Don Chisciotte e il partito di massa


21 Dic , 2020|
|Visioni

Se è vero che dopo la laurea navighiamo in un mare aperto, con la prua governata dall’idea fissa di gettare l’ancora ovunque capiti, in un miraggio o in uno scalo, a maggior ragione dopo una bella laurea in storia contemporanea il bisogno di trovare certezze in baie già consumate è d’obbligo, se non altro per ritrovare un po’ di quel senso di “solidità” teorica che hai edificato negli anni. Allora cosa c’è di meglio che ripercorre emozioni già vissute, che di quella solidità sono il motore, ascoltandosi in loop le gesta del Don Chisciotte gucciniano? Il campione degli stracci che si schianta contro i mulini a vento dichiarando il proprio amore nei bordelli, lo sconfitto di cui ammiri la pervicacia, perché credi che la pervicacia sia la sola cosa che hai dimostrato d’avere con quel pezzo di carta in tasca, conquistato silenziando il catechismo sociale che dal liceo classico ti ha accompagnato fino all’ultimo giorno di università, che recita: “di te non c’è bisogno”. Un pulpito immenso, una grottesca opera di architettura sociale che dal servizio pubblico nazionale trova intarsi raffinati nelle interazioni sporadiche coi conoscenti. E a questo pungente fastidio lenisci col denso sciroppo della narrativa antieroica per eccellenza, con il pride degli sconfitti che assedia il capitale, un must sano del populismo di sinistra, la cui onda emotiva travolge e rinfranca delle scelte ostinate e la cui speranza (proprium di ogni utopia) ti riempie di nuovo i polmoni di vita se hai passato l’adolescenza nel mito degli ultimi e di Majakovskijin special modo se a dargli voce è il Carmelo Bene immortalato da YouTube, sul cui link hai consumato vari mouse.

Eppure – vuoi il triste ossimoro dello storico che conta i propri successi sui cadaveri dei “miti” che riesce a lasciare sul campo della critica o vuoi più semplicemente lo schietto realismo di una realtà pessima – ecco che questo botta e risposta tra Guccini e Dati mi si trasfigura nella mente come la sinossi perfetta di ogni male che ha afflitto la sinistra in questo paese: dall’afasia, al peggior superomismo nietzschiano di destra intenerito dalla retorica del Progresso fino al buon sentimento, utile a niente, del disprezzo per il potere in senso assoluto. C’è un demone che perseguita la definizione dell’intellettuale di sinistra oggi ed è il demone de “l’anima tiranna” che evoca Guccini, il tormento- à la Marx-della coscienza pura. Per anni abbiamo mosso i nostri passi nella narrazione escludente della “battaglia delle idee” e nel valore assoluto della cultura, affascinati da una teoria dell’egemonia culturale in un contesto postmoderno che sembra cancellare l’efficacia dell’azione concreta: questo penso e dunque il mondo in base a ciò esista. Come spiega perfettamente Houellebecq in Sottomissione, quando però lo scontro è per astrazioni, per valori assoluti, la destra vince «[..]le elezioni si sarebbero giocate non sul terreno dell’economia bensì su quello dei valori; e che anche lì la destra si apprestava a vincere la “battaglia delle idee”, senza peraltro nemmeno doverla combattere.» Ciò avviene perché se il dibattito scade a tal punto da contrapporre mondi in generale, allora, per una semplice legge di gravità, la forza della realtà così com’è vince, e con essa la destra, ovvero il luogo del bel sentimento travestito da pragmatismo che giustifica l’esistente. Rappresentazioni ideali, prodotti della coscienza e autonomie dell’astrazione possono dominare nient’altro che un dibattito ideologicamente di destra poiché “Nonostante le loro frasi che, secondo loro, scuotono il mondo gli ideologi sono i più grandi conservatori” (Marx, ideologia tedesca).

Perché penso questo? Perché sono assolutamente certo di quello che ho sentito dire in questi anni: Sinistra, mutualismo, stato, comunità, antifascismo, etc. Ad ogni sostantivo un dolore infinito, ad ogni aggettivo un colpo di frusta fino al non plus ultra del dolore, che ho vissuto sulla mia pelle, alla vista del simbolo di Toscana a Sinistra (presenti 7 aggettivi). Parliamoci chiaro: bellissime parole, ma categorie gettate nell’arena con assoluta aridità, senza determinazioni che ne rendano concreto e realizzato il significato nel mondo. Idoli bruciati come Ferretti, dunque, in una teoria della transustanziazione nella quale le parole messe in bocca diventano realtà, e mai una volta- se non anch’esse piovute da un surrogato di analisi- affondare le mani nella merda delle “condizioni”. Se per Marx le condizioni oro-idrografiche, il perché degli ingranaggi, la forma delle zappe e la coscienza sporcata dal lavoro sono la Storia (l’agire umano in determinate condizioni) e sono il motivo per cui si intende il comunismo come “il movimento reale” che abolisce lo stato di cose e che sopprime la distanza falsa tra pensiero e vita, dall’intellighenzia della sinistra ho sentito proporre esattamente l’opposto in questi anni. Ho ascoltato di teorie luddiste riguardo ai social, visti tuttalpiù come corollari, ho visto rigettare qualsiasi approccio sintetico dietro sbandierati disagi deontologici che ne ascondano solo di tipo psicologico, ho letto del “bene” come categoria politica, ho letto di tutto fuorché la semplice idea di cercare nel mondo reale le cause e i perché. Ed è in queste condizioni che prolifica la schizofrenia della scissione tanto demonizzata, l’ossessione per la scarpa che calzi perfettamente, perché non esiste esperienza paragonabile al come debba calzare una scarpa così come descritto nelle “millanta storie”. L’anima tiranna è l’involuzione del pensiero conflittuale poiché fenomeno di una carenza cronica di militanza o, peggio, di mancanza completa di un pensiero collettivo: ad ogni eresiarca una tiara.

In un mondo nel quale un social delimita il confine di guerra tra le due superpotenze mondiali (vedi questione TikTok); in una società nella quale la crisi del 2008 ha completamente sconvolto l’elenco dei vincitori e degli sconfitti, riorganizzando una “mappa” del capitale internazionale incentrata sull’esasperazione delle diseguaglianze sociali; in un’epoca nella quale il mito delle magnifiche sorti e progressive è stato spazzato via agli occhi di una generazione non ammortizzata, che riconfigura il campo della propria resistenza culturale con le narrazioni videoludiche e lo streaming, mentre si arrabattata tra tirocini indeterminati e stipendi fuoribusta; il ritorno del voto ideologizzato in chiave nazionalista (dopo gli sbandierati epiloghi della storia) è solo l’ultimo capitolo di una matassa di eventi nella quale affondare lo sguardo senza piglio bigotto. Eppure il topolino rosso che squittisce fuori da questo Leviatano è una concertazione di parole che dà vita a carrozzoni grammaticalmente impeccabili, ma solo nel parlare a se stessi.

Nel finale della canzone riposa forse il senso vero di questo paragone tra una rapsodia delle Stagioni senza l’estate e una sinistra senza le masse: la mancanza di una sintesi in questo viaggio di Don Chisciotte. A gettare un ponte tra Sancho Panza e il cavaliere della Mancha è infatti un affetto disperato che dà vita ad un sodalizio tra due sordi, una somma che resta somma delle parti, una casualità insomma, come al caso e al cuore si è lasciato che “il povero ignorante”, senza comprendere ragioni e guadagno, accogliesse per “affetto” la fraseologia mondata del “buon mondo”. Sebbene sia convinto che la sinistra troverà la raison d’être nel moderno sindacalismo conflittuale, che meglio di qualsiasi soggetto riesce ad adattare nuove forme di lotta alle contemporanee produzioni del tardocapitalismo, la classe dirigente della sinistra deve apprestarsi a cogliere ogni spunto, traendo la forza dell’analisi attraverso l’unico combustibile marxista: la realtà. Così non fosse, smettiamo di stupirci come un qualsiasi essere umano possa sedersi tra le file degli sconfitti con “la promessa di un castello”. Più Ingrao e meno Don Chisciotte.

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