Manifesto per la sovranità democratica


20 Dic , 2020|
| Terza Pagina

Questo mondo colpevole, che solo compra, spettacolarizza e disprezza ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria perché la nostra critica verso la società patinata dell’indifferenza, degli inganni e della mercificazione universale è totale e intransigente. E di tutto siam capaci fuorché di attenerci all’ordine degradante dell’orda[1].

Suona paradossale, nelle settimane del distanziamento sociale e del ripiegamento solitario, presentare un testo che raccoglie gli esiti di un dialogo. Eppure questo tempo sospeso è stato anche il tempo in cui si sono creati e alimentati rapporti, affinate e precisate nuove idee, concepiti e realizzati nuovi progetti.

Oggi raccogliamo i frutti di questo intenso lavoro di semina: discuteremo infatti i temi teorici e politici trattati in questo prezioso volume dal titolo Contro Golia. Manifesto per la sovranità democratica, Rogas edizioni, frutto di un dialogo fra Gabriele Guzzi e il Prof. Geminello Preterossi. Questo testo inaugura una nuova collana di studi politici, “Inciampi”, diretta dallo stesso Preterossi, che impreziosisce il già ricco catalogo della Rogas edizioni, e va ad affiancarsi alle iniziative avviate e promosse sia da L’Indispensabile che da La Fionda (da segnalare l’uscita, sempre in questi giorni, del primo numero del cartaceo).

A discutere i contenuti di questo dialogo, assieme ai due protagonisti, ci sarà Vladimiro Giacché, autore di illuminanti saggi di argomento filosofico ed economico. La prima presentazione non poteva che partire da lui: non solo per le affinità e il legame di amicizia con il Prof. Preterossi, ma anche per la sua capacità di cogliere le implicazioni filosofiche e politiche dei fenomeni economici, collocando e inquadrando storicamente questi ultimi. Uno studioso, inoltre, che ha previsto con largo anticipo gli effetti della crisi che stiamo vivendo, le cui ragioni vanno ricercate nelle contraddizioni sistemiche del cosiddetto finanzcapitalismo globale e nei limiti strutturali del processo di integrazione europea.

Ad organizzare l’evento due realtà amiche (L’Indispensabile e La Fionda) che, pur muovendo da riferimenti in parte diversi, condividono premesse e finalità comuni.

Se LIndispensabile insiste particolarmente sulla dimensione della vita interiore, mentre lo sguardo de La Fionda è maggiormente orientato sull’attualità dei processi politici, entrambe confidano in una “rivoluzione” in grado di avviare una profonda trasformazione sociale che si riferisca al “destino dell’uomo e non a suoi particolari problemi”, per citare Claudio Napoleoni. Ambedue avvertono, quindi, l’esigenza di reinvestire la politica di ‘pensieri lunghi’, sorretti naturalmente da un’attenta e consapevole analisi critica del reale, di rilanciare cioè l’idea di una politica ‘forte’ in grado di intrecciare tanto le condizioni concrete di vita delle persone quanto le domande diffuse di significato e di trascendimento, che sono anche domande di una qualità della vita diversa, di un diverso modo di relazionarci agli altri e a noi stessi.

Questa rivendicazione di autonomia della politica, di una politica che pretenda di riannodare il legame sociale, può però funzionare solo se l’azione politica viene sottratta alla trappola della neutralizzazione tecnocratica di matrice neoliberale. Per fare questo c’è bisogno di un lavoro critico di fondo, sorretto da idee forti in grado di dischiudere le possibilità di un orizzonte di significato diverso, di un contesto che torni a dare senso all’azione sociale delle persone, che non le faccia sentire sole ed espropriate, ma soggetti incarnati in rapporto con gli altri.

Queste premesse animano anche il dialogo fra Gabriele Guzzi e Nello Preterossi, che hanno biografie, sensibilità e riferimenti in parte differenti, ma sono accomunati da idee precise, da autentica passione civile, da uno spirito critico libero da opacità, ossessioni e tabù; libero da quelle incrostazioni dogmatiche che non consentono di comprendere e valutare i fenomeni storico-politici per quelli che sono, nella loro realtà e verità.

Da una parte abbiamo un giovane economista critico attento alle questioni filosofiche, un cattolico dalla fede “adulta e matura” che però non cerca l’applauso della sua epoca di falsi idoli che promuove un moralismo insincero e di facciata; dall’altra uno degli studiosi più importanti nel campo della filosofia politica e del diritto da sempre interessato al fenomeno religioso e alle questioni sociali del nostro tempo. Entrambi sentono la necessità di un dialogo fra il pensiero laico di ispirazione socialista e le grandi tradizioni religiose su un terreno diverso dal passato, che non è più soltanto quello di una comune critica al capitalismo, perché ruota attorno alla dimensione del sacro, del recupero di un’istanza di trascendenza e della traduzione – per dirla con Habermas – dei potenziali di senso non ancora sfruttati presenti nelle religioni.

Perché un dialogo riesca, come nel caso in questione, c’è bisogno che da una parte vengano poste le giuste questioni, dall’altra che queste stesse questioni vengano precisate, problematizzate e messe bene a fuoco, che i contenuti e i concetti siano correttamente inquadrati e contestualizzati. I due autori parlano un linguaggio comune che va dritto al nucleo essenziale delle questioni, sentono e avvertono come centrali gli stessi problemi, si interessano ai bisogni e alle aspirazioni riguardanti la maggioranza delle persone. Hegel utilizzerebbe il termine “condottieri di anime” per indicare coloro i quali, come i nostri due autori, possiedono “la missione e l’età del proprio tempo”, sanno riconoscere i nodi e le contraddizioni principali, intendono rispondere alle sfide e alle domande che si impongono con maggiore forza, coloro infine che sono in grado di esprimere quello che tutti più o meno consapevolmente sentono e attendono, assumendo, senza naturalmente aderirvi in maniera irriflessa, il punto di vista dei più e non dei pochi[2].

Come un prisma dalle mille facce, si tratta di un testo agile, ma che racchiude molto: innanzitutto è però un libro di battaglia politico-culturale che intende ribaltare i luoghi comuni del neoliberismo nelle sue varie declinazioni, dell’europeismo oligarchico e della chiacchiera conformistica del discorso pubblico mainstream, che interdice il pensiero e neutralizza l’esperienza critica comunitaria più vera e autentica, in nome dei diritti sociali e della legittimità democratica presa sul serio.

In questo testo nulla viene omesso o rimosso: le ragioni profonde della crisi della nostra democrazia costituzionale vengono squadernate in maniera nitida, mai ambigua, e senza fare sconti a nessuno. Si va alla radice e al cuore dei problemi, si guarda a ciò da cui tutto dipende, non si galleggia comodamente in superficie, contentandosi di sostenere cose buone e giuste, destinate però a restare su un piano astratto senza mettere in discussione il quadro delle compatibilità date.

Ma non è nemmeno solo un testo di analisi e di critica demolitrice. Al realismo critico, all’analisi spietata delle trasformazioni che stiamo vivendo e delle sue cause, si affianca uno sguardo proteso in avanti, perché l’indagine critica deve servire “di guida all’azione”, come sosteneva Federico Caffè, deve indicare cioè la via di una proposta politica alternativa, e questo senza separare l’orizzonte materiale degli interessi e dei rapporti di forza dal piano simbolico-culturale, che oggi rappresenta un terreno ineludibile di battaglia politica.

La strada indicata è la seguente: si parte da Keynes per andare oltre Keynes, nel senso della radicalizzazione delle potenzialità socializzatrici interne alla sua visione di un governo democratico dell’economia, “saldando una rinnovata centralità dello Stato, che significa primato dell’interesse generale e dei diritti sociali, con i bisogni e gli interessi di larghi strati popolari di lavoro tanto dipendente quanto autonomo, costruendo un fronte trasversale degli inferiorizzati e dei subalterni[3]. L’obiettivo in ogni caso è quello di chiudere una parentesi lunga quarant’anni di fedeltà all’ortodossia ordoliberale e di europeismo ingenuo e subalterno. La stella polare ruota attorno al nesso sovranità democratica/lavoro e a un’idea di libertà da sottrarre alle logiche della mercificazione, come idea di “libertà in relazione”, senza liquidare i bisogni diffusi di comunità e protezione che possono e debbono essere declinati in termini aperti e democratici. Interessi e senso della comunità da un lato, “principio della soggettività” dall’altro [Hegel docet], in una visione coraggiosamente moderna e non di retroguardia. Senza lasciare il tema della libertà, che è una questione decisiva anche nell’ottica dello Stato sociale di diritto e della democrazia costituzionale, ai liberali (e ai liberisti). 

Non poteva poi mancare all’interno del libro l’indicazione chiara dei responsabili della lunga crisi che stiamo attraversando: sul banco degli imputati vengono messe le classi dirigenti del nostro Paese incapaci di ragionare in termini di interesse nazionale[4], prigioniere, anche a causa di una condizione di separatezza dai ceti popolari, di un’interpretazione subalterna e acritica del vincolo esterno, che ha rappresentato – secondo gli autori – un fattore di aggravamento delle nostre zavorre precedenti, aggiungendone di nuove, per via del suo contributo alla spoliticizzazione della società e alla contestuale sterilizzazione dei conflitti.

All’interno di questo libro si parla insomma il linguaggio della realtà e della verità, guardando in faccia gli effetti del ciclo neoliberista e tecnocratico, le gravi conseguenze sociali e le implicazioni politico-culturali della crisi che stiamo vivendo. Un linguaggio raro in tempi come questi, in cui la “mezza cultura” al potere ha assorbito la “mezza cultura” all’opposizione e l’ha fatta propria, e con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda, un chiacchiericcio sterile e inconcludente.

Per una comprensione profonda dei processi reali è sempre fondamentale un lavoro genealogico. Ecco allora che questo libro chiama in causa anche le questioni ultime, perché “chi non si sa occupare delle questioni ultime, non è in grado neanche di occuparsi delle questioni penultime”. 

Sono tante le questioni toccate, per brevità ne elenchiamo solo alcune: c’è il tema dei presupposti prepolitici e politici delle democrazie costituzionali; quello della secolarizzazione, della teologia politica e del nichilismo in rapporto al razionalismo politico-giuridico; la “necessità del rilancio di un progetto neo-moderno, che impari anche dalla crisi della modernità e dalla sua costitutiva crisi, perché la modernità è crisi, nasce e trae forza da questo essere sempre in questione, sotto giudizio”; il rapporto complesso e ambivalente del mondo moderno con le grandi tradizioni metafisiche e religiose che non può implicare alcuna traducibilità immediata, ma che rimane un rapporto costitutivo; il problema delle risorse di senso alla quali attingere per rigenerare e rimotivare la dialettica democratica[5]. E ancora: il residuo teologico-politico presente nel discorso politico contemporaneo, il richiamo all’importanza di “universali politici concreti, cioè di contesti determinati, territorializzati, per esprimere e governare i conflitti”.

Rinveniamo infine un’analisi dei concetti centrali di popolo e nazione (da declinare entrambi in chiave antiessenzialistica) e dei rapporti fra democrazia moderna e questione nazionale (la democrazia, va ricordato, nasce e si sviluppa nel mondo moderno come democrazia nazionale); il tema della metamorfosi della forma Stato, che resta l’unico spazio veramente contendibile e aperto alle istanze democratiche e di trasformazione sociale (gli Stati sono ancora oggi i soggetti politici centrali sia in ambito UE che sulla scena mondiale[6]) e il riconoscimento degli elementi di verità presenti nell’insorgenza populista (il populismo viene visto come l’espressione di drammatiche contrad­dizioni tuttora irrisolte, come una reazione ai processi di svuotamento della sovranità democratica dall’alto e di sradicamento sociale in basso ai quali abbiamo assistito negli ultimi decenni).

Soffermarsi sulle questioni di fondo non rappresenta però un’esercitazione intellettuale fine a sé stessa, ma muove dalla consapevolezza che la critica all’establishment deve oggi poggiare su basi solide, granitiche, e va esercitata in maniera seria e rigorosa, per sottrarsi alla trappola mediatica che tende a ridurre a macchietta qualsiasi punto di vista autenticamente divergente.

D’altronde viviamo un’epoca di transizione, un mondo si dissolve per dar vita a un altro, non ancora completamente formato, di cui a stento si colgono i segni premonitori. Il futuro, oggi più che mai, si manifesta come “sentimento d’ignoto”. Per avanzare verso il nuovo occorre allora diventare consapevoli della natura dei condizionamenti caduti, delle “catene del mondo”, guardare in faccia l’“assoluta devastazione”, ripercorrere le tappe del lungo cammino attraversato, soffermandosi su ciascuna di esse (l’89, la seconda metà degli anni settanta; con riferimento al processo di integrazione europea, c’è lo spartiacque legato al trattato di Maastricht, che rappresenta un momento di accelerazione di un processo comunque già segnato e condizionato in senso ordoliberale fin dall’inizio).

Il tema centrale del libro, e lo si evince dal titolo, ruota attorno al concetto di sovranità democratica. Senza sovranità democratico-rappresentativa, suggeriscono gli autori, prevalgono i poteri indiretti dell’economia e si svuota di fatto il nucleo sociale del costituzionalismo novecentesco.

Lottare a favore della sovranità democratica significa aggredire i nodi e le contraddizioni principali: l’urgenza oggi è quella di ridefinire il nesso nazionale/internazionale, rivedendo criticamente la posizione dell’Italia all’interno dell’Ue con tutto ciò che ne consegue in termini di sapiente messa in discussione degli attuali vincoli europei, a favore di un modello di internazionalismo di tipo nuovo che restituisca agli Stati la capacità di governare e orientare i processi economici. Nessuno pensa che si possa semplicemente ritornare all’esperienze del passato (qui il pensiero va agli accordi di Bretton Woods), ma bisognerà inventare le forme nuove in cui la politica potrà tornare a regolare lo sviluppo, in un tempo in cui appare sempre più insosteni­bile la contraddizione fra globalità dell’economia e carattere naziona­le della politica (va ricordato che finché l’economia è rimasta in gran parte incapsulata dentro il contesto degli Stati nazionali, durante il cosiddetto trentennio glorioso, la dimensione politica si è imposta sulla dimensione economica e il conflitto sociale si è dispiegato in senso favorevole alle classi lavoratrici).  

Insomma, il tema della sovranità continua a riproporsi come una questione centrale, reclamando che si scelga tra il rilancio delle antiche sovranità nazionali (pur salvaguardandone le necessarie interdipendenze) e la costruzione di sovranità più ampie (ma irrealizzabili) magari continentali[7].

È comunque il populismo ad aver colto l’esigenza di protezione, il bisogno di ridefinire la sovranità degli Stati nazionali e ne ha fatto un’occasione per ricostruire nuovi legami d’identità collettiva: il “noi” di un popolo fluido ed espansivo contrapposto all’establishment in una nuova frattura antagonistica tra basso e alto. La sua forza sta nel potere di un discorso che, in risposta alla perdita di sovranità, ricostruisce i legami collettivi e rinomina un patto sociale tra coloro che si sentono esclusi e abbandonati dalle élites. Nel tema della sovranità il populismo trova una risorsa discorsiva efficace. Affermare di voler restituire ai cittadini il diritto di decidere del proprio destino significa dare risposte a chi non si sente rappresentato, a chi chiede protezione nel silenzio e nella solitudine. L’antagonismo con i centri di potere sovranazionale e la bandiera della sovranità popolare consentono oggi ai populismi di ripolarizzare lo spazio politico attorno a dicotomie secche e di ricostruire relazioni inclusive nei corpi sociali.

La domanda di protezione e di comunità che torna ad affacciarsi nella politica, malgrado i tabù e i divieti, è in realtà il sintomo dell’indebolimento della sovranità popolare. Il successo del populismo sta nella rivendicazione di uno spazio politico reale in cui la sovranità popolare possa esercitarsi: non una dimensione astratta e burocratica, come quella dei mercati finanziari e della tecnocrazia europea appunto, ma quella concreta, reale, del popolo e della nazione.

Ma lottare per rianimare le istituzioni rappresentative nazionali svuotate per la gran parte di poteri e funzioni prima dalla globalizzazione neoliberista, poi dal cosiddetto pilota automatico messo in moto dalla tecnocrazia europea, può non bastare, se questa battaglia non viene inquadrata in un nuovo orizzonte ideologico. La retorica opposizionale sulla quale si struttura il populismo, che rappresenta ancora oggi una risorsa politicamente spendibile (la cui energia politica può essere riattivata dall’affermazione di una nuova leadership o da nuove parole d’ordine mobilitanti), va inserita all’interno di un quadro politico-culturale solido, ma declinato in modo aperto e moderno.

Per il resto, la questione della sovranità democratica va messa in relazione – aggiungiamo qui – con il tema, ad essa intrecciato, della ridefinizione delle forme del legame sociale, che è un tema altrettanto cruciale. Il problema che oggi si ripropone è quello dell’unificazione politica, quello di ricostruire un ubi consistam “a maglie larghe” in grado tanto di rigenerare il vincolo politico quanto di porre le basi per “un agonismo non dissolutivo”.

La questione, una volta di più, è quella dei processi di integrazione politica e sociale: cosa ci fa stare assieme? Come questo stare assieme può essere realizzato? Quali sono i processi che determinano il senso di appartenenza a una comunità politica? Nella modernità la nazione – come ci ricorda anche il testo di Guzzi e Preterossi – ha compensato il vuoto lasciato dalla religione con l’avvento della secolarizzazione. A svolgere quella funzione di unificazione politica sono intervenute nel Novecento i partiti e le identità politiche di massa. Dopo il ridimensionamento della nazione e la crisi delle appartenenze politico-ideologiche, cosa occupa oggi quel vuoto simbolico che caratterizza gli ordinamenti secolari?

Come strumento di mobilitazione e unificazione politica possiamo indicare la tensione verso una società altra a cui allude la nostra Costituzione ma si tratta di un’opzione svuotata sostanzialmente di significato e di prospettiva concreta nell’ambito dell’attuale architettura Ue.

Nel populismo questa tensione verso il futuro viene sostituita da una tensione noi/loro. Inoltre, c’è da fare i conti con le tonalità emotive prevalenti, che sempre più inclinano verso uno sguardo rivolto in basso e all’indietro, a partire dal richiamo alle proprie radici (presunte o reali che siano), piuttosto che in avanti, in direzione di un trascendimento del presente verso il futuro.

Seguendo le intuizioni di Bloch e Benjamin, i quali hanno tentato di mettere in luce la relazione dinamica tra tempo, sentimento e azione politica, possiamo allora quasi pensare ad un’opzione in grado di riconciliare l’orientamento di Bloch verso il futuro (l’utopia, il non-ancora[8]) con lo sguardo di Benjamin verso il passato (il rammemorare, redimere).

Nel frattempo, in assenza di nuovi dispositivi ideologici già in grado di imporre un paradigma alternativo, cresce il bisogno di “visioni radicali” e “simboli forti”, in parallelo con la crisi di fiducia nelle narrazioni mainstream.

Se siete alla ricerca di visioni radicali e di due volti in grado di incarnarle, questo libro fa per voi: troverete al suo interno entrambe le risposte.


[1] Liberamente ispirato dalle parole e dalle poesie di Pier Paolo Pasolini.

[2] Le domande che si impongono oggi con maggior forza sono domande di unità politica, di ricostruzione di un sentimento del noi, di rigenerazione di un vincolo politico e di riaffermazione di un’identità collettiva, di ridefinizione del rapporto fra individuo e comunità.

[3] Secondo alcuni gli interessi da rappresentare sono quelli di chi vive di domanda interna poiché coincidono di fatto con gli interessi generali del Paese.

[4] Identificare nazione e nazionalismo, ci ricordano gli autori, è un falso. Oggi è chiaro che la nazione non può svolgere quella funzione di mobilitazione che ha svolto in passato, ma ciò non toglie che gli interessi nazionali condizionino le scelte degli altri Paesi europei e che di un terreno comune, di un vincolo prepolitico ci sia bisogno, per esistere politicamente.

[5] L’appello ai valori costituzionali, se non è iscritto dentro un orizzonte di senso condiviso, suona inevitabilmente retorico e non produce gli effetti sperati.

[6] La gestione dell’emergenza sanitaria degli ultimi mesi ha riproposto con forza la centralità dell’intervento pubblico-statuale e il peso della dimensione nazionale, la quale garantisce quel minimum di identificazione e di missione comune, quindi di coesione e di lealtà politica, quanto mai necessario in un momento in cui c’è da affidarsi al senso di sacrificio e di responsabilità collettiva. Ormai acquisisce sempre più evidenza – come faceva notare Danilo Zolo – il fatto che solo uno Stato nazionale è in grado di garantire un rapporto equilibrato – per lo più democratico – fra la dimensione geopolitica e il sentimento di appartenenza e di “intimità” fra i cittadini e già per questo svolge una funzione difficilmente sostituibile, anche nei confronti degli eccessi secessionistici delle rivendicazioni etniche. (D. Zolo, Globalizzazione, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 79) D’altra parte – come ricordano anche Guzzi e Preterossi – le forme politiche che l’Occidente ha inventato sono ridotte: città, imperi, Stati. E all’orizzonte non sembrano palesarsi sostituti più avanzati della forma Stato democratico-costituzionale.

[7] Mancano però le condizioni politiche, sociali e culturali in grado di produrre un salto in quest’ultima direzione. Nessuno Stato europeo si è mai veramente deciso verso l’istituzione di una sovranità europea, anche perché – come ha ricordato di recente Carlo Galli – la costruzione della sovranità è uno dei processi più distruttivi della storia umana (le sovranità degli stati si sono formate nel sangue della guerra civile o nel furore delle rivoluzioni). Come ben sapeva Hayek, la via della sovranità europea porta inevitabilmente allo Stato minimo, date le radicate differenze di contesto fra i rispettivi popoli. Quel che è certo, guardando alla storia del processo di integrazione europea, è che da una parte si è sottovalutato il peso delle singole identità storico-culturali e l’importanza del fattore tempo nei processi di aggregazione politica; dall’altra si è creduto in modo semplicistico di aggirare per via tecnica, funzionalista, il tema dell’energia politica costituente.

[8] Scriveva Bloch: “L’utopia concreta sta all’orizzonte di ogni realtà; la possibilità reale circonda fino alla fine le tendenze-latenze dialettiche aperte, l’utopia non è fuga nell’irreale, è scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione”. (Il principio speranza, 3 vol., Garzanti, 1994, vol. I, pp. 262-263)

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