Dal caso Welby a Dj Fabo, l’Italia faccia i conti con l’eutanasia


22 Dic , 2020|
| Voci

In Spagna arriva l’eutanasia, mentre in Italia c’è voluto un decennio per il testamento biologico. Chi soffre è costretto a emigrare. 

Giovedì 17, la Camera dei deputati spagnola ha approvato il disegno di legge che renderà legale l’eutanasia. La parola passerà al Senato, dove il Psoe, promotore della legge, ha la maggioranza. Fra pochi mesi, dunque, gli spagnoli affetti da malattie incurabili potranno scegliere se porre fine alle loro sofferenze, così come accade già in Svizzera, Olanda e Belgio. Dal punto di vista pratico, la legge depenalizza l’aiuto a morire da parte del medico curante.

Questa votazione cade in prossimità di un anniversario importante per l’Italia: la morte di Piergiorgio Welby, avvenuta il 20 dicembre del 2006. Per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, la sua malattia e la sua morte divisero il paese e portarono all’attenzione del pubblico i temi dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico, ma soprattutto mostrarono le contraddizioni del sistema sanitario e delle leggi che regolano gli ultimi istanti della nostra vita.

Welby, nato il 26 dicembre del 1945, soffriva di una distrofia muscolare degenerativa dall’età di dieci anni. La malattia gli impedì di concludere gli studi superiori e lo costrinse alla carrozzina a soli trentadue anni. Assistito dalla moglie Mina, dedicò i suoi ultimi anni all’attivismo e al riconoscimento dei diritti dei malati. Nonostante che dal 1997 dovesse usare un respiratore automatico, la sua lucidità mentale gli permise di combattere contro l’accanimento terapeutico. La sua richiesta era semplice: staccare i macchinari che lo tenevano in vita. Sostenuto dai Radicali di Marco Pannella, Welby rivolse una lettera all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano:

“Che cosa c’è di naturale in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa giocare con la vita e il dolore altrui”.

La sua fu una risposta alle parole del Papa Benedetto XVI, che affermavano l’inviolabilità della vita umana “dal concepimento fino al suo termine naturale“. Napolitano tentennò, rispondendo che il tema di particolare complessità sul piano etico richiedesse “un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più”. Era settembre e il grido di dolore riceveva così un nulla di fatto, portando però l’argomento nei telegiornali e quindi nelle case degli italiani.

Il 28 novembre, la Repubblica realizzò un sondaggio telefonico su mille cittadini residenti in Italia e ottiene le seguenti risposte:

Dal caso Welby a Dj Fabo, l’Italia faccia i conti con l’eutanasia

La maggioranza propendeva quindi per il sì e anche l’allora ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, dei Ds, si schierò a favore del malato: “Penso, e spero, che la politica possa con umiltà comprendere una realtà tanto dolorosa. Possa rispettarne l’intima verità. E possa, per una volta, ascoltare prima di giudicare. Come persona e come donna a quella richiesta io mi piego. E credo di doverne sostenere la legittimità e la forza. Bisogna avere il coraggio di dire che non abbiamo il diritto di dire No“.

A propendere per il no, oltre al Papa, era il medico di Welby, che si rifiutava di adempiere la volontà del paziente e di staccare la spina. La questione fu analizzata dal tribunale di Roma, secondo il quale “qualsiasi atto invasivo della sfera fisica, sia di natura terapeutica che non terapeutica, non può avvenire senza o contro il consenso della persona interessata, in quanto l’inviolabilità fisica costituisce il nucleo essenziale della stessa libertà personale; mentre l’imposizione di un determinato trattamento sanitario può essere giustificato solo se previsto da una legge che lo prescrive in funzione di tutela di un interesse generale e non a tutela della salute individuale e se è comunque garantito il rispetto della “dignità” della persona”. Queste parole, espresse nell’ordinanza del 16 dicembre 2006, costituivano un paradosso: il medico non poteva imporre il respiratore contro la volontà di Welby, ma dopo averlo staccato avrebbe dovuto riattaccarlo per salvargli la vita. 

Il principio dell’inviolabilità fisica è riconosciuto dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Convenzione Europea sui diritti dell’uomo e la biomedicina di Oviedo del 1997, oltre che dal codice di deontologia medica, il quale prescrive al medico di desistere dalla terapia quando il paziente consapevolmente la rifiuti. Nel caso in cui il paziente non è in grado di esprimersi, la regola deontologica prescrive al medico di proseguire la terapia fino a quando la ritenga “ragionevolmente utile”.

Dal punto di vista pratico, però, il concetto di ragionevolmente utile è soggettivo, così come quello di dignità della persona, che “appartengono a un campo non ancora regolato dal diritto e non suscettibile di essere riempito dall’intervento del Giudice, nemmeno utilizzando i criteri interpretativi che consentono il ricorso analogia o ai principi generali dell’ordinamento”.

Insomma, un vuoto che la giurisprudenza non può colmare senza un’apposita legge.

Fu un altro medico, Mario Riccio, ad acconsentire al volere d Welby, e la sera del 20 dicembre staccò il respiratore dopo averlo sedato. Ai microfoni di Radio Radicale, dichiarò che ogni terapia fosse rifiutabile, come anche una chemioterapia. “Io ho sospeso una terapia che il paziente rifiutava, è una pratica che si fa comunemente. Negli ambienti di rianimazione non si pratica eutanasia, si pratica la sospensione delle cure”.

L’Udc chiese l’arresto di Riccio, ma il giudice dell’udienza preliminare di Roma lo prosciolse dall’accusa di ‘omicidio del consenziente’. Con la sentenza, è stato dichiarato in sostanza che Welby aveva il diritto di chiedere l’interruzione della ventilazione meccanica e che il medico aveva il dovere di assecondare la sua richiesta.

Tre anni dopo, l’opinione pubblica ha assistito alla vicenda di Eluana Englaro e alla decisione del padre di interrompere l’alimentazione forzata, considerata un accanimento terapeutico. Fu valutata la volontà della donna, che in precedenza aveva assistito a un caso simile ed era stata sentita da un’amica mentre esprimeva il suo parere contrario all’accanimento terapeutico. Sulla base di questa dichiarazione e dei danni cerebrali causati dall’incidente stradale che l’aveva resa un vegetale 17 anni prima, le accuse verso il padre furono archiviate.

In ultimo, il caso di Dj Fabo, tetraplegico e cieco in seguito ad un incidente stradale, che scelse di recarsi in Svizzera per chiedere l’eutanasia. Il caso riaccese il dibattito, trattandosi questa volta di una vera e propria eutanasia. Ad accompagnarlo fu Marco Cappato, esponente dei Radicali, che per il gesto rischiò una pena di 12 anni. La Corte Costituzionale decise in merito che non è punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

La vicenda ha finalmente portato a un risultato giuridico, con la legge sul testamento biologico approvata alla fine del 2017. Per evitare di scaricare il peso giuridico della decisione sui medici, la legge prevede che qualunque maggiorenne, sano o malato che sia, possa esprimere la propria volontà sull’assistenza sanitaria grazie alle Disposizioni Anticipate di Trattamento. Con esso si può accettare di sottoporsi in futuro a qualsiasi cura, chiedere di essere assistita a oltranza oppure rifiutare qualsiasi accertamento o terapia, che sia rianimazione, somministrazione di oppiacei e antidolorifici, intubazione o sedazione profonda.

Ci sono voluti undici anni per arrivare a questo risultato. Per raggiungere la Spagna potrebbe volerci ancora molto e nel frattempo i malati dovranno recarsi in una clinica estera per far valere un diritto come i loro omologhi europei. Questo vuoto normativo richiederà probabilmente un altro Welby o un altro Dj Fabo, qualcuno che, pur nella sua fragilità, abbia la forza di far sentire la sua voce.

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