Libertà e socialdemocrazia. A proposito del modello svedese di fronte al Sars-Cov-2


29 Dic , 2020|
|Scienze e potere|Visioni

Appare oggi particolarmente complesso parlare della Svezia e delle misure adottate dal Paese scandinavo nel fronteggiare l’epidemia di Sars-Cov-2, senza rendersi consapevolmente o inconsapevolmente portavoce di una posizione ideologica, di una forma di propaganda e di una polarizzazione sempre più marcata: una divisione tra quelli che potremmo definire, da un lato, i tutto-chiuditisti, sostenitori a tutti i costi di generalizzate chiusure e limitazioni delle libertà personali; dall’altro, degli apri-tuttisti, coloro per i quali non andrebbe adottata alcuna misura di chiusura o di limitazione per evitare il diffondersi del contagio, né tantomeno, alcuna misura di protezione individuale e collettiva.

Questa discussione, che da giorni e mesi si sta consumando su tv, giornali, blog e social, non sembra portare a grandi risultati, né sul piano della conoscenza e comprensione di un fenomeno, né tantomeno su quello dell’analisi, ma è funzionale alla creazione di un falso dibattito tra opposte tifoserie che, se da un lato garantisce un alto livello di audience, dall’altro esclude ogni possibilità di reale approfondimento e lucida riflessione. Come per altri temi di attualità legati alla diffusione dell’epidemia e alle misure di contrasto, dalla scelta delle terapie farmacologiche all’opposizione vaccinisti/anti-vaccinisti, mask/no-mask, fino alle limitazioni delle libertà, la polarizzazione del dibattito sulle scelte sanitarie e politiche del governo e delle autorità svedesi segna una divisione mediaticamente orientata tra buoni e cattivi, tra quanti pensano e si muovono nel campo del politicamente corretto e dell’accettabilità pubblica, e quanti, invece, rientrano nella dimensione del politicamente e mediaticamente censurabile o del cosiddetto complottismo. Come osservava nella sua rassegna settimanale l’epidemiologo francese Didier Raoult, «tra la totale naïveté e il complottismo, vi è spazio per la lucidità»[1], ovvero per una riflessione razionale e sperimentale, che non si autocensuri nell’osservare le incongruenze e le contraddizioni di una rappresentazione mediatica spesso dogmatica, acritica e presuntamene scientifica della realtà, senza per questo scadere in una visione altrettanto semplificata e riduzionista. Entrambi i poli di questa divisione, quello scientista e quello complottista, finiscono, dunque, con l’escludere la razionalità dal dibattito pubblico.

Vorremmo qui analizzare il caso Svezia senza cadere in questa polarizzazione, ma osservando le scelte assunte dal governo guidato dal primo ministro Stefan Löfven, alla luce delle ragioni politico-culturali, e dei principi socialdemocratici di tutela dei diritti sociali e delle libertà fondamentali sanciti dalla Costituzione svedese[2].

Sin dal diffondersi dell’epidemia durante il marzo 2020, il governo svedese, su suggerimento dell’epidemiologo consulente di Stato, Anders Tegnell, non ha adottato alcun lockdown, a differenza degli altri Paesi europei, né tantomeno alcuna chiusura delle attività produttive e commerciali, delle scuole, fino ai 16 anni di età, dei luoghi di culto, dei ristoranti e dei bar, nessuna limitazione della libertà di spostamento dei propri cittadini, né l’obbligo d’indossare mascherine. Piuttosto che ricorrere a divieti e imposizioni, il governo si è limitato a raccomandare comportamenti prudenti, facendo affidamento sulla responsabilità dei cittadini, focalizzandosi in particolare sull’igiene, sul telelavoro e sul distanziamento, vietando gli assembramenti con più di 50 persone e le visite agli anziani nelle case di riposo, consigliando l’autoisolamento alle persone di età superiore ai 70 anni e alle categorie a rischio[3].  

L’adozione di misure meno rigide e a tutela delle libertà non ha, tuttavia, significato un convivere con l’epidemia come se questa non esistesse, un atteggiamento di normale quotidianità e di vita sociale. L’autoisolamento delle categorie a rischio, il distanziamento e il telelavoro hanno, in effetti, alleggerito il numero delle persone nelle strade, nei mezzi e nei luoghi pubblici dove maggiore era la possibilità di contagio. Alla fine di settembre, la Svezia registrava all’incirca 5.850 decessi, con una media di 573 decessi ogni milione di abitanti[4], per un totale di 10,23 milioni di abitanti.

La scelta di non adottare rigide chiusure e limitazioni delle libertà personali ha caratterizzato la prassi del governo e delle autorità svedesi anche tra ottobre e dicembre 2020[5]. Tuttavia, di fronte alla previsione del picco di diffusione dell’epidemia e dei contagi alla metà di dicembre[6], e alla saturazione dei posti di terapia intensiva negli ospedali[7], il governo svedese ha applicato misure più rigide, fino ad allora non praticate: dalla chiusura delle scuole alla didattica a distanza fino al 24 gennaio, a una limitazione negli accessi alle attività commerciali, alle palestre e ai ristoranti, dalla chiusura delle piscine, dei musei e delle biblioteche, a un invito a incrementare il telelavoro e al suggerire l’uso delle mascherine sui mezzi pubblici. Il numero dei decessi è salito fino a toccare quota 8.279, con una media di 817 decessi ogni milione di abitanti[8]. Nel confronto con gli altri Paesi scandinavi, Norvegia, Finlandia e Danimarca, che hanno applicato parziali e più severe misure di chiusura, nonché un numero maggiore di test e di attività di prevenzione e isolamento dei casi, la Svezia è quello che registra il maggior numero di casi positivi e di decessi. Rispetto ai suoi oltre 8000 decessi, la Danimarca ne registra un totale di 1,153 con una media di 199 ogni milione di abitanti, la Finlandia un totale di 524 con una media di 59 per milione di abitanti e, infine, la Norvegia con un totale di 421 e una media di 77 per milione di abitanti[9]. Al di là dell’omogeneità delle condizioni climatiche e socio-demografiche tra questi Paesi, occorre tener conto che la Svezia è quello con il maggior numero di abitanti, circa 10 milioni e mezzo, a fronte degli altri tre che si aggirano tra i 5 e i 5 milioni e mezzo.

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Come già nel marzo scorso, rispetto alla decisione del governo svedese di non applicare un lockdown, così anche ora, le poco severe limitazioni, l’aumento dei contagi, dei ricoveri e dei decessi giornalieri, ha attirato non poche critiche da parte dei media internazionali e di riviste scientifiche tra cui The Lancet[10]. Tuttavia, l’articolo a firma di Mariam Claeson e Stefan Hanson apparso sulla prestigiosa rivista, già protagonista nel maggio scorso della ritrattazione di un articolo contro l’uso dell’idrossiclorochina nel trattamento del Covid-19, rivelatosi poi basato su dati falsati[11], non pone alcun effettivo argomento di critica scientifica alla strategia del governo e delle autorità svedesi, se non l’imputarne la scelta di non aver applicato le direttive dell’OMS, né alcuna rigida misura di chiusura e limitazione delle libertà personali. L’articolo apparso su The Lancet era stato preceduto dalle parole dello stesso re Carlo XVI Gustavo di Svezia, il quale in una recente intervista aveva sostenuto il fallimento della strategia del Paese, ovvero del governo, contro il coronavirus[12]. Una dichiarazione, questa, particolarmente insolita da parte di un capo di Stato che, nel suo ruolo di neutralità avrebbe dovuto garantire imparzialità, astenendosi dal giudizio sull’operato del governo nazionale.

Nonostante la comunicazione e la rappresentazione mediatica e di una parte politica, i numeri effettivi registrati dalla Svezia non sembrano testimoniare della catastrofe annunciata da tv, giornali e blog. Confrontando il numero dei decessi nella primavera del 2020 con quelli dell’autunno, emerge, da un lato, una profonda discrepanza rispetto alla comunicazione mediatica, dall’altro, come i decessi registrati nel primo semestre dell’anno – 5.768 al 15 agosto – siano superiori a quelli del secondo – 2.511[13]:

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Allo stesso modo, il numero dei decessi accertati in Svezia per Covid-19 non sembra aver fatto schizzare in alto il numero dei decessi totali registrati fino all’11 dicembre 2020, ma questi appaiono in linea e nella media, se non inferiori, ai dati sulla mortalità nel Paese tra il 2010 e il 2020[14].

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La rinuncia all’applicazione delle misure di confinamento, di lockdown, di coprifuoco e controllo o limitazione degli spostamenti, nel tentativo di tutelare sia il diritto alla salute, sia i diritti, le libertà personali e la vita economica del Paese, ha rappresentato una scelta fondata su ragioni non soltanto sanitarie o di ordine pubblico, ma culturali e antropologiche, come ha affermato lo stesso responsabile della strategia sanitaria svedese, Tegnell, in un’intervista dell’ottobre scorso al Corriere della Sera[15].  Essa rispecchia, cioè, un orientamento politico e culturale dei singoli Paesi: un orientamento fondato, nel caso svedese, sulla necessità di tutelare i diritti sociali e, insieme, le libertà fondamentali degli individui, all’interno del quale le autorità nazionali non agiscono per imporre decisioni che possano contraddire lo spirito della Costituzione del Paese, ma nella salvaguardia del diritto alla salute che non esclude quello al lavoro. Allo stesso tempo, quest’orientamento tende a responsabilizzare i cittadini e a porli come in grado di autodisciplinarsi, senza la necessità da parte delle autorità sanitarie e delle istituzioni politiche d’imporre delle sanzioni e delle misure coercitive. Un orientamento, questo, profondamente in linea con il sostrato culturale, religioso e antropologico tipico del protestantesimo scandinavo. Allo stesso tempo, l’orientamento svedese manifesta la profonda differenza e la distanza rispetto all’approccio paternalistico, tendente al disciplinare e al sanzionare i propri cittadini, messo in campo dalle autorità sanitarie e dal governo italiano, in cui è possibile rintracciare elementi di matrice cattolica, storicamente radicatisi nella collettività.

Vi è, dunque, nella scelta svedese, una forte ragione antropologica e culturale, tendente a tutelare un’idea di libertà non liberista, ma profondamente socialdemocratica, in cui lo Stato è il soggetto garante, a ogni livello, sia dei diritti sociali fondamentali dei suoi cittadini, dall’accesso alle cure al lavoro, dalla casa all’istruzione, dalla pensione alle tutele per i disoccupati, sia delle libertà fondamentali di movimento, di culto, di opinione, di parola, di espressione, di stampa e di manifestazione.

Se questo stesso modello socialdemocratico, tendente a tutelare legandoli insieme sia i diritti sociali che le libertà civili, è valido anche nell’assetto costituzionale italiano, non lo è poi né nella pratica, né nella rappresentazione del Paese da parte delle autorità politiche. È significativo, ad esempio, che nell’ultima conferenza stampa del 18 dicembre 2020 del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nell’illustrare le restrizioni e le limitazioni alla libertà di spostamento e le sanzioni imposte per le festività natalizie, l’Italia sia stata definita non come una socialdemocrazia, qual è il modello espresso dalla sua Costituzione, ma come un «sistema liberal-democratico»[16]. Ciò appare come il sintomo, forse inconsapevole, dello scollamento in atto in Italia, da oramai lungo tempo, delle libertà civili dalla solida base dei diritti sociali, e che sembra aver determinato l’aleatorietà dei primi, vale a dire la possibilità di una loro sospensione in uno stato emergenziale o di eccezione. Se la sospensione o l’ibernazione delle libertà civili sperimentata durante l’epidemia è una possibilità offerta dagli ordinamenti dei singoli Paesi, ciò costituisce, tuttavia, una misura meno pericolosa per la tenuta di una società e di uno Stato, laddove siano garantiti i diritti sociali fondamentali come l’occupazione, la casa, la salute, la pensione, l’istruzione, qual appunto è il caso svedese[17]. Dove, invece, i diritti sociali siano già venuti meno, la sospensione dei diritti civili, l’introduzione di limitazioni alla libertà di spostamento, di assembramento e di manifestazione, i coprifuoco, la chiusura obbligata di attività commerciali e professionali, determinano un pericoloso precedente che avvia quel Paese lungo un crinale in cui le limitazioni imposte ai propri cittadini possono imporsi come una pratica di governo non più solo ed esclusivamente emergenziale.

La scelta di non applicare rigide misure restrittive delle libertà personali non ha caratterizzato soltanto la Svezia, ma anche, tra gli altri, il Giappone, la Corea del Sud e, in parte, la Svizzera. Anche per questi Paesi, la scelta di non adottare chiusure e restrizioni ha attirato critiche diffuse da parte del mondo mainstream, come se la non applicazione del lockdown e le misure di confinamento e le limitazioni dei diritti e delle libertà individuali, costituissero una mancata tutela sanitaria della popolazione. Occorre sgomberare il campo da equivoci: come abbiamo potuto sperimentare in Italia in questi mesi, i lockdown, le limitazioni alla libertà di spostamento, i coprifuoco, non costituiscono una misura direttamente sanitaria, ma un provvedimento di ordine pubblico e di pubblica sicurezza che si rende necessario in assenza di un sistema sanitario nazionale adeguato. La limitazione delle libertà personali tramite un lockdown si rende, cioè, necessaria laddove in un Paese vi sia carenza di posti letto e di personale medico-ospedaliero in strutture pubbliche, di terapie farmacologiche, di personale medico di base, mancanza di edifici e di personale scolastico sufficienti ad alleggerire il numero massimo di alunni per classe, carenza di mezzi di trasporto pubblico, a cui si aggiungono l’impreparazione e la poca lucidità delle istituzioni politiche e delle autorità sanitarie a fronteggiare un’emergenza epidemiologica. Le cause di queste mancanze sono da rintracciarsi nelle politiche di tagli alla spesa pubblica e di sotto finanziamento perseguite in Unione Europea negli ultimi trent’anni. In altre parole, il lockdown, con le conseguenze che esso comporta sul piano dell’aumento delle diseguaglianze economiche e sociali, della povertà, sull’aumento della disoccupazione, dei suicidi, dei rischi per la salute fisica e psicologica delle persone, è una misura di pubblica sicurezza che si rende necessaria laddove vi siano delle carenze da parte di uno Stato nella tutela e nella salvaguardia dei diritti sociali e delle libertà fondamentali dei propri cittadini. In altre parole, la strategia del lockdown costituisce il mascheramento di un fallimento sanitario e sociale di uno Stato, nel perseguimento di un agenda politica ed economica liberista di tagli alla spesa, non certo una strategia lungimirante inspirata a un responsabile principio di protezione sociale. 

Non è forse un caso se i Paesi che hanno applicato chiusure e limitazioni meno rigide, registrando un numero minore di decessi, siano stati quelli in cui sono state applicate politiche di tagli al sistema sociale meno invasive, senza depotenziare il sistema sanitario nazionale e l’accesso alle cure. Osservando i dati sulla mortalità di Corea del Sud, Giappone, Svezia e Svizzera, in rapporto a quei Paesi che hanno applicato le restrizione tra le più rigide, come Italia e Francia, emerge come questi ultimi abbiano raggiunto inquietanti risultati, venendo meno sia alla tutela della salute pubblica, che dell’economia nazionale e delle libertà. Rispetto ai 793 decessi della Corea del Sud e ai 15 per milione di abitanti (popolazione totale 51,64 milioni), ai 3.155 decessi del Giappone e ai 25 per milione di abitanti (popolazione totale126,5 milioni), agli 8.279 decessi della Svezia con 817 per milione di abitanti (popolazione totale 10,23 milioni), ai 7.191 decessi della Svizzera con 828 per milione di abitanti (popolazione totale 8,57 milioni), la Francia registra 62.427 decessi con una media di 955 per milione di abitanti (popolazione totale 66, 99 milioni), e l’Italia 71.620 decessi con la quinta media più alta di 1.185 morti per milione di abitanti (popolazione totale 60,36 milioni).

Libertà e socialdemocrazia. A proposito del modello svedese di fronte al Sars-Cov-2

Quello che possiamo osservare dall’analisi del caso Svezia, in relazione sia ai Paesi che come lei non hanno applicato lockdown o ne hanno applicati solo parzialmente, sia a quelli che ne hanno applicati tra i più rigidi, è che, laddove nel lungo periodo siano stati siano saldamente salvaguardati diritti sociali e libertà civili, senza adottare politiche economiche anti-welfariste di tagli alla spesa pubblica, tutelando un’idea di libertà intesa come libertà dal bisogno, i rischi in un momento di emergenza, sia per la salute pubblica, sia per la vita economica e democratica del Paese, siano stati minori. Credere che i lockdown e le limitazioni delle libertà civili costituiscano l’unica soluzione possibile per fronteggiare l’epidemia, e non la scelta di un nuovo paradigma politico-economico che porti al necessario incremento della spesa pubblica e al ripristino dei diritti sociali, appare come l’espressione di una falsa coscienza sempre più radicata. Sotto la spinta di un dibattito pubblico e mediatico falsato, che attacca con campagne di delegittimazione e di criminalizzazione quei Paesi che hanno scelto di non adottare misure restrittive delle libertà personali, questa nuova falsa coscienza, apparentemente progressista, ma profondamente liberista, non permette di comprendere la regressione in atto in Paesi come l’Italia e la Francia, incapaci di salvaguardare non soltanto i diritti sociali riconosciuti dalle loro costituzioni, ma anche le libertà civili.     


[1] D. Raoult, Le travail de terrain plus utile que le travail de bureau, rassegna settimanale dell’IHU Méditerranée-Infection, 2 dicembre 2020, https://www.youtube.com/watch?v=WifGwz484_s.

[2] Cfr. Svezia. Legge sulla forma di governo, si veda in particolare, cap. I, I principi fondamentali della Costituzione, art. 2-3; cap. II, I diritti e le libertà fondamentali, art. 1, 3, 6, 7, , 8, 12-14, cap. VIII, Leggi ed altre disposizioni, art. 1, http://www.astrid-online.it/static/upload/protected/SVEZ/SVEZIA.pdf.

[3] Maddy Savage, Coronavirus: Has Sweden got its science right?, in BBC News, 25 aprile 2020, https://www.bbc.com/news/world-europe-52395866; Karolina Modig e Saphora Smith, Sweden defies lockdown trend, bets on residents acting responsibly, in NBC News, 1º aprile 2020, https://www.nbcnews.com/news/world/sweden-defies-lockdown-trend-bets-citizens-acting-responsibly-n1172781.

[4] Fonte dati: https://www.worldometers.info/coronavirus/.

[5] Ansa, Covid: premier svedese, la nostra strategia non è cambiata, 22 dicembre 2020 https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/12/22/covid-premier-svedese-la-nostra-strategia-non-e-cambiata_83568395-86c5-4d93-bdcf-116889ee67af.html.

[6] Ansa, Covid: Svezia, picco atteso a metà dicembre, 26 novembre 2020, https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2020/11/26/covid-svezia-picco-atteso-a-meta-dicembre_9050e61f-6c77-4110-8d0b-2006ba5a2551.html.

[7] Cfr. S. Rushworth, Update on the Swedish covid response, https://sebastianrushworth.com/2020/12/19/update-on-the-swedish-covid-response/.

[8] Fonte dati: https://www.worldometers.info/coronavirus/.

[9] Fonte dati: https://www.worldometers.info/coronavirus/.

[10] M. Claeson, S. Hanson, COVID-19 and the Swedish enigma, in «The Lancet», December 22, 2020, https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32750 1/fulltext?fbclid=IwAR2ENtb8_cl4LigqXWT1kGISpQeD2lI0vWihaHpD1Va87yfitfLv1Rhlyjc#%20.

[11] M. R. Mehra, S. S. Desai, F. Ruschitzka, A. N. Patel, RETRACTED: Hydroxychloroquine or chloroquine with or without a macrolide for treatment of COVID-19: a multinational registry analysis, https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31180-6/fulltext

[12] https://www.agi.it/estero/news/2020-12-17/re-di-svezia-accusa-governo-gestione-covid-10717005/.

[13] Fonte dati: https://www.worldometers.info/coronavirus/.

[14] Fonte dati: https://www.statista.com/statistics/525353/sweden-number-of-deaths/.

[15] G. M. Alari, Coronavirus in Svezia, parla il regista della strategia di Stoccolma: «Da noi niente lockdown e ora non c’è la seconda ondata», Corriere della Sera, 18 ottobre 2020, https://video.corriere.it/esteri/coronavirus-svezia-parla-regista-strategia-stoccolma-da-noi-niente-lockdown-ora-non-c-seconda-ondata/93329cfc-1080-11eb-bf58-6564bb782bca; cfr. S. Orlando, Coronavirus, la Svezia ha lasciato «tutto aperto»: «Inutile chiudere, meglio il contagio graduale», Corriere della sera,2 aprile 2020, https://www.corriere.it/esteri/20_aprile_02/coronavirus-svezia-ha-lasciato-tutto-aperto-inutile-chiudere-meglio-contagio-graduale-90d2ce40-7419-11ea-b181-d5820c4838fa.shtml

[16] G. Conte, Coronavirus, conferenza stampa del Presidente Conte, 18 dicembre 2020 https://www.youtube.com/watch?v=Xq9D0awZA-w.

[17] Cfr. Noralv Veggel, The Nordic Model – Its Arrival and Decline, in Global Journal of Management and Business Research: Administration and Management, vol. 14, n. 9, 2014, pp. 60–94.

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