglia sulla socializzazione dei grandi complessi industriali e di servizi- banche in primis- in accordo con la lettera originaria della Costituzione. L’art. 43 sancisce infatti la possibilità per legge dell’esproprio di quelle imprese aventi “carattere di preminente interesse generale”, mentre il successivo art. 46, mai attuato, ricorda che “la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”, nel quadro complessivo di un’economia orientata dallo Stato verso la realizzazione di quell’eguaglianza sostanziale unica garanzia di libertà e democrazia in una società moderna.

Qui subentra il problema principale del collaborazionismo di classe, poiché i confederali non ptoranno mai appoggiare una battaglia che, in nome della Costituzione, si ponga in pieno conflitto con i rapporti di forza capitalistici sublimati dalle infami regole europee e dall’assetto deflazionistico dell’euro. Un sindacato degno di questo nome, perciò, dovrebbe mostrare ai lavoratori le conseguenze dell’europeismo borghese, falsa coscienza dietro cui si celano i peggiori disegni – in gran parte già attuati – della reazione capitalistica, e lottare per la creazione di una coscienza di classe in grado di riconquistare la sovranità nazionale, unico strumento esistente per l’esercizio della sovranità popolare. Un’alternativa politica generale che richiama quanto detto prima attorno al problema dell’alternativa sindacale in fatto di egemonia e progetto culturale. La ferrea logica del marxismo demolisce ogni verbalismo liberale.

Conclusioni

Negando ogni slancio massimalistico, un approccio serio ai problemi reali della rappresentanza sindacale deve perciò riguardare

  1. Il rapporto eversivo e antidemocratico dell’Unione europea e dell’assetto monetario imposto dall’euro;
  2. Il problema dei rapporti di forza tra capitale e lavoro in Italia come problema di applicazione del dettato costituzionale;
  3. La questione della proprietà e della gestione delle grandi imprese;
  4. La creazione di una forza sindacale autonoma, di classe, libera da vincoli partitici e ideologicamente raccolta attorno alla difesa e attuazione della Costituzione repubblicana;

Su queste basi è possibile avviare la costruzione all’interno delle realtà lavorative di nuclei nuovi, in grado di agganciare alle battaglie contingenti l’esigenza fondamentale di rivendicare, attraverso l’alternativa costituzionale, la riconquista della propria dignità di uomini liberi e padroni del proprio destino, non dimenticando mai che la battaglia sul luogo di lavoro dev’essere solo una parte della più ampia lotta per il superamento del regime liberale fondato sullo sfruttamento e sull’ingiustizia sociale.

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