Democrazia economica e socialismo


16 Dic , 2020|
| Egemonia e strategia socialista

In vasta parte della sinistra francese ed italiana è forse ancora presente la convinzione infondata per cui, con tutto il rispetto per le conquiste sociali delle socialdemocrazie scandinave, tuttavia i socialisti e i comunisti latini fossero più ”autenticamente socialisti” nelle aspirazioni. In alcuni grandi e preziosi leader, come Riccardo Lombardi, questa convinzione era dovuta all’idea che vi fosse una differenza qualitativa fra riforme del welfare e strategia socialista. Per Lombardi infatti quella svedese era: ”una società organizzata capitalisticamente, con un perfetto o quasi perfetto sistema di sicurezza sociale […] un modello di capitalismo evoluto, di capitalismo sociale, ma non di un modello socialista… L’attardarsi su certe idealizzazioni non giova a una maturazione della coscienza critica del partito socialista (Lombardi, 1965, p. 6).” Lombardi citava la socialdemocrazia nordica per prevenire che, specie con l’unificazione fra Psi e Psdi, e con la fase più sterile del centro-sinistra (quella fra 1964 e 1968, poi ribaltata dalle conquiste di Brodolini e dall’offensiva sindacale del 1968-1969), esperienze lontane fossero utilizzate per giustificare una deriva dorotea dei governi di quegli anni.

Nondimeno, la realtà storica e ideologica del socialismo nordico è ben diversa.  Non esistono particolari tendenze nordiche ad una ”solidarietà” (per esempio fiscale) naturale ed antropologica a giustificare i livelli di eguaglianza, redistribuzione e welfare raggiunti fino agli anni 1990 (ed infatti ora arretrano come altrove). Ciò anche a dispetto di certo ”nation branding” basato sul capitale sociale, che ha basi molto dubbie. La storia migliore del socialismo democratico nordico è spiegabile con determinate circostananze storiche che però, come confermano recenti ricerche (Bengtsson, 2020, R. Westerberg 2020) al principio non sono state affatto più favorevoli che altrove. Soprattutto, è importante comprendere il modo fertile in cui queste circostanze hanno interagito con quanto è stato definito ”principled pragmatism”. Ne è risultato quello che potremmo chiamare un ”gradualismo radicale”. In esso le conquiste di welfare sono state concepite dai cervelli più fertili del socialismo nordico non solo come ”redistribuzione” ma come elementi di una  ”parità” fra capitale e lavoro sistematicamente perseguita. Che questa ”parità” dovesse cercare di violare anche i limiti più ”sacri ” del capitalismo non è mai stato posto in dubbio (se non, precisamente come altrove, fino a lustri molto recenti).

Il programma fondamentale della socialdemocrazia danese nel 1977 enunciava: “Solo quando il diritto di proprietà ai mezzi di produzione sarà comune a tutti diverrà interamente possibile congiungere la democrazia nel singolo posto di lavoro con un governo sociale della produzione in accordo ai desideri e ai bisogni del popolo” (Nielsen, 1996, p. 255).

Certo, la questione di come ciò dovesse accadere era posta in modo originale. Secondo Adler Karlsson (1967, pp. 48-9), il regime sovietico pensa il marxismo “[…] in termini convenzionali e rozzi, con il passaggio totale dei diritti di proprietà dagli individui allo Stato come metodo unico e molto dispendioso”. Inoltre, al di là della retorica profusa, il comunismo realizzato non si cura minimamente del potere effettivo dei lavoratori, che invece è al centro delle teorie e della prassi nordica. Per esse, dunque, sperimentare nuove forme di proprietà ha significato un ampliamento dei confini della democrazia attraverso il rafforzamento delle istituzioni già crescentemente costruite per la parità capitale-lavoro. L’idea è che la decisione operaia sulla propria quota di proprietà e investimento valorizza la sequenza storica della parità capitale-lavoro.

Se poi, su questa sequenza storica, si giunge alla socializzazione della proprietà, la parità capitale-lavoro da crescente diviene egemone. Proprio come nel programma fondamentale della socialdemocrazia danese del 1992: “Per la socialdemocrazia vi è una linea continua: dalla democrazia politica, con elezioni libere e diritti di cittadinanza. Alla democrazia sociale con la sicurezza sociale, la giustizia distributiva e un settore pubblico sviluppato e decentralizzato. Fino alla democrazia economica, in cui il diritto di co-proprietà e co-decisione dei lavoratori dipendenti viene realizzato in molte e diverse forme, adattandolo ai bisogni del singolo ramo produttivo e della singola azienda” (Nielsen, 1996, p. 255).

Non si è trattato di pure dichiarazioni. Per comprendere il socialismo nordico come vicenda storica comparata, va tenuto conto che i progetti di socializzazione della proprietà capitalistica sono stati al centro dei programmi politici e del dibattito parlamentare per oltre un decennio (circa dal 1970 al 1980), e vicini alla realizzazione come null’altro di comparabile è mai stato in alcun paese realmente democratico. Cerchiamo di capire meglio di cosa si sia trattato e perché poi questi progetti si siano lentamente inabissati.

Prenderemo in esame anche il progetto danese, meno conosciuto di quello svedese legato al contributo di Rudolf Meidner. Per “socializzazione” la socialdemocrazia nordica (nel Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia, SAP, nella Socialdemocrazia danese e nelle due Confederazioni sindacali, LO) non intende proprietà statale. Non sono quindi casuali (anche qui) le denominazioni: in Danimarca, socializzazione è Økonomisk Demokrati (ØD: Democrazia Economica), in Svezia Löntagarfonder (LTF: Fondi dei salariati).

Una parte dei profitti d’impresa, assieme a quote della massa salariale di ogni azienda, avrebbe: a) costituito un fondo destinato a formare e accrescere la quota proprietaria dei lavoratori nell’azienda; e b) formato un fondo (o più fondi locali, o di settore produttivo/occupazionale) gestito dal sindacato e/o dai lavoratori (secondo alcuni come Walter Korpi anche da rappresentanze elette dei cittadini) allo scopo di codeterminare le scelte d’investimento generale. Nella proposta danese avanzata dalla commissione comune LO-Socialdemocrazia nel 1975 (e con qualche variazione nel documento ØD kort fortalt, 1979) la destinazione dei fondi (e poi degli investimenti diretti a formare la proprietà condivisa nelle singole aziende) doveva “decentrarsi” in “consigli di investimento provinciali”. Se la quota dovesse condurre a una proprietà maggioritaria o addirittura esclusiva dei lavoratori, oppure fermarsi a una certa quota (per esempio il 50%) fu questione dibattuta. Nel testo svedese elaborato da Meidner (Meidner, Hedborg, Fond, 1975), accolto con pochi mutamenti dalla LO svedese nel 1976, si poteva in pochi decenni ottenere prima una corposa minoranza, poi la maggioranza del potere proprietario nelle imprese. Altri, come Palme intorno al 1978, miravano a un definitivo riequilibrio del potere economico: l’acquisizione azionaria doveva corrispondere al 50% delle presenze nei Consigli di amministrazione delle aziende al di sopra di una certa grandezza, senza procedere oltre. In questo modo, e coinvolgendo nei Fondi dei Salariati la società nel suo insieme, la democrazia economica (avvicinandosi all’idea di Korpi) avrebbe caratterizzato la riforma del capitalismo come “l’interesse del popolo lavoratore e del popolo in generale” (Nycander, 2002, pp. 359-62).

Ragioniamo ora sulla mancata realizzazione dei progetti, e sul perché essi rimangono strategici per riproporre una rinascita organizzativa socialista.

Una ragione materiale fondamentale è che, negli anni 1970, di fronte all’avanzare della stagflazione, si affermò l’idea che la colpa dell’inflazione fosse soprattutto dei salari, più che del petrolio. Ora, i piani di rilancio economico espansivo (che dessero anche forza al controllo di un maggiore investimento in mano alla classe lavoratrice) erano legati alla disponibilità di tutti i paesi a rilanciare la domanda. La socialdemocrazia danese (come anche il Labour Party in più occasioni) cercò di chiarirlo ad Helmut Schmidt fin dal 1976  (Asmussen, 2010, Warlouzet 2017). Ma Schmidt si lasciò persuadere a fungere da ”locomotiva d’Europa” solo molto brevemente tra il 1978 e il 1979, anno in cui esplose la seconda crisi petrolifera, con inflazione sufficiente a dissuaderlo per sempre. Ciò mostrava un orientamento diverso da quello di Brandt fino al 1974, ritenuto l’unico periodo ”keynesiano” della storia tedesca (Allen, 2005).Le socialdemocrazie al potere (Labour fino al 1979) o presto al governo (il Ps francese dal 1981) o la socialdemocrazia danese (che dopo crescenti problemi cedette il governo nel 1982) furono danneggiate dalla mancata collaborazione dell’esecutivo socialdemocratico tedesco. Non a caso, la stessa Spd perse il governo nel 1982, aprendo anche in Germania (come in Usa e UK) un lungo periodo di governo ”neo-liberale”.

Nel caso danese, dopo avere lungamente discusso varie versioni del progetto, il piano predisposto nel 1979 arretrava le proprie ambizioni: già alla fine del decennio i presupposti di un radicale avanzamento socialista si erano indeboliti. Mentre i piani degli anni passati prevedevano che i fondi posseduti e amministrati autonomamente da sindacato e  lavoratori ampliassero in modo progressivo e obbligatorio l’investimento e la relativa acquisizione della proprietà, il piano del 1979 veniva ridimensionato ad uno scambio fra contenimento delle pretese salariali (per tenere sotto controllo l’inflazione, appunto) e attribuzione ai lavoratori di una quota degli utili. Ma ora, il Fondo dei Lavoratori che così si formava non poteva acquisire quote proprietarie se non limitatamente alle grandi imprese, e non senza il loro consenso. Non vi era più obbligatorietà. Importante notare questo dettaglio: il fatto che le aziende ora potessero rifiutare i fondi dei lavoratori fu argomentabile con l’esistenza della “stagflazione” e delle aspettative di incerta e più contenuta crescita, che avrebbero reso poco utili ulteriori investimenti. Diveniva  meno spendibile la finalità che anche nella più timida versione del 1979 il sindacato intravedeva in queste riforme: uno scambio fra collaborazione sindacale al contenimento dell’inflazione e investimento dei lavoratori nelle aziende, che avrebbe significato nuovi posti di lavoro, ovvero quasi piena occupazione, il che come è ovvio avrebbe mantenuto elevato il potere del movimento operaio anche in tempi di crisi (Dalgaard, 1995, p. 243-45).

Qualcosa di analogo si produsse anche riguardo al piano dei Fondi dei Salariati predisposto in Svezia a partire dal 1975. Qui furono particolarmente evidenti le incertezze e anche i sospetti generatisi internamente al movimento operaio. Il politico forse più scettico e moderato della socialdemocrazia svedese, K. O. Feldt, temeva in sostanza che il movimento operaio e specie la sua base volessero “… divenendo coproprietari … fermare un mutamento strutturale troppo rapido” (Ekdal, 2002, p. 46).

In sostanza, Feldt (e soprattutto le forze “borghesi”) diffidarono della socializzazione o vi si opposero poiché, con la nuova situazione europea di crescita incerta dovuta alla stagflazione, si era indebolita l’idea di salario come fattore triplicemente positivo, che cioè assicurava sia pressione “democratica” per l’innovazione (omvandligstryk)[1] sia domanda di beni wage-led (e dunque crescita), sia base tassabile e trasferita dal consumo privato edonista agli usi sociali del reddito per una crescente ed effettiva eguaglianza. Come abbiamo visto, infatti, non si stava affermando soprattutto l’idea che stagnazione e stagflazione erano dovute in modo particolare ai prezzi petroliferi, ma quella (sostenuta dalle forze padronali e liberal-conservatrici) di una, almeno prevalente, responsabilità dei salari. E dunque della forza del sindacato che li faceva crescere.

Precedentemente, poiché forza salariale e sindacale erano ritenute coerenti con l’innovazione, le ristrutturazioni aziendali e produttive più raramente passavano per il disinvestimento e la relativa disoccupazione. Improvvisamente, invece, venendo il disinvestimento motivato come necessità indotta dalla stagflazione, anche in settori socialdemocratici si temevano conseguenze per la tenuta dell’economia e, con essa, del negoziato fra capitale e lavoro.  Ecco perché, anche secondo Feldt, il potere acquisito dal lavoro nei decenni passati era sospettato di volere la proprietà per conservare, non per trasformare.

Da parte sua, il capitale otteneva qualcosa per cui non aveva mai (come è nella sua natura) smesso di operare: fermare alla soglia della proprietà l’avanzata del lavoro organizzato nei suoi sindacati e nei suoi partiti, ridurre progressivamente le pretese salariali del lavoro, presentare e imporre la disoccupazione come esito inevitabile di un’economia di mercato. Non a caso i Fondi dei Salariati, se non avevano mai voluto abolire il mercato come nel sempre più deprimente ed opprimente comunismo realizzato, volevano però  assicurare al popolo lavoratore un maggiore controllo dei suoi meccanismi attraverso la proprietà democratica su crescenti porzioni dell’investimento delle imprese. Ma con la nuova situazione che si veniva a determinare cominciava la riscossa del principio per cui investimento e proprietà capitalista dovevano godere della massima libertà per produrre efficienza.

Riflettere storicamente sulle grandezze e gli arretramenti della socialdemocrazia europea conduce ad indicazioni utili per il socialismo del futuro. I limiti (impersonati dalle priorità anti-inflazionistiche di Schmidt e dai sospetti in gran parte infondati di Feldt) sono nella visione “armonica” del riformismo. In sostanza, si tratta degli aspetti non fruttuosi della eredità di Bernstein: la fiducia nel fatto che il capitalismo sia capace di evitare crisi, e che  questo consolidi lo spazio del riformismo. La storia invece dimostra l’inverso: il socialismo democratico diviene egemone solo prendendo piena coscienza (e denunciando) la inseparabilità fra capitalismo, irrazionalità e crisi. E’ questo che apre lo spazio alla riforma socialista, fin dalla grande crisi del 1929.

Ed ecco quindi il punto storico: la socializzazione democratica della proprietà e dell’investimento derivò dalla lunga egemonia del salario e del welfare (meglio: degli usi pubblici della ricchezza). Questa, a sua volta, era nata per potenziare il lavoro dipendente e salariato, con il fine di impedire l’eccesso di risparmio e/o di finanza improduttiva e scongiurare crisi devastanti come quella degli anni 1930 e quella che in fasi diverse continuiamo a vivere. E’ errato identificare il socialismo democratico con il mero keynesimo: fu una strategia di potere democratico per disciplinare il capitalismo a produrre senza bassi salari e sfruttamento, dimostrando che ne scaturiva un’innovazione democratica (anziché tecnocratica e nemica delle domande interne come è praticata nella UE attuale). Quella del socialismo democratico, e specie della fase egemonica di quello nordico, fu insomma una strategia in cui sia le ragioni della domanda e della piena occupazione, sia quelle dell’offerta e della innovazione erano paritariamente presenti.  Alla lunga, poi, ciò generò ulteriori circoli virtuosi egemonici: se la sferza dell’innovazione è identificata nella pressione democratica del salario e non in scelte tecnocratiche, ciò finisce per sottolineare il carattere “sociale” della produzione, ridimensionando la fede “schumpeteriana” nell’estro dell’imprenditore come creatrice di ricchezza. Ne risulta la ampia condivisione di una cultura socialista, per cui riceve consenso l’idea che la ricchezza ha un’origine diffusa e democratica. Ciò, poi, diviene veicolo di legittimazione sia, prima, degli usi sociali della ricchezza (welfare) sia, dopo, della “democrazia economica”. Questa fu la strada percorsa dal socialismo e dal movimento operaio nordico per giungere alla soglia di una società sostanzialmente socialista. Questa fu, spiegata poi in profondità, la continuità fra conquiste storiche della socialdemocrazia e progetto di vasta socializzazione della proprietà capitalistica

Oggi l’opportunità futuribile di una simile strategia sta nell’assoluta evidenza di un’epoca (specie in Europa, ma non solo in Europa) connotata da livelli costituzionalmente scarsi di crescita (sia quantitativamente, sia qualitativamente intesa). Sono sempre più chiare le dinamiche di “trappola della liquidità” (disponibilità potenziale di mezzi che non si traduce in vero investimento per la crescita) ed investimento improduttivo. Questi caratteri intrinsecamente inefficienti, iniqui e perciò irrazionali del capitalismo, se coerentemente messi sotto accusa da un soggetto politico a ciò determinato, possono riportare in primo piano la necessità della “democrazia economica” diffusa, in mano al lavoro ed eventualmente anche alla cittadinanza. Senza dimenticare ovviamente la funzione strategica dell’investimento statale e pubblico. Tutto ciò, poi, è particolarmente vero riguardo alla svolta ambientale: gli incentivi fiscali sono insufficienti, così come la pressione “etica” sui comportamenti individuali, nonché l’attivismo pur commovente delle pasionarie adolescenti. Tanto più ciò è vero in quanto spessissimo l’ideologia neoliberale propone le “tasse verdi” come cespiti per legittimare ulteriori sgravi a beneficio dei redditi, dei patrimoni e del capitale.

Le ragioni della critica del capitalismo, e della parità del lavoro nel co-determinare l’economia, sono insomma tutte presenti, oggi più di ieri.


Bibliografia

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Nykander S., Makten över arbetsmarknaden: ett perspektiv på Sveriges 1900-tal, SNS, Stockholm, 2002

Westerberg R., Socialists at the gate swedish business and the defense of free enterprise, 1940–1985, Ph.D., Stockholm School of Economics, 2020

ØD kort fortalt, København, 1979


[1] Ovvero una  “discipline of capital, in hastening restructuring and productivity … an economic rationality above and beyond that of unregulated markets and of ‘free’ private enterprise” (Dow, Higgins, 2013, p. 240)

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