Sono andato a scuola ogni giorno…


4 Gen , 2021|
| 2021 | Sassi nello stagno

Sono andato a scuola ogni giorno negli ultimi due mesi per sedermi davanti allo schermo di un computer. Davanti a me i banchi vuoti, sullo sfondo di un monitor mediante il quale la lezione diventa il suo contrario, assenza di relazione. Con me, fuori dall’aula, una collaboratrice scolastica che ha pensato bene – forse – di dover incarnare con ancora più convinzione la serietà del suo ruolo. I colleghi invece… fatta eccezione per pochi altri… latitanti. Tutti in preda alla paura. La paura dilaga e divaga evidentemente, diventando elemento di distrazione, che dis-trae dal ruolo che avrebbero dovuto incarnare in un momento come questo. Evidentemente non basta una laurea per capire che la morte fa parte della vita, che la morte la si può incontrare in qualunque circostanza e in qualunque luogo, e che l’unico modo per non farsi prendere davvero, per non morire davvero, per non morire da vivi, è non farsi trovare pronti, non farsi trovare in attesa. Non si può vivere con una pistola puntata alla tempia, perché altrimenti si può essere costretti a fare qualunque cosa, ad accettare qualunque cosa. Evidentemente, non c’è più quel ruolo giuridicamente cancellato dal governo Amato nel ’93, che ha trasformato i docenti in impiegati – che li ha resi infine incapaci di mostrarsi come nient’altro che quello (missione riuscita, bersaglio centrato, nemico affondato), persone impiegate, usate – e in quanto tali private realmente di quella libertà di insegnamento che in molti hanno addirittura creduto di conquistare finalmente con l’aziendalizzazione della legge Bassanini-Berlinguer. Mentre la realtà è che hanno rinunciato a quello che avevano, convinti che venisse loro promesso e garantito ciò che invece stavano loro togliendo. No, evidentemente, non basta una laurea per capire. L’ideologia non è solo la visione rovesciata del mondo, ma è anche lo specchio di una condizione in cui la vita risulta rovesciata. E non basta una laurea per rimediare, serve qualcosa come quel conatus di matrice spinoziana, la forza di una collettività che solo un popolo può avere, quando è il popolo ad averla. Consapevolmente. Oggi, invece, siamo di fronte alla totale assenza di critica: la morte, appunto. Un pensiero che anziché accorgersi di camminare sulla testa – come osservava sagacemente Marx rispetto all’idealismo hegeliano -, ha finanche spalancato le gambe al vento, facendo del capovolgimento ideologico il parametro a cui restare fedeli.

Forse è per tutto questo che oggi molti insegnanti sembrano aver smarrito il senso di in-segnare (e cioè lasciare il segno, incidere, nella vita di qualcuno), o peggio ancora credono di dover segnare le future generazioni con il loro mediocre esempio, l’esempio di chi sembra ritenere che la vita sia la «nuda vita», la durata biologica di una singola esistenza: caro Hegel, il finito si è fatto infinito, è l’assoluto, per di più privo di spirito, privato, deprivato, un assoluto che è letteralmente ab-soluto, sciolto da qualunque relazione con il senso e la dimensione di significato che sola può dirci di un’umanità che esiste realmente. Un assoluto che tutto riconduce a privi-legio, legge privata, diritto per pochi, diritto ad personam, diritto alla vita che è esclusivamente salute che non salva più nessuno. «L’importante è la salute» – sembriamo ripeterci oggi. Si badi bene, chi scrive non ha in spregio la salute, tanto meno la propria, né certamente quella degli altri, non ha in spregio la condizione essenziale per esprimere e dare corpo alla concreta libertà di agire e partecipare alla vita della polis. Tuttavia, il motto «l’importante è la salute» era originariamente un motto ironico (dal greco εἰρωνεία, eirōneía, «dissimulazione»). Si afferma che l’importante è la salute quando tutte le cose davvero importanti per un essere umano sono venute meno: si afferma, in realtà, che l’importante non è la salute, ma tutto il resto, che viene a mancare proprio quando quella è eretta a unico valore, ad assoluto. Quel motto, una volta, veniva pronunciato con una smorfia di amarezza commista a dolore intriso di rassegnazione e risentimento. Oggi con quel motto si vorrebbe affermare il proprio esclusivo diritto a sopravvivere, ma la sopravvivenza non può essere il fine della società; quantomeno, non può esserlo da un punto di vista ontologico: a meno che non si tratti di una società a-sociale, tenuta a distanza da se stessa, una società la cui parte civile non solo non si è fatta politica, ma viene inibita nelle sue potenzialità da uno Stato tutt’altro che “minimo”, uno Stato forte, neoliberale, forte dell’operazione più meticolosamente violenta che si possa congegnare nei confronti del demos: privarlo della sua sovranità, derubarlo della propria condizione di esistenza (politica).

Chi scrive non intende certo negare la drammaticità di ciò che stiamo attraversando, né la realtà di un virus che, tuttavia, non è soltanto testimone di un’epidemia, ma piuttosto di una crisi sanitaria, di una sanità pubblica deprivata, vilipesa e offesa dall’ottusità del neoliberalismo progressista, che per anni ha indicato il progresso laddove solo era barbarie, che ha osato chiamarsi «democratico» per meglio uccidere il demos, con il silenziatore, in modo che nessuno se ne rendesse conto, in modo che tutti potessimo esserne colpevoli e oggi dire «non siamo stati noi». E invece siamo stati noi, e non siamo nemmeno pentiti. Tutto quello che sappiamo esprimere è la paura di andarcene, è l’immeritato attaccamento a una vita che osa privare la società di un possibile futuro, che osa privarla della possibilità di continuare ad esistere senza dover ripartire dal grado zero, che chiude scuole, teatri e cinema, che vieta tradizioni e cancella dimensioni di senso, che è mortifera come la morte biologica mai saprebbe essere, e che tuttavia ancora chiamiamo vita. Chiamiamo vita un impegno a non dare una possibilità di vita migliore a chi deve venire, un impegno ad ossequiare mediante un assordante silenzio la tecnica con la politica, ad annientare riti collettivi, arte, musica, danza, polis: sopravvivere per un uomo che sia tale, non è vivere e mai potrà esserlo. Se anche dovesse davvero prospettarsi un’umanità ridotta a massa passiva ed amorfa, dispiegata in tanti atomi addomesticati in luoghi domestici davanti ai mirabili comfort del progresso tecnologico, come potremmo ancora chiamarla umanità? Come potrebbe continuare a inseguire il compito di farsi tale? A quel punto, la modernità che in tanti si erano precipitati, sul finire del secolo scorso, a definire esaurita, finita, forse finirebbe davvero. Certo, non per sempre, ma non si tratterebbe più di un progetto da riprendere e completare, bensì un programma da ritrovare, un progetto andato perso, perduto in un archivio che, fattosi digitale, ha reso obsoleto tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa, così da fare in modo che nulla passi se non di passaggio, un eterno presente dove più nulla succede. Quel progetto perduto, la modernità, parlava di emancipazione, parlava di aumento di libertà e conoscenza: era un progetto radicale e radicato, e gli enormi errori di percorso testimoniano solo della radicale volontà che un tale programma necessita per essere realizzato davvero. Oggi, invece, non siamo più in grado di credere in niente: pensare che Nietzsche lo aveva scritto in tutti i modi: “Dio è morto e voi (noi) non ve ne siete neanche accorti!”. Serviranno duecento anni e forse più, scriveva il filosofo di Röcken: ne sono passati poco più di cento, e, a quanto pare, la sua previsione sembra esser stata fin troppo ottimistica. In un tempo in cui i pazienti in ospedale sono lasciati soli, senza la possibilità di essere avvicinati dai propri cari, in un tempo in cui i ministri di Dio preferiscono salvare la pelle che sentire come dovere ciò che hanno scelto come missione, in un tempo in cui fra i docenti vi è chi paventa che gli studenti tornino in classe, quando recenti ricerche di origine francese ci dicono di quali gravi problemi e disturbi la segregazione forzata stia comportando per i nostri ragazzi e per i più piccoli, in un tempo così dico che non c’è più tempo da attendere e che non ho più intenzione di scusare nessuno: si può scusare l’ignoranza, e finanche la stupidità, ma non l’ignavia o l’ignominia. Ed è per questo che io vi accuso.

Accuso i docenti che fingono di non sapere che il «Piano nazionale scuola digitale» è un piano previsto da anni, per cui gli insegnanti sono stati formati ben prima della pandemia, così come da anni è previsto che debba esistere la figura dell’«animatore digitale» in tutte le scuole. Accuso i docenti universitari di fingere di non sapere che le università on line sono un’americanata che ha preso piede negli ultimi quindici-venti anni in modo virulento in ogni paese, e anche nel nostro. Accuso chiunque sia talmente miope da non scorgere come, d’accordo con le direttive della Fondazione Agnelli e dell’ERT (European Round Table), ci si voglia liberare degli insegnanti da tempo, sostituendoli in sempre più numerose attività con esperti esterni, costringendoli a diventare «mediatori» in modo che non possano più lasciare il segno, in modo che non possano più e-ducare (“condurre fuori” le migliori attitudini) i giovani, riducendo gli stessi docenti a semplici formatori (coloro che formano, producono, plasmano un materiale standardizzato dalle prove di valutazione di enti esterni che con la scuola e l’istruzione non hanno nulla a che fare). Accuso chi nega che tutto questo è quanto di più coerente con ciò che viene costantemente ingiunto dall’Unione Europea con i suoi Libri Bianchi, i suoi programmi decennali, i Fondi Strutturali Europei PON, etc.

Sono andato a scuola ogni giorno negli ultimi due mesi per sedermi davanti allo schermo di un computer e trovare studenti, ragazzi e ragazze che meritano molto di più di questo. Studenti, ragazzi e ragazze che una volta di più hanno confermato quanto i giovani siano straordinari,  quanto non siano loro ad essere in difetto – come spesso i santoni di una società sempre più asociale si si sono permessi di accusare, e accusarli per giunta d’essere privi di socialità, quando soltanto loro sanno ancora essere testimoni di un bisogno di socialità che è propriamente umano, nonostante quello di cui li si sta privando. La verità è che li si accusa tanto più facilmente quanto più difficile è guardarsi allo specchio e riconoscere che non sono loro ad essere deludenti, ma piuttosto gli adulti che non cessano di derubarli di un futuro migliore. L’ordine simbolico è stato rovesciato: un tempo erano i più vecchi a vedere la vita con il giusto distacco. Erano i più saggi perché erano i più forti: incarnavano la forza di chi aveva vissuto una vita per scoprire che questa non è una proprietà privata, non è di nessuno perché è di tutti. La vita – sembravano dire – è qualcosa da cui tutti siamo attraversati e alla quale tutti dobbiamo e possiamo partecipare. Così si fa la storia. Viceversa, la storia si ossifica, si pietrifica nello sguardo ideologico di chi parla di una fine della storia perché non si accetta di finire, perché si crede che finendo finisca la vita. Mediocritas, angustia e privazione. Mancano le parole per descrivere la stadio degradante di questa umanità che rischia di estinguersi ben al di là del mero dato biologico.

Ad imporsi è un nuovo paradigma, e non c’è nessun complotto, eccetto quello di chi vuole ridurre la critica e il dissenso a complottismo. Questo è il segno più evidente che l’ordine simbolico non è stato soltanto egemonizzato dal discorso neoliberale, ma ne risulta totalmente occupato, senza scarti, senza spazi o interstizi in cui poter riemergere e provare a respirare. Manca il respiro, in un mondo in cui il dissenso è messo in ridicolo dai buontemponi liberali progressisti, gli stessi che magari il 25 aprile sono pronti a sfilare con le bandierine di partito in onore di un antifascismo da operetta, e il cui quotidiano operare rappresenta un oltraggio ai partigiani, alle migliaia di vite perse da giovani patrioti per tutti quei diritti che gli stessi ci strappano via con la scusa che è per il nostro bene, ricordandoci che non sappiamo votare se non li votiamo, che siamo «sovranisti» se vogliamo la sovranità sancita dalla nostra Costituzione, che siamo «populisti» se non vogliamo più vedere il popolo violentato dalle loro ipocrite e atroci espropriazioni, che siamo «complottisti» perché non stiamo alla gestione programmata di un’emergenza sanitaria che non prevede la riqualificazione della sanità pubblica, la costruzione di nuovi ospedali, la riapertura dei distretti chiusi, la riassunzione del personale tagliato, l’internalizzazione di ciò che è stato subappaltato a pescicani privati travestiti da enti cooperativi, quando sono invece collaborativi, complici di un sistema di privatizzazione che è privazione del diritto di vivere e realizzare pienamente la persona umana. Un obiettivo, questo, per raggiungere il quale occorre che lo Stato rimuova tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale: questo era il programma dei nostri padri costituenti.

Sono andato a scuola ogni giorno negli ultimi due mesi per sedermi davanti allo schermo di un computer. E ora che sono a casa, non voglio più trattenere lo schifo che mi fa pensare a tutti quei “benefattori” che stanno calpestando i nostri diritti e si atteggiano a salvatori ragionevoli e razionali quando sono i veri carnefici, i veri responsabili delle morti di tante persone. Trattano i cittadini come minori, ricacciando il popolo in quello stato di minorità dal quale l’illuminismo rivendicava l’uscita per ogni essere umano in quanto razionale, e osano atteggiarsi a un fare paternalistico che è tipico del padre padrone.

J’accuse: io vi accuso, perché vi conosco, so chi siete – direbbe ancora una volta oggi Pasolini -, vi accuso perché avete la pretesa di rappresentarmi e non lo fate, voi non rappresentate nessuno, non rappresentate il popolo, non rappresentate minimamente la democrazia che l’Italia merita di avere e di cui quotidianamente la private. Vi conosco e conosco la vostra strategia pluridecennale, il vostro esservi nascosti dietro un vincolo esterno perché non avevate il coraggio di affrontare il vincolo interno, il conflitto sociale, la sostanza della democrazia, l’unico elemento garante del progresso sociale e che solo avrebbe potuto mettervi in difficoltà, mettere in crisi la vostra idea del mondo priva di idee, priva di ideali e valori, una visione senza valore, che non vale niente e mette a valore le vite delle persone, dei lavoratori: come quegli infermieri che dopo averne avvilito e svilito la professione, avete osato chiamare eroi. Un gesto eroico è un gesto d’amore (Ἔρως, Eros), appassionato, che voi non sapete nemmeno rievocare, perché per me non siete credibili, io non vi credo, non credo a quello che raccontate. Chi ha una coscienza storica non si lascia raccontare storie. Avete cancellato la politica e ne avete fatto qualcosa per tecnici, nascondendo dietro i tecnici la tecnica mendace e crudele di una visione politica classista, elitaria, antidemocratica e razzista. Sì, per tutto questo io vi accuso. Magari a voi non interessa, ma al popolo italiano un giorno non interesserete più voi.

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