La cometa di Pasolini


24 Dic , 2020|
| Visioni

Se c’è qualcosa che, davvero, è “contro natura”, ebbene ciò è l’annullamento della socialità. Perché va contro quella “seconda natura”, relazionale, che è quanto caratterizza l’umano. Come ci ha spesso ricordato Remotti, l’umanità “si fa”, cioè è un costrutto culturale, che genera forme diverse. Un campo di lotta simbolica, più che un riparo essenzialistico. L’ethos è l’opposto della retorica moralistica. Quelle forme cangianti, però, ha mostrato Ruth Benedict in quel grande manifesto dell’antropologia critica che è Modelli di cultura,  sono il frutto dell’insieme di risposte specifiche e differenti che i vari raggruppamenti umani elaborano, per reagire alle comuni sfide esistenziali e antropologiche. Le risposte sono diverse, e generano una pluralità di “totalità”, cioè identità culturali, ma le sfide sono elementari e generali, uguali per tutti. Ne deriva una pluralità di culture, che possono ovviamente trasformarsi e sono in costante rapporto con gli “altri”, ma devono avere un loro ubi consistam, una consistenza che le tuteli dall’indifferentismo e dalla dissoluzione, un luogo simbolico e fisico, ancestrale e reale.

Per la civilizzazione cristiana, il presepe è questa scena eloquente (l’Incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio che supera la Caduta), insieme al Golgota (il venerdì santo speculativo di Hegel) e al sepolcro vuoto (la speranza come trascendenza). Non è improprio ricordare come anche per la cultura laica, vi siano matrici del genere, secolari: ad esempio la decisione costituzionale come “origine”, nel caso della nostra Costituzione come “polemica” contro l’oblio della libertà e contro l’iniquità dell’ordine economico e sociale (Calamandrei, Basso lo avevano ben chiaro), cioè come “promessa” di una trasformazione tanto collettiva quanto dei singoli.

L’importante, nell’atteggiarsi delle identità (culturali, religiose, politiche), che sono artifici stabilizzati, accumuli egemonici di senso, è non negare mai se stessi, né demonizzare e inibire il rapporto con le altrui differenze, anche quando è problematico (e capita, è inutile negarlo rifugiandosi in buonismi retorici). Ma la relazione è necessaria, sia con chi è lontano da noi, esterno al gruppo, sia con chi è interno. E va costantemente rinnovata, alimentata. Pena il collasso delle strutture di senso – psichiche e di gruppo – sulle quali si regge la comune umanità, storicamente determinata in un pluriverso. 

Tutto ciò non sarebbe possibile senza coltivare i legami sociali. I corifei del distanziamento sociale via tecnologia, ma anche coloro che sottovalutano gli effetti del confinamento emergenzialista, vagheggiano forse una post-umanità? Sarebbe un incubo, a vantaggio di chi vive in sfere inattingibili e mira a una forma del dominio intangibile come mai è stata nella storia, perché dissimulata in modalità che la rendano abitudine standardizzata, conformismo senza vitalità né memoria, automatismo algoritmico. Dal lavoro all’istruzione, alla stessa cura, credere di poter ricondurre la garanzia dei diritti sociali e il bisogno di protezione nel privato, nella dimensione domestica e nell’invisibilità, è non solo illusorio, ma pericoloso. Perché significa negarne la dimensione collettiva, che non può certo essere disgiunta dal valore simbolico dello spazio pubblico. La stessa libertà, un’aspirazione e un lascito della tradizione europea che è impensabile liquidare, si nutre della possibilità di proiettarsi in uno spazio esterno, di muoversi in esso e interagire.

Chi ritiene accettabile la proroga su tempi lunghi e comunque indefiniti, in un regime di costante incertezza, del distanziamento sociale, mostra di non avere la benché minima cognizione delle risorse e dei presupposti sui  quali poggia non solo l’ordine democratico, ma la stessa antropologia che lo sostiene. Un potere che opera nell’opacità e nel segreto è sempre a rischio di farsi arbitrario, imprevedibile. Dilatare i tempi dell’emergenza, renderla indefinita, non fornirne adeguata giustificazione pubblica, sulla base di dati trasparenti e coerenti, significa forzare la gestione dell’emergenza in stato di eccezione amministrativo.

Una recente sentenza del TAR Lazio ha per fortuna messo in guardia da questo rischio, in merito all’adozione di dpcm che intervengono pesantemente e per un tempo ormai troppo lungo sulle libertà personali, appellandosi a pareri “tecnici” e perciò presuntamente indiscutibili, ma in realtà spesso controversi e non trasparenti, anche perché avvolti in una coltre di segretezza, che li sottrae per troppo tempo alla verifica e allo scrutinio pubblico.

Chi, poi, pensasse di operare scientemente un uso politico-mediatico del confinamento per fiaccare le coscienze e neutralizzare definitivamente la possibilità stessa del conflitto, sotto il ricatto della paura, alternando bastone e carota, non solo mostrerebbe di non preoccuparsi affatto dei veri nodi che abbiamo di fronte (trasporti, scuola, sanità territoriale), ma rivelerebbe una ben scarsa considerazione della condizione umana: sarebbe, pertanto, il più pericoloso virus del nostro tempo. Non un katéchon, un freno del caos, ma un “signore dell’iniquità” dal volto mellifluo e fintamente rassicurante.

Dono è convivialità. Avendo i nostri governanti pasticcioni negato, con grande leggerezza, la convivialità del Natale (rimangiandosi quanto detto e mostrando ben scarsa coerenza razionale), anche il dono, con la sua funzione di rigenerazione del legame sociale, sembra oggi inibito.

Dobbiamo seguire una cometa alternativa. Quella che aveva immaginato, con lo sguardo profetico del poeta, Pier Paolo Pasolini nel trattamento del suo ultimo film (Porno-Teo-Kolossal), purtroppo mai realizzato, che avrebbe avuto – non a caso – Eduardo come protagonista, un Re Mago contemporaneo. Nella scena finale del film, alla fine di un lungo percorso, la cometa illumina una grotta vuota: il Messia è nato lì, ma ormai è morto, ed è stato dimenticato. Per la delusione, il Re Mago muore, ma la sua  anima vaga in cielo, accompagnata dall’anima del suo servo/compagno di viaggio, che l’aveva seguito devotamente nel suo pellegrinaggio. Osservando la Terra, Eduardo avrebbe dovuto dire: “La cometa che ho seguito è stata ‘na strunzata, ma senza questa strunzata, Terra, non ti avrei conosciuto”. A quel punto salgono dalla Terra dei canti, rivoluzionari. “E mo’?”, si chiede il re Mago. Il suo servo gli risponde: “Nun esiste la fine. Aspettamo. Quarche cosa succederà”. È anche l’augurio della Fionda.

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