“Il problema dei tre corpi” – l’hard science fiction cinese incontra la sociologia cosmica


3 Gen , 2021| and
| 2021 | Recensioni

La trilogia “Il problema dei tre corpi”, dal nome del primo dei tre romanzi (nota nel mercato USA come “Remembrance of Earth’s Past”), scritta dall’autore cinese Liu Cixin, classificata da Wikipedia come “Hard science fiction and Alien invasion”, o più banalmente in italiano “romanzi di fantascienza”, è a ben vedere quasi più un trattato di sociologia (cosmica, ovviamente).

Ma andiamo per ordine, presentando i diversi contesti in cui si svolgono le vicende dei tre romanzi. Il romanzo iniziale, il sopracitato “Il problema dei tre corpi”, inizia il proprio svolgimento durante il periodo della Rivoluzione Culturale cinese degli anni 60/70 del secolo scorso. L’autore ha il pregio di portare all’attenzione del pubblico internazionale uno spaccato, seppur breve, di quel periodo storico che cambierà completamente la storia della Cina, determinandone anche il presente. In questi primi capitoli, Liu Cixin propone, in maniera semplice ma allo stesso tempo efficace (in un confronto memorabile tra Ye Zhetai e alcune giovani guardie rosse), due aspetti: in primo luogo l’evoluzione teorica che il “socialismo con caratteristiche cinesi” ha subito dopo la Rivoluzione Culturale, in cui dal dogmatismo utopistico si è passati a un sistema in cui la pratica è l’unico criterio di verità, ossia in cui l’ideologia deve essere subordinata al metodo scientifico; in secondo luogo pone le radici dell’albero della trama che crescerà, fino a dipanarsi in diverse conseguenze, nei tre libri.

Ovviamente (non è un grande spoiler) i libri parlano anche di alieni, ma il primo dei romanzi si concentra prevalentemente sullo svolgimento di fatti umani sulla Terra. La narrazione si

basa principalmente sul mistero, quasi un romanzo giallo in cui il lettore cerca costantemente di capire chi sia l’assassino, ma nel nostro caso, trattandosi di fantascienza, il mistero ruota attorno ai “tre corpi” che danno il titolo al libro, a cosa siano effettivamente e a cosa possano rappresentare, in positivo o in negativo, per l’umanità. Il tutto portato avanti con l’intreccio di storyline apparentemente separate che però arrivano a incastrarsi perfettamente l’una con l’altra.

Il secondo libro, “La materia del cosmo” (il cui titolo inglese risulta molto più centrato rispetto alla trama, “The Dark Forest”, ovvero “la foresta oscura”), è ambientato per due terzi nel presente mentre l’ultima parte in un prossimo futuro. Avendo svelato l’arcano al termine del primo libro, il seguito presenta gli sforzi dell’umanità per fronteggiare eventi a cui non è preparata, ossia (anche qui senza particolare spoiler) l’incontro con una civiltà aliena. Per quanto supporti costantemente lo scandire della trama, la tecnologia non è il soggetto principale, sostituita invece dalla sociologia e dalla psicologia umana. Per non essere equivocati: parliamo sempre di una serie di fantascienza, in particolare “hard science fiction”

o “sci-fi”, ma questo è un contorno, un luogo della trama. Il fulcro sta nell’interazione tra civiltà e tra le persone. In particolare, in questo libro si fa strada l’idea della “sociologia cosmica”, una disciplina di invenzione dell’autore il cui nome evocativo non può non portare alla memoria la “psicostoria” di Asimov. Tale idea avrà un ruolo centrale nel finale del libro e la si potrebbe sintetizzare con questa citazione del protagonista Luo Ji, che fa anche capire perché abbiamo indicato il titolo inglese come quello più azzeccato per questo secondo capitolo: <<l’universo reale è nero [..] il cosmo è una foresta oscura. Ogni civiltà è un cacciatore armato, che se ne sta appostato tra gli alberi come un fantasma>>[i]. Anche in questo caso risulta difficile non richiamare alla memoria un’altra famosa citazione, quella di Enrico Fermi, che costituirà poi il famoso “Paradosso di Fermi”, “Dove sono tutti quanti?”.

Il terzo e ultimo libro “Nella quarta dimensione” (anche in questo caso il titolo inglese meglio descrive la sua posizione nella trilogia, “Death’s End”) parte da un flashback nel presente per poi svolgersi in diversi futuri, da quelli più prossimi a quelli più lontani. Questo ultimo capitolo della serie descrive con magnificenza il respiro cosmico dell’autore, abbracciando concetti difficilmente riscontrabili in altri romanzi di fantascienza, di sottogenere “hard science fiction” e non. Il libro presenta le estreme conseguenze delle azioni compiute dai vari personaggi principali dei tre libri, mostrando al lettore come la scala del tempo percepita dall’uomo sia nulla in confronto alla scala dei tempi cosmica.

In particolare, vorremmo soffermarci su alcuni aspetti e sulla protagonista di questo terzo libro. Un aspetto importante che Liu Cixin mette in evidenza sulla razza umana è l’arroganza con cui l’umanità si rapporta con la natura e l’universo, andando contro di fatto al metodo scientifico (che invece è basato sull’umiltà di porre sempre sotto verifica le proprie convinzioni) a cui l’autore da così importanza, come abbiamo detto all’inizio di questa recensione. Prendendo a prestito le parole di uno dei personaggi:<<la debolezza e l’ignoranza non pregiudicano la sopravvivenza, ma l’arroganza si.>>[ii].

L’altro aspetto di sostanza è la concezione della natura che ci mostra l’autore, una concezione che è alla base sostanziale di tutta la trilogia, una natura che è costantemente e immancabilmente plasmata in maniera dialettica dalla vita “intelligente”: <<Quanto sarà stato alterato [il cosmo] dalla vita? [..] la natura è davvero naturale?>>[iii].

In ultimo vediamo la protagonista del terzo libro, Cheng Xin. L’autore ci mostra questo personaggio mosso da una sostanziale buona fede verso il prossimo (anche verso altre razze), dalla benevolenza, da una forte concezione dei doveri morali e come questo si vada a scontrare con la “foresta oscura”.

La trama della serie è, a nostro parere, molto originale, ricca di spunti innovativi o presenti in parte in opere di altri autori ma mai presentati tutti insieme e, soprattutto, in modo organico e profittevole ai fini della narrazione. Non per nulla Liu Cixin è stato definito da alcuni come l’“Arthur C. Clarke cinese”. La commistione di mistero, fatalismo e speranza si mescola perfettamente nell’arco narrativo della serie, sicuramente in modo molto diverso dalla “tipica” fantascienza di natura occidentale a cui si può essere abituati. Con questo non si vuole stabilire una sorta di gerarchia in termini assoluti, ma sottolineare il fatto di come possa essere interessante avventurarsi in lettura dal carattere diverso da quello solito.

Questo suo differenziarsi dallo stile occidentale del romanzo di fantascienza porta con sé quello che potrebbe essere definito (ma dipende molto dalle preferenze stilistiche del lettore) il difetto principale della serie di romanzi, ossia la frequente lentezza della narrazione e dello svolgimento della trama. Le vicende sono a volte narrate da punti di vista di più personaggi (in modo simile a come avviene nella serie “The Expanse” ad esempio, ma qui in modo meno sistematico), con dovizia di particolari che a primo avviso sembrano essere inutili ma che spesso sono indispensabili per dare luogo ad/giustificare eventi futuri. Anche i dialoghi tra i personaggi, che servono a dare un contesto, anche culturale, al racconto, possono “distrarre” il lettore.

L’altro difetto, in questo caso della trama, che si vuole presentare, è uno degli espedienti narrativi di maggior peso introdotti dall’autore. Senza volerla citare direttamente per non introdurre spoiler, la tecnologia in questione risulta essere quasi magica, anche inserita nel vasto e visionario universo del libro, e può portare ad una serie di quasi-incoerenze con altri fatti presentati nella serie. Questo espediente è però necessario perché la narrazione possa portare al lettore quelle emozioni di scoramento e gravità della situazione, necessari alla resa della trama stessa.

In conclusione, al netto della diversità di stile narrativo che potrebbe risultare un po’ più difficile da digerire al tipico lettore di fantascienza e al netto di un espediente narrativo molto forte, la serie ha diversi pregi che la rendono un must. Tra questi troviamo sicuramente la capacità di portare nel panorama della fantascienza una visione molto originale e profonda, che riguarda sì la tecnologia e la sua interazione con le persone ma anche l’evolversi della società umana (e cosmica), con i suoi travagli e i suoi successi, in particolare di fronte all’inaspettato. Inoltre, anche il breve excursus sulla Rivoluzione Culturale cinese è una chicca che difficilmente sarà possibile trovare, specialmente per il tipico lettore occidentale che non conosce il mandarino, in altri romanzi di questo genere.


[i] “La materia del cosmo”, p.499

[ii] “Nella quarta dimensione” p.563

[iii] ivi p.32/33

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